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[OT] Tipi(ni) sinistramente comunisti

di (DSD+SACD=THE_BEST)
il Mon, 30 Apr 2007 21:54:45 GMT
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D’Alema, il ditino alzato della politica

Venendo al mondo, Massimo D’Alema impartì gli ordini alla levatrice
per il buon esito del parto. Poi, congedò la mammana con aria di
sufficienza. Già dalla nascita sapeva tutto lui. Diventato comunista,
sommò alla spocchia naturale quella ideologica e così ce lo
ritroviamo. Tanti si prendono per un padreterno. A Max è riuscito di
farlo credere anche agli altri. Per recondite ragioni, è considerato
il più "intelligente", "aperto" e "liberale" (le virgolette sono
d'obbligo con tipi(ni) così...) dei politici di sinistra. Una
sopravvalutazione diffusa soprattutto nel centrodestra. Chiedete a
Fini, Berlusconi o un altro, quale avversario preferisce.
Risponderanno unanimi: «D’Alema». Implorate di precisare, diranno: «È
il più pragmatico, il solo con cui sia possibile stringere un
accordo». È una fantasia nata nel cervello di Giuliano Ferrara e
proliferata nella file della Cdl. Da ex comunista, Giulianone si picca
di conoscere gli ex-compagni. Inspiegabilmente, si è convinto che
D’Alema sia "superdotato". Per anni ha insistito col Cav. perché si
accordasse con lui. Ogni volta, è stato un buco nell’acqua. Alle
apparenti aperture, sono seguiti insulti da buttero: «Berlusconi è un
disastro punto e basta»; «Berlusconi è l’apice in cui il sistema
collusivo raggiunge la sua forma perfetta»; «Quelle di B. sono
scemenze»; «Ha avuto anche sfortuna. Ma tenderei a dire che, più che
averla, B. la sfortuna la porta». Questa è la farina del sacco di
presuntuos-D’Alema. Francamente, non sembra un genio e neanche un tipo
da frequentare Si potrebbe, anzi, direttamente evitare. Realista a
parole, Max è nei fatti uno dei «sinistri» più partigiani e comunisti.
Ogni tanto sembra venirti incontro, ma davanti alle difficoltà
ripiega. A chiacchiere ha fatto balenare mare e monti, il risultato è
stato sempre un pugno di mosche (rigorosamente rosse!). I migliori
ricordi dei berlusconiani su Max risalgono al 1997 quando guidò la
Commissione per le Riforme costituzionali. C’era un accordo bipartisan
su due punti. Dare una calmata ai giudici che facevano politica
(comunista) e trasformare la Repubblica da iperparlamentare in quasi
presidenziale. Ci si ricamò sopra un anno. Non se ne cavò nulla
proprio a causa di D’Alema. Appena le toghe si sentirono toccate,
ringhiarono e il nostro eroe fece dietrofront all’istante. Idem col
semipresidenzialismo dipinto dai cattocomunisti come un nuovo
fascismo. Impaurito dagli uni e dagli altri, Max dimenticò le promesse
e se ne lavò le mani. Il valore che l’attuale "ministro degli esteri"
dà alla propria parola si è visto in febbraio con la crisi del governo
Prodi. Nell’aula del Senato, durante la discussione per il
rifinanziamento della missione afgana, il pilatesco diessino aveva
detto: «Se mancano i voti, ce ne andiamo tutti a casa». Ossia: se il
governo cade, si torna alle urne; in ogni caso, bocciata la mia
proposta, io mi ritiro. I voti mancarono e il governo cadde. Tre
giorni dopo l’Esecutivo era di nuovo in piedi e Max, scordarello come
sempre, rimase avviticchiato alla sua poltrona alla Farnesina.
Da questo tronetto, D’Alema in un anno ne ha fatte più di Carlo in
Francia. Si è preso come consulente sull’Afghanistan un certo Gino
Strada. Un ex katanghese della Statale di Milano, che considera
«tagliagole» non già gli sgozzatori talebani ma il governo Karzai
(sic!). È andato a braccetto per Beirut con un signorotto degli
hezbollah che mentre si pavoneggiava con lui sognava la distruzione di
Israele. Ha aperto a Hamas che da Gaza lancia missili sugli ebrei. Ha
teso la mano alle Corti islamiche somale ispirate da Bin Laden. Tratta
con Gheddafi per costruirgli gratis un’autostrada, in cambio del suo
"perdono" per avere fatto della Libia una nostra colonia cento anni
fa, in attesa di risarcirgli gli eccessi dei legionari romani nella
Sirte. Con un simile "statista", Francia e Inghilterra, che
colonizzarono mezzo mondo, non avrebbero occhi per piangere.
