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Bagnasci.uga
di (max man)
il Mon, 30 Apr 2007 23:50:24 GMT
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Pensieri di un po' di giorni fa. Molto ecumenici. Leggo ancora una volta editoriali dei laici e mi scappa di rispondere. Leggo, fra i tanti, questo del solito povero Eugenio Scalfari, in cui scrive, fra l'altro: "La "Nota" della Cei e le successive dichiarazioni del successore di Ruini parlano esplicitamente dell'obbligo dei parlamentari cattolici di conformarsi alle indicazioni della Chiesa ed escludono che si possa invocare in materia il principio della libertà di coscienza. Rivolgersi in questo modo a membri del governo e del Parlamento è aberrante e profondamente offensivo per i destinatari e per le istituzioni da essi rappresentate. Chi è stato eletto dal popolo ha come solo punto di riferimento la Costituzione. Volergli imporre un obbligo di obbedienza ad un potere religioso è il massimo dell'ingerenza ipotizzabile. " La dimensione orizzontale e quella verticale del discorso qui si incrociano e ritengo ancora una volta proficuo trattarle separatamente. Definisco con "dimensione orizzontale" quella in cui l'uomo cerca le sue risposte nel suo proprio raziocinio, negli strumenti cognitivi e culturali di cui dispone, nel patrimonio di bene che spontaneamente (naturalmente?) sgorga dalla sua materia individuale e sociale. In questa dimensione parlano la scienza politica, il diritto, anche la filosofia, parlano la sociologia, l'economia politica e altre discipline sociali. (La dimensione verticale, consiste viceversa nella trascendenza, investigata dalla preghiera, dalla teologia, dalla carità. E di questa parlerò dopo, secondo uno schema che mi piace di seguire da un po'.) Sul piano orizzontale risulta difficile sostenere la posizione di Scalfari. Proprio nell'euclidea di quel piano non si riescono ad esplicitare le giustificazioni di una accezione della laicità che pretende di negare quasi a priori la legittimità dell'intervento della gerarchia ecclesiastica nella vita politica. Dal punto di vista sociologico, infatti, l'intervento di un Vescovo che si esprima nei confronti di un provvedimento politico e che richieda al politico cattolico di votare in un certo qual modo è del tutto assimilabile a, chessò, la richiesta di un segretario di sindacato che, espressosi nei confronti di un provvedimento, richieda ai parlamentari di una certa parte di considerare gli interessi particolari che egli rappresenta. Qualunque argomentazione contraria non reggerebbe ad un'analisi condotta secondo comparazione. Ogni associazione umana che operi in un contesto pubblico esprime opinioni politiche e vincola i suoi membri ad aderire attivamente a queste opinioni. Non valgono, a supportare una distinzione, criteri basati sulle materie di pertinenza, (i sindacati si esprimono perfino sulla politica estera, la Confindustria avanza opinioni in materia di diritto, e così via...), non sono sufficienti considerazioni basate sull'architettura Costituzionale (il Concordato non può giustificare una indiscriminata, o una troppo discriminata, richiesta di silenzio alla Chiesa ovunque lo Stato ritenga di doversi esprimere), non possono accamparsi motivazioni fondate sui finanziamenti pubblici dallo Stato alla Chiesa (il finanziamento trova la sua fonte nella libera scelta degli individui e va a remunerare attività sociali; inoltre strumenti di finanziamento sono previsti per sindacati e partiti, i quali non sono tenuti alla non ingerenza). A ben vedere, scandagliando le differenze, c'è un unico elemento che separa sociologicamente la Chiesa da altri istituti umani: ed è l'appello al trascendente. Ed è quindi solo su questo elemento che presumibilmente si fonda, esplicitamente o implicitamente, tutta la vulgata della laicità. Appellandosi al trascendente la Chiesa perderebbe il diritto a potersi esprimere sui temi politici. (Se vi sono altre motivazioni, prego di farle presenti.) Quest'ultimo pseudosillogismo, però, può avere senso solo in presenza di due condizioni: 1. che la Chiesa detenga, a livello della società, il monopolio filosofico della trascendenza, 2. che la Chiesa sia proprietaria di ingenti beni materiali. Se non vigono queste due condizioni non ha alcun senso reclamare la laicità. La laicità poteva avere senso nel Medioevo, fino alla Rivoluzione