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Roccella: «Sarà la piazza di tutti gli italiani»

di "FF68"
il Sun, 6 May 2007 14:24:11 +0000 (UTC)
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Roccella: «Sarà la piazza di tutti gli italiani» 


Eugenia Roccella: no alla creazione di unioni slegate dalla differenza
sessuale. Da laica rappresenterò cattolici e non. Perche è l'ltalia 
intera che "tiene" alla famiglia 

La ex femminista diventa "testimonial" della famiglia tradizionale. 
La stessa donna che nel maggio 1974 manifestava in piazza Navona per il
no al referendum sul divorzio, oggi, 33 anni dopo, è la portavoce 
ufficiale del Family Day, scelta insieme a Savino Pezzotta. Cosa 
c'entra Eugenia Roccella, figlia di uno dei fondatori del Partito 
radicale, con la difesa della famiglia fondata sul matrimonio? 
Lo spiega lei stessa in questa intervista. 

Eugenia Roccella, cosa ha portato, lei, laica ed ex femminista, in 
prima linea fianco a fianco con le associazioni cattoliche? 

Quando mi hanno chiesto di fare da portavoce sono rimasta perplessa.
Mi sembrava che l'incarico dovesse essere affidato a qualcuno più 
organico al mondo cattolico. Mi sentivo un po' estranea, pur 
condividendo totalmente i contenuti della mobilitazione. Nei giorni 
successivi ho capito meglio i motivi per cui gli organizzatori 
insistevano sull'opportunità che ci fosse un contributo laico, esterno.

Quali sono queste ragioni?

A Roma il 12 maggio ci saranno in gran parte i cattolici. Però alla 
famiglia tiene la maggioranza assoluta degli italiani; piazza San 
Giovanni sarà dunque la piazza di tutti ed è giusto che sul palco ci
sia qualcuno come me, che rappresenti cioè coloro che non 
manifesteranno ma che condividono l'unicità dell'esperienza familiare 
e che ritengono sbagliata qualsiasi sua forzatura. 

Ma lei non è una laica "qualunque": è una ex femminista, che ha
militato per il divorzio e per l'aborto. Che continuità c'è in questo
suo impegno? 

Prima di tutto è una continuità radicata nell'esperienza. Ho vissuto 
l'infanzia in un villaggio arcaico della Sicilia, con le zie e una
forte rete di parentela. Mi confrontavo con l'archetipo di una
femminilità potente, autorevole, che certamente trovava i suoi
riferimenti nella devozione alla Madonna, vista come mediazione per 
eccellenza con il divino. I saperi femminili venivano rispettati, 
seppur confinati alla sfera domestica: riguardavano la cucina, i parti,
la cura, le malattie, l'affettività. Il mio femminismo è nato da 
questo: dal desiderio di trasferire l'autorevolezza che la donna aveva
nel privato anche nella sfera pubblica, facendole acquistare valore 
sociale. Quando sono tornata a Roma e ho preso contatto con il mondo
radicale, mi sono portata dietro questo bagaglio, questa volontà di
valorizzare la differenza di genere senza però appiattire le donne e
omologarle al modello prevalente, quello maschile. 

E cosa c'entra questo col matrimonio? 

C'entra. La parola matrimonio ha la sua radice in mater, a 
dimostrazione che si fonda sulle relazioni naturali, spontanee che si 
svolgono intorno alla maternità. Come la maternità, il matrimonio è in
partenza un "per sempre". Per crescere i figli ci vogliono almeno 20 
anni, dunque è necessaria la stabilità, la responsabilità condivisa ma
all'interno di ruoli differenziati. Una madre ama il figlio "per 
sempre". I rapporti familiari, dunque, tendenzialmente hanno per 
modello e per aspirazione il "per sempre".

I tifosi dei Dico sostengono che l'amore e la stabilità esistono anche
senza matrimonio. Concorda?

I Dico sono una costruzione artificiale, che vuole far passare l'idea
che la famiglia non sia più legata a un nucleo forte di spontaneità e
corporeità connesso alla maternità naturale, ma che possa essere 
qualsiacosa noi vogliamo. Il mio è un rifiuto della forzatura 
artificiale delle relazioni, dell'antropologia naturale a cui siamo
abituati e in cui rientra la differenza sessuale.

I Dico, dunque, cancellano le differenze sessuali? 

Esatto. Il matrimonio è il momento cruciale che dà valore alla
differenza sessuale, è l'incontro tra due iversi che producono
continuità delle generazioni, rivestendo un senso per la società che,
dal canto suo, ricompensa con un riconoscimento pubblico. Se
introduciamo l'artificio secondo cui famiglia è qualunque rapporto
d'amore, è evidente che svalorizziamo la differenza sessuale e creiamo
unioni artificiali. In definitiva, si svalorizza la maternità, già
minacciata dalla tecnoscienza che sta cercando di "tirarla fuori" dal
corpo femminile. Senza contare che se si riconoscessero le convivenze
omosessuali subito dopo si andrebbe alle adozioni gay e questo, a sua
volta, accentuerebbe il fatto di considerare i figli slegati dalla
generazIone. 

Il 12 maggio si affermerà con forza che la famiia è un soggetto 
sociale. Ma la famiglia ne è consapevole? 

La famiglia oggi non crede molto in se stessa perche è sotto attacco da
vent'anni. L'emergenza educativa di cui l'Italia sta prendendo
coscienza in questi mesi indica una drammatica debolezza familiare.
Solo nella Chiesa trovo una precisa consapevolezza del baratro verso 
cui stiamo andando a causa dell'indebolimento della famiglia. Solo la
Chiesa, in questo momento, evidenzia l'urgenza di intervenire. Ma sono
ottimista. Dal momento in cui è iniziata la mobilitazione per il 
referendum sulla procreazione assistita c'è stato un risveglio delle 
coscienze e si è visto che l'attacco alla famiglia si può arginare.
 
In definitiva, credo che in Italia ci siano due schieramenti: il luogo 
comune che è contro di noi e il senso comune che è dalla nostra parte.

"Noi, genitori e figli" n.107 suppl. Avvenire 6 Maggio 2007 


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