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Haendel e rivoltelle: una messa senza se e senza ma

di "donquixote"
il Tue, 1 May 2007 23:03:35 +0200
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Avvenire
DAL CASO BUTTIGLIONE AL TENTATIVO DI COLPIRE BAGNASCO
La dittatura del relativismo propensione d'Europa
Francesco D'Agostino
Non so se ci sia ancora memoria, nella pubblica opinione, del "caso
Buttiglione"; so però che questo è il momento giusto per ravvivarla e per
cancellare la scorretta ricostruzione della vicenda che venne fatta propria,
all'epoca, praticamente da tutti i principali quotidiani italiani: la
bocciatura di Rocco Buttiglione, candidato nel 2004 dal governo italiano a
vice-presidente della Commissione europea (un candidato di cui nessuno hai
mai negato competenza, intelligenza, l'esplicito impegno per l'Europa e
assoluta probità personale), sarebbe da addebitare alla sua ottusa e omofoba
intransigenza cattolica, incapace di amalgamarsi col nuovo, radicato e
irrinunciabile pluralismo delle istituzioni europee. Le cose, però, non sono
andate così e Luca Volontè oggi lo documenta, in modo impeccabile, in un
libro leggibilissimo, nel quale la palese (e legittima) passione politica
nulla toglie al rigore della cronaca. Buttiglione è caduto vittima di
un'autentica "congiura", che andava al di là della sua persona. Infatti il
vero obiettivo dei "congiurati", più che quello di escluderlo dalla
Commissione europea, era di rendere evidente una volta per tutte e a tutti
come solo il laicismo (riassumendo con questo termine una globale opzione
politico-ideologica di timbro relativistico) fosse e dovesse essere
riconosciuto quale unico legittimo orizzonte di riferimento delle
istituzioni europee. È evidente che in questo orizzonte non poteva trovare
spazio una figura come quella di Buttiglione. Nelle serrate audizioni presso
il Parlamento europeo, egli ha riconosciuto, con esemplare lucidità, la
differenza tra ordine giuridico, ordine morale e ordine religioso e si è
impegnato, come uomo politico e di governo, ad un sincero rispetto verso
tutte le norme giuridiche democraticamente introdotte nel sistema. Però - e
qui sta il punto decisivo - non ha ceduto alla tentazione di dichiararsi
disposto a "privatizzare" la propria visione cristiana del mondo,
riducendola, secondo i desideri esp liciti dei laicisti, a sentimento
intimo, arbitrario, emotivo e irrazionale. È in questi termini che va capito
il "caso Buttiglione", come un caso da ritenere tuttora aperto: lo dimostra,
se ancora si cercano prove, la recentissima approvazione della risoluzione
europea contro l'omofobia, nella quale si è cercato di introdurre, forzando
indebitamente recenti dichiarazioni dell'arcivescovo Bagnasco, una condanna
esplicita del pensiero del presidente della Cei e più in generale
dell'insegnamento cattolico in tema di famiglia e di sessualità. L'opera di
Volontè ci aiuta però ad andare al di là del singolo episodio, dandoci piena
conferma della correttezza di un'espressione che molti ancora esitano ad
usare: dittatura del relativismo. Abbiamo tutti ascoltata questa espressione
il 18 aprile 2005, nel contesto dell'omelia pronunciata dal Card. Ratzinger
in occasione della messa "Pro eligendo Romano Pontifice". È l'unica che
riassume davvero la sostanza della questione. A chi non vuol credere che a
tanto si sia arrivati e che la parola dittatura sia esagerata, si impone una
riflessione disincantata su ciò che avviene anche in questa stagione. I
fatti, ricordava instancabilmente Norberto Bobbio, sono resistenti e solo
l'acquisizione dei fatti - come quelli puntigliosamente e rigorosamente
citati da Volontè - può aiutarci nella lotta contro l'ideologia.

La Stampa
Bagnasco: "Nulla ci deve turbare"
Tensione a Genova, nel duomo blindato l'arcivescovo ordina tre nuovi diaconi
e nell'omelia avverte: «Non si può vivere senza significati»
STEFANIA MIRETTI
INVIATA A GENOVA
Haendel e rivoltelle, l'Alleluia che risuona potente tra le navate e gli
auricolari che ronzano piano, Sant'Agostino contro Sartre, il pensiero è
forte, la risposta solenne e necessariamente muscolare, imponente la
processione che avanza lentissima lungo il perimetro della cattedrale di San
Lorenzo: seminaristi, sacerdoti delle parrocchie genovesi, poliziotto,
canonici della cattedrale, vescovo ausiliare, poliziotto, arcivescovo,
poliziotto.

La risposta sono le volanti davanti alle chiese e questa celebrazione
eucaristica solenne, lunga oltre due ore, una messa senza se e senza ma: le
litanie recitate per intero, da Santa Maria madre di Dio a Beato Tommaso
Reggio, l'organo che va a tutta birra, magnifico il coro diretto da
Gianfranco Giolfo, banchi fitti d'incenso, ceri alti così, tre ordinazioni
diaconali, di cui una in vista del sacerdozio, due cortei processionali che
sfiorano i fedeli, sontuosi i paramenti e da cerimonia pure gli abiti dei
due poliziotti di scorta piazzati ai piedi dell'altare: giacca e pantaloni
scuri, cravatta rosa confetto. «Oggi la diocesi vive una grande gioia che
non può essere turbata da nulla», dice con voce ferma monsignor Angelo
Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Cei sotto minaccia e
sotto scorta. Sarà, questo accenno, l'unico strappo alla liturgia.

