L'uso politico della religione
di (Thereader)
il Sun, 06 May 2007 09:32:21 +0200
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06 Maggio 2007
L'uso politico della fede fa intravedere
la fine del dialogo tra cattolici e laici
René Remond, il grande pensatore dell'Académie française recentemente
scomparso, cattolico convinto che negli ultimi tempi aveva denunciato il
sorgere di un nuovo anticristianesimo, aveva anche profetizzato l'avvento
di un uso politico della religione da parte di forze politiche a essa
estranee; anzi, aveva individuato la difesa della religione e dei suoi
valori come opportunità feconda per guadagnare consensi in una stagione
segnata da frammentarietà culturale ed etica e da tentazioni identitarie.
Non possiamo non prendere atto che così è realmente avvenuto: ormai, e di
questo soprattutto i cristiani dovrebbe essere convinti, ogni fatto e ogni
parola che appartengono alla religione e alla vita ecclesiale sono
soggetti a un uso politico, fino a poco tempo fa da parte di chi in realtà
non è segnato dalla fede, ma ultimamente anche da parte dei cristiani
stessi. Per un efficace uso politico della fede occorre difenderla,
indicarla come un labaro innalzato a emblema identitario e di raccolta
delle forze in vista dello scontro con un nemico che viene agevolmente
indicato nello schieramento politico opposto.
Da tempo ripeto che questi sono giorni cattivi, soprattutto per i
cristiani credenti in Gesù Cristo e nella forza del Vangelo che hanno alle
spalle una vita segnata dalla ricerca di dialogo, di confronto, di
apertura: una via tracciata e indicata dalla Chiesa stessa e originata
anche dall'evento del Vaticano II che, in quanto concilio ecumenico
presieduto dal Papa, rimane l'istanza più autorevole della Chiesa
cattolica. La mia generazione di cattolici ha imparato, con fatica e con
uno sforzo di obbedienza leale, che il dialogo con i non cristiani era
urgente e apparteneva allo stile evangelico dello stare nel mondo e nella
compagnia degli uomini; ha imparato che occorreva vivere con intelligenza
e responsabilità il «dare a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è
di Dio», accogliendo una giusta laicità che garantisse a tutti la libertà
religiosa e permettesse alle religioni di esprimersi pubblicamente; ha
imparato che ai cristiani era chiesto di assumere la misericordia,
l'accoglienza, la compassione come abiti evangelici. Ma adesso anche
queste acquisizioni, assunte a caro prezzo, appaiono non solo incerte ma
minacciate da opzioni che le contraddicono. Molte parole sane del Vangelo
sono ritenute parole «infami» (abbiamo sentito questo giudizio sulla bocca
di chi ha ricevuto il compito di voce ecclesiale!); chi dialoga con
avversari (non «nemici»!) è ritenuto un traditore o un buonista arresosi
agli altri; chi denuncia il rischio di una Chiesa che viva di politica e
di strategia appare come un nemico della Chiesa stessa.
Tutto questo lascia ormai intravedere la fine del dialogo tra cattolici e
laici: si assiste a una polemica continua, sempre più chiassosa e barbara,
che fa sentire la Chiesa assediata e che, di converso, dà ai non credenti
l'impressione di vedere minacciata la libertà e la laicità. Che tristezza
essere giunti a vedere un vescovo costretto nella sua chiesa a celebrare
la liturgia eucaristica circondato da guardie del corpo, che tristezza
dover subire l'irrisione della fede cristiana da parte di scritti che
riscuotono successo grazie a titoli che proclamano «non possiamo essere
cristiani e soprattutto cattolici», che tristezza sentire usare parole
come persecuzione - tragica realtà per fratelli e sorelle nella fede di
troppi luoghi nel nostro pianeta - per definire atteggiamenti insulsi che
manifestano di per sé la pochezza di chi li assume.
Sì, stiamo raccogliendo l'esito di anni di reciproco non ascolto, di
demonizzazione dell'avversario, di polemiche e incomprensioni, e tutto
questo in una agorà in cui non si fronteggiano solo credenti e non
credenti, ma in cui altri attori cercano di fare uso politico della fede
cristiana. Il «religioso» abita ormai lo spazio pubblico con derive
settarie, con posizioni fondamentaliste e intolleranti, con logiche
lobbistiche: così, nelle grandi sfide etiche che premono sulla società
civile, i credenti faticano a raccontarsi, ad affermare le proprie
ragioni, a motivare i loro principi senza destare diffidenza o addirittura
avversione. E allora, nella stagione del disincanto della politica -
analogo al disincanto della religione sperimentato una ventina d'anni fa -
la religione «risorge», soprattutto come risorsa identitaria ed etica che
la rende più facile preda di forze politiche che vogliono sfruttarla a
proprio vantaggio.
Così si smarrisce la comprensione della «differenza cristiana», della
«anormalità cristiana in politica», come la chiama l'intellettuale gesuita
Paul Valadier. Sì, normalmente nella storia religione e politica vanno di
pari passo, si appoggiano l'una all'altra, ma il messaggio del Vangelo non
accetta questo assetto di complicità o di scontro frontale. Il dare a
Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio significa anche
annuncio di un regno di Dio che non è un regno mondano, un regno in cui il
potere non si conquista e non si esercita al modo dei dominatori di questo
mondo. Gesù ha voluto accanto alla polis e inserita in essa una comunità
in cui sono principi irrinunciabili il perdono, l'amore dei nemici, il
servizio agli altri. C'è una differenza cristiana che fa sì che la
relazione tra religione e politica non sia mai risolta una volta per
tutte, né si assesti in una staticità immutabile, anche perché la
frontiera tra spirituale e temporale non è mai netta: esisterà sempre una
tensione tra il vissuto concreto di una spiritualità e l'ideale che anima
ogni opzione temporale.
Da qui deriva il dovere della Chiesa di farsi ascoltare, trovando modi e
tempi per un intervento autorevole ma non autoritario, non calato
dall'alto ma comprensibile per il suo linguaggio antropologico più che
dogmatico e teologico: un linguaggio non banale né apodittico, ma
passibile di essere accolto anche da chi non condivide la fede che lo
genera. Il portavoce della Santa Sede, padre Lombardi, nelle polemiche che
in questi giorni hanno assunto toni di scontro e di conflitto, ha
pronunciato parole di grande sapienza cristiana, animate da un'unica
intenzione, quella di garantire le condizioni per un dialogo rispettoso
anche tra fazioni avversarie. Ci auguriamo che queste parole pacate
sappiano anche fermare quell'uso politico della religione che pare
diventato lo sport nazionale
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