in Francia, fino al Risorgimento in Italia, ma non oltre. Invocarla ora non trova giustificazione concettuale, e configura una persecuzione. Si potrebbe obiettare che è bensì lecito che la Chiesa si esprima, ma mai che vincoli. Non si capisce tuttavia il perchè, posto che tutte le associazioni umane vincolano i loro aderenti. Turigliatto l'ha espulso un partito, non una diocesi. Ci si può quindi chiedere se non sia *la natura* della sanzione che la Chiesa irroga ai suoi dissidenti ad essere particolarmente onerosa, tale da impedire ad esempio l'obiezione di coscienza, pur sempre concessa dal sindacato, dal partito, dall'associazione, ecc. Tutte le sanzioni espulsive delle associazioni umane sono onerose: lasciare un partito è fonte di enorme dolore, isolamento, solitudine, e così pure lasciare un movimento, un sindacato, un'associazione. Essere dissidenti nella Chiesa Cattolica è, sul braccio orizzontale, non più gravoso che esserlo in altre società umane. Anzi, devo riconoscere con dolore che la dissidenza nella Chiesa è oggi pressochè la norma, una sorta di tic culturale, un patentino di maggior spiritualità. Il vero cattolico, oggi, è in disaccordo coi Vescovi, eppure si pasce comunque, eccome. (Il suo lieto pascersi deriva chiaramente dall'ignoranza delle dinamiche verticali.) In una società multiculturale, aperta, relativa, quale quella richiesta a grandissima voce e realizzata da generazioni di laici, la Chiesa diviene un attore fra i tanti, legittimato a comportarsi esattamente come gli altri attori: può richiedere ai suoi membri coerenza, esprimere indicazioni di voto, vincolare ad un mandato, e così via. Il nervosismo radicale di questi giorni è determinato proprio dalla constatazione di questa coda angelico-diabolica del loro stesso progetto. Se la Chiesa lo volesse, potrebbe entrare prepotentemente nel consesso democratico e orientarlo molto pesantemente: non esiste argine, nella società multilaterale, al suo imperversare. Forte di un 12-13%, a cui si potrebbero aggiungere, come sul carro di un formidabile conservatore, vari altri quantili di elettorato alla ricerca di un pensiero forte, la Chiesa Cattolica potrebbe ipotecare l'intera vita democratica di quasi tutte le nazioni democratiche, comprese le più potenti. Non lo fa. I laici si interroghino sul senso di questo "non fare". C'è un'ultima accezione della laicità che potrebbe giustificare le proteste contro le ingerenze della Chiesa. Le richieste della Chiesa, pur legittime quanto alla fonte, produrrebbero alla lunga uno stato confessionale, vale a dire uno stato nel quale la libertà di esprimere le opinioni e di vivere secondo una morale individuale sarebbero pregiudicati dall'operare di uno Stato divenuto leva della Chiesa. E qui si apre uno dei capitoli più interessanti. Si stesse parlando, difatti, della difesa - dalle pretese innovative della Chiesa - di un condiviso impianto istituzionale questo avrebbe un senso, ma si sta parlando proprio del contrario: la Chiesa in questo caso *si oppone* ad una *innovazione* istituzionale. Il fatto è che il radicalismo laicista pretende che l'impianto condiviso non sia affatto statico, ma in evoluzione. Ritiene cioè che lo Stato laico debba per sua natura essere uno Stato in qualche modo dinamico in cui i diritti si estendono in base all'evoluzione del costume e alla presa di coscienza, aiutata da elites culturali, delle libere determinazioni individuali. Sarebbero, insomma, le meravigliose sorti il contesto laico da preservare, contesto in cui l'agente conservatore diviene per sua stessa natura componente estranea e nemica, intrinsecamente incompatibile con la democrazia. Il ruolo dello Stato laico in questa accezione (accezione ahimè tanto occultamente presente anche al fondo delle nostre coscienze) è quello di seguire e promuovere il fiume delle libertà individuali. Ben si capisce che una simile concezione presti il fianco ad un'obiezione, suffragata fra l'altro da esempi sempre più frequenti in quei paesi che ci hanno preceduti nella via laica. Non è forse in nome di questa concezione dinamica del ruolo dello Stato che ormai l'eutanasia è accettata, applicata perfino ai bambini, che coppie di fratelli consenzienti chiedono il matrimonio, che si è fondato un partito a favore della pedofilia? E c'è poco da storcere il naso, sbadigliare o strepitare: quella concezione