«Amareggiato ma coraggioso», così lo descrivono i suoi collaboratori, nel
giorno in cui, con parecchio disappunto diocesano, si diffonde la notizia
della nuova minaccia ricevuta, una pallottola spedita in curia; lui, uomo
dei carrugi, già ordinario militare, esile e ferrigno, nasconde l'amarezza
ed esibisce il coraggio, porta la sua croce con la dovuta noncuranza,
dispensa personalmente la comunione, sia pure affiancato dagli uomini della
Digos e non dai chierichetti, attraversa la navata a passi lenti, fermandosi
a stringere qualunque mano gli venga porta, s'immerge quieto nel bagno di
folla, raccoglie gli applausi, offre l'anello e ad ogni inchino, ad ogni
parola gentile, a ogni attestato di solidarietà e persino agli accenni di
domande risponde: «Auguri».

Ma è una domenica di guerra, a Genova, e un volontario del 118 in servizio
davanti alla cattedrale racconta di un avvio di giornata all'insegna del
nervosismo, volti cupi e accessi blindati, «che più che in chiesa, pareva di
stare ad Alcatraz»: la cattedrale di San Lorenzo protetta come un fortino, i
carabinieri sul sagrato, il servizio d'ordine che controlla chi entra e chi
esce, e una decina di agenti appostati lungo le navate, dietro le colonne,
sotto le canne dell'organo, mescolati tra i fedeli che fanno da scudo. Ma è
anche, nell'Italia dove infuria lo scontro tra cattolici e laicisti, una
domenica di festa: «Una grande festa di famiglia», tiene a dire monsignor
Bagnasco, «la famiglia dei figli di Dio».

L'omelia è pacata, ma assolutamente non vaga: «Non si può vivere senza
significati», ammonisce l'arcivescovo, «altrimenti si rischia di fare della
propria vita solo una cronaca terribilmente fuggevole, a volte effimera».
Cita Sant'Agostino, «da sempre l'uomo ha bisogno di conoscere la sua
origine, e forse ancora di più il suo destino»; sfida il relativismo,
«l'uomo ha bisogno di sapere chi è lui e perché si trova in questo splendido
mondo, al termine del quale ciascuno si ritroverà davanti a un velo; l'uomo
ha bisogno di sapere cosa c'è dietro quel velo, se il nulla, come diceva
Sartre, o tutto, come ci ha assicurato Gesù Cristo».

Ha ora inizio la liturgia dell'ordinazione, Bagnasco siede dritto sulla
sedia portata per lui al centro del pulpito, gli mettono sul capo la mitra;
chiama per nome i prossimi diaconi - Daniele, Luigi, Alessandro, uno dei tre
è l'ex segretario regionale della Cisl scuola, uno è un ex dirigente
dell'Eridania, l'altro è appena un ragazzo - che promettono obbedienza. «Dio
ha iniziato in te la sua opera, la porti a compimento», prega l'arcivescovo.
I tre si prostrano ai suoi piedi e lì rimangono per tutta la durata delle
infinite litanie dei santi, in un'immobilità speculare a quella dei due
poliziotti che, ai piedi dell'altare, osservano la scena con gli occhi
spalancati non solo dal dovere professionale. Segue la vestizione, stola e
dalmatica luccicanti come le mantelle dei toreri per i tre appena ordinati.
Abbracci, fotografie, il coro intona «Ubi Caritas» di Paolino d'Aquileia,
«Credo».

Alla fine, nella cattedrale affollata di fedeli - nessun rappresentante
delle istituzione ha preso parte alla funzione, molti presenti sono i
parenti dei nuovi ordinati - l'Alleluia tra gli sbuffi dell'incenso esplode
con la forza d'uno spettacolo pirotecnico. Parte l'applauso, lungo e
liberatorio, mentre gli agenti in borghese - chi in maglietta, chi in
giubbotto di cuoio, chi con impeccabile abbronzatura da bodyguard -
proteggono il passaggio dell'arcivescovo. Che non ha paura della «guerra»,
alle pallottole risponde con la liturgia, e per la bollente settimana che
comincia butta giù un'agenda molto fitta: cresime, udienze,
celebrazioni, lezioni ai seminaristi e, per il Primo maggio, pure la
cerimonia di consegna delle Stelle al Merito.

L'allievo di Siri ispirato da San Tommaso
di Redazione - venerdì 27 aprile 2007, 07:00
Angelo Bagnasco, arcivescovo nato a Pontevico (Brescia) il 14 gennaio 1943,
è presidente della Conferenza episcopale italiana e arcivescovo di Genova. È
stato ordinato presbitero di Genova il 29 giugno 1966 dal cardinal Giuseppe
Siri. Nel 1979 si è laureato in filosofia e dal 1980 al 1998 ha insegnato
Metafisica e Ateismo contemporaneo alla Facoltà Teologica dell'Italia
settentrionale. Eletto da papa Giovanni Paolo II alla sede vescovile di
Pesaro il 3 gennaio 1998, è stato ordinato vescovo il 7 febbraio 1998. Il 29
agosto 2006 papa Benedetto XVI lo ha eletto arcivescovo di Genova. Dallo
scorso marzo, invece, ha sostituito il cardinale Camillo Ruini alla guida
della Cei. Fedele all'impostazione del cardinal Giuseppe Siri è un profondo
conoscitore di San Tommaso d'Aquino e un fermo sostenitore del valore della
metafisica.

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