dinamica, basata sull'esondazione programmatica delle libertà nel tessuto istituzionale, racchiude in nuce queste aberrazioni. L'impianto logico (?) argomentativo di queste richieste di oggi è tale da potersi esattamente applicare domani a quelle mostruosità giuridiche, che di fatto stanno già apparendo nelle società più avanzate in questo campo. Non solo, quindi, i laici non si sono resi conto che in un tessuto multilaterale la Chiesa può imperversare a suo piacimento, ma anche non realizzano che il loro stesso tipo di argomentazioni potrebbe fondare qualsiasi esperimento istituzionale fondato sul reciproco consenso (sui diritti e sulle libertà, per usare il fraseggio di moda). E già difatti accade. Non possono esistere dei "no" che implichino il pericolo del clericalismo: il rischio di ambizioni confessionali esiste solo nell'ambito del "sì", della proposizione, non nel campo della negazione. Nè esiste un tessuto dinamico che possa essere condiviso. Si condividono valori fermi, si giura su qualcosa di scritto, non su qualcosa da venire. Io non condivido con voi, cari concittadini, un programma di mobilitazione della società, di progresso delle istituzioni. Io condivido con voi la Costituzione e quella, solo quella. E condivido *questo* assetto istituzionale e questo corpus legislativo: e ho tutto il diritto di oppormi a delle innovazioni, perchè ieri quel corpus, che oggi giudicate obsoleto, era condiviso e non esiste alcun riferimento iperuranico che abbia già scritto l'evoluzione di quel corpus in una certa direzione. Sul braccio verticale si aprono questioni anche più spinose. Qui lascio i laici al loro triste destino e rimango solo con i miei correligionari, sebbene la compagnia non sempre sia delle migliori. Non bastassero le reprimende dai laici non pochi cristiani hanno sollevato voci di protesta all'indirizzo dei vescovi. Taluni hanno fatto loro l'accusa di ingerenza, mostrando in questo modo semplicemente la loro matrice culturale: del tutto a rimorchio del radicalismo contemporaneo essi hanno scambiato il "no" dei vescovi per la richiesta propositiva di un qualche "sì". E faticano, costoro, a distinguere la resistenza contro un'innovazione dalla volontà di imporre il Vangelo con la legge proprio perchè ritengono fatale e ferma la corsa dello Stato dietro alle reciproche libertà. Nè si può dire a loro discolpa che essi a priori neghino alla Chiesa il diritto di pungolare lo Stato nella promozione dei valori evangelici: solitamente, infatti, coloro che censurano la Chiesa per la sua proiezione politica in alcuni temi poi ne invocano a gran voce l'intervento politico su altri. E dalla corrente alternata dei loro ragionamenti si deduce esattamente la natura tutta mondana, tutta figlia del secolo, della loro spiritualità. I politici cattolici, dal canto loro, rivendicano l'autonomia del politico cattolico dall'episcopato. E questo può concedersi, può essere difeso, ma con la bisaccia in mano. L'autonomia del politico cattolico, udite udite, inorridite inorridite, è sotto ipoteca da parte dell'episcopato. Ci stiamo muovendo, difatti, nel braccio verticale, lì dove la trascendenza scende giù fino all'uomo e poi risale su fino al cuore della carità stessa. Lì sta l'esperienza dell'Incarnazione e dell'Ascensione, e l'esperienza della Chiesa in cui tutti, se ci diciamo di Cristo, siamo calati. Non stiamo sulla terraferma, nè siamo su un panfilo: siamo su una barca miracolosamente galleggiante e procedente, diretti così oltre da questo mondo che risulta ontologicamente incompatibile con la nostra traversata, con la nostra esperienza - l'appartenenza cioè ad un corpo risorto che ci precede -, risulta incompatibile qualsiasi struttura dei rapporti individuali (dell'Io con il proprio corpo, ad esempio), e dei rapporti sociali (del politico cattolico con lo Stato, ad esempio), che non sia soggetta all'irruzione di chi alla guida della barca è stato posto non dall'equipaggio, non dai passeggeri o dalla ciurma, ma da Dio stesso, da colui che ci ha guadagnati al prezzo del suo dolore. E' in nome del mondo e del secolo che si pretende di tenere programmaticamente fuori da alcuni angoli dell'esistenza, e guardacaso proprio da quelli più sensibili (due esempi a caso?), la cosiddetta gerarchia ecclesiastica. L'autonomia del politico cattolico in Parlamento vale finchè al Vescovo, cioè a Dio, piaccia. Poi lo possiamo contestualizzare, ma la sostanza è questa, perchè chi va in mare sa quale sia il ruolo del comandante nella tempesta. Ed è proprio in mare che siamo, i marosi ci schiaffeggiano, e il vento ci rovescia e terrorizza con le sue urla. C'è il drago, fratelli, e l'unica salvezza è nel Vescovo, cioè in Cristo Vescovo. E qui si viene al terzo tema, che riguarda la condivisione, o meno, di una stessa idea di Chiesa. In quel fenomeno variegato che è il Cristianesimo si rintraccia, più o meno nettamente se vogliamo guardare con occhi umani, una certa concezione della Chiesa promossa da alcuni vescovi. Si tratta del tristemente noto cattolicesimo. Da essa tanti e tanti si staccarono nei secoli, ed è nella natura delle cose, nella profezia del Salvatore, che questo dovesse succedere. Ma almeno non prendiamoci in giro su che cosa sia il cattolicesimo. Il cattolicesimo è la Chiesa dei Vescovi, la Chiesa ordinata in Vescovi, Presbiteri, Diaconi e popolo di Dio (e non è la Chiesa disordinata in diversi gradi di indignanza intellettuale). E ci sono forti sospetti che sia proprio questa (la prima) la Chiesa voluta dai Padri della Chiesa (Ambrogio, Agostino, Gregorio,...) dai Padri apostolici (Sant'Ignazio) e dagli stessi apostoli: la Chiesa che immaginavano gli apostoli è proprio apostolica. Paolo governa le sue Chiese con scettro di ferro, e così Giacomo, e così Pietro: la Chiesa è nelle loro mani. Non sono ammessi dissensi quando l'Apostolo parla, al più è ammesso lo scontro santo fra gli Apostoli. Le lettere e gli Atti ci dicono tutt'altra cosa rispetto alla logica del dissenso. Fra l'altro sono solitamente proprio i sostenitori di un interventismo alternato della Chiesa in politica coloro che interpretano anche gli Atti e Lettere a corrente alternata. Il richiamo agli Atti diviene, nelle loro mani, pretesto per la rivoluzione ecclesiale e sociale, sulla base di non pochi passi in cui la povertà e la condivisione sono illustrati come caratteristiche forti della prima esperienza cristiana. Quei passi diventano lo snodo di una teologia tutta incentrata sulle logiche del bel mondo, così incentrata su di esso che perfino il prefisso "teo" diviene fastidioso per la loro logia. Ovviamente, per rendere perfetto il capovolgimento, si accredita tale logia della più alta patente di spiritualità, quasi che la dimensione sociale, con i buoni ufficio di quello Stato che pur si ritiene incompatibile con il Vangelo, sia la premessa unica dell'ascensione al divino, e non la conseguenza, la cartina di tornasole di un qualcosa che deve assolutamente venire prima. Ma le capriole non finiscono: Paolo, agli occhi di queste vittime dello strabismo spirituale, si tramuta nel campione di una grazia discendente in nome della fede, e questo può essere corretto. Ma la fede, secondo costoro, costituirebbe di una mescola psicologica di persuasione culturale, di indignazione sociale, di longanimità (quasi indifferenza) verso il peccato altrui e proprio. Se si potesse riassumere la posizione dei dissenzienti (e manca la penna per simili mulinelli), si potrebbe dire qualcosa di questo genere: "Oh Chiesa, non ti occupare dello Stato e lascia libere le coscienze dei fedeli, e poi denuncia aspramente lo Stato affinchè esso intervenga lì dove lo desiderano le libere e belle coscienze." Gli Atti e le Lettere, però, parlano di altro: di una Chiesa che va organizzandosi da capo a corpo e che conosce e pratica largamente la scomunica dei dissenzienti, parlano di una incessante esortazione alla quiete sociale, di un'assoluta preminenza nella predicazione del peccato individuale (un peccato ricondotto prioritariamente alle logiche del corpo) piuttosto che, e anzi come fondamento, dello scandalo sociale. Si derubricano intere pagine delle lettere pastorali, troppo cattoliche per essere autentiche, si stralcia Giacomo, così incentrato sulle opere da essere un pugno nello stomaco per Paolo, e si separa Paolo da Paolo stesso: il campione cosmopolita della grazia, l'autentico Paolo, che scrive riposato al mattino, contro il rabbino sessuofobo, il Paolo minore, che scrive al crepuscolo. Ora, viene veramente da chiedersi a chi e a cosa giovi il considerarsi portatori di un'unica esperienza del Regno. Chi dissente dai Vescovi è fuori dall'esperienza della Chiesa. -------------------------------- Inviato via http://arianna.libero.it/usenet/