Max è un tipo sussiegoso e intollerante che inalbera un paio di
baffetti dietro i quali nasconde chissà quali complessi. È pieno di
tic. Fino a qualche anno fa, gonfiava di continuo le gote come Boreo
per soffiare sulle palme delle mani umide per il nervoso. A furia di
dirglielo, gli hanno tolto il vezzo e ora si tira le dita, le stira e
le scrocchia. Se parla con qualcuno lo considera senz’altro un
imbecille e lo guarda con sarcasmo (se no che comunista sarebbe?). Se
quello osa fargli una domanda, alza esasperato gli occhi al cielo e
stringe la boccuccia a becco. Poi risponde come farebbe un filosofo
col ciuco impartendo una lezioncina semplificata per adeguarsi
all’infimo cervello dell’interlocutore. Da un tipo così ti
aspetteresti che messo alla prova faccia grandi cose. Ma sono
vent’anni che è in prima linea e non si ricorda di lui una sola cosa
di rilievo. Somiglia in questo a Ciriaco De Mita, altro pavone
inconcludente. Tra il 1998 e il 2000, D’Alema è stato due volte
"presidente del consiglio". Il suo primo atto fu coinvolgere l’italia
nell’unica guerra da mezzo secolo. Mandò l’Aeronautica a bombardare
Belgrado senza autorizzazione del Parlamento al solo scopo di
accreditarsi con le cancellerie occidentali che diffidavano di lui,
ex-comunista. Il secondo exploit fu avallare la conquista di Telecom
da parte di un avventuroso gruppo privato capeggiato da Colaninno,
Gnutti e da Consorte, il leader del coop rosse. Tale fu il suo fervore
nell’assalto che Palazzo Chigi venne definito «l’unica merchant bank
(Banca d’affari) in cui non si parla inglese». Ironia sferzante e
piena di inquietanti sottintesi, ma non sospetta poiché proveniva da
un uomo di sinistra come Guido Rossi. Max è un "comunista integrale".
Comunista è tutta la famiglia. Lo furono il padre e la madre. Lo è il
fratello minore, Marco. Lo è la moglie, Linda Giuva. Un'allegra
"famigliola"... Il ceppo dei D’Alema è di Miglionico nei pressi di
Matera. Il padre Giuseppe, a lungo deputato del Pci, nacque però a
Ravenna dove il proprio genitore era ispettore scolastico. Giuseppe fu
in gioventù acceso fascista (ohibò!). Spinse lo zelo fino a denunciare
al federale alcuni gerarchi che aveva sorpreso a banchetto mentre
vigevano le restrizioni di guerra. Dopo l’8 settembre '43, passò, come
tanti, nelle fila dei partigiani comunisti. Del Pci fu prima
obbediente funzionario, poi parlamentare. Il partito lo sballottò su e
giù per l’Italia. Il primogenito nacque a Roma, il cadetto a Venezia.
La famiglia traslocò poi a Genova. Qui, frequentando le medie, Max
chiese motu proprio l’esonero dall’ora di religione. «Sono ateo»,
dichiarò all’insegnante stupefatto. I compagni, meno evoluti di lui,
lo canzonarono: «C’hai la muffa in testa». «Meglio della mer*a che c’è
nella vostra», replicò il "genietto rosso". A dieci anni, in qualità
di «pioniere d’Italia» (gli scout del Pci) (ROFTL!), fu incaricato di
aprire a Roma il IX congresso comunista. Doveva tenere un discorsetto
davanti a Palmiro Togliatti. «Vuoi che ti aiuti a prepararlo?», gli
chiese il babbo. «Faccio da me», replicò il "fenomeno". Venuto il
giorno, salì sul podio e lesse sicuro le due paginette che aveva
scritte. Il Migliore lo applaudì, spalancandogli un roseo avvenire.
Si iscrisse a Filosofia alla Normale di Pisa, l’università che fu di
Giovanni Gentile e che era diventata roccaforte del Pci. Qui si legò a
Fabio Mussi. Stavano sempre insieme e li chiamavano Cric e Croc.
All’unisono, si fecero crescere i baffi. Mussi da foca (o da Stalin,
fate vobis), D’Alema da moscardino. Era il '68 e Max partecipò al
casino universale. Fu fermato dalla polizia e processato in due
occasioni: per un sit-in contro la visita del vicepresidente Usa,
Humphrey, e un lancio di sassi a Capodanno contro i gaudenti che
affollavano la Bussola di Forte dei Marmi (ma tu guarda, violento da
sempre il compagno Max!). In un’altra occasione, bloccò dei binari, ma
senza code poliziesche. Mise incinta Gioia Maestro, figlia di un
docente comunista di Fisica, e il partito li costrinse a sposarsi
(stra-sic!). Un anno e mezzo dopo erano separati. Tra rivoluzione e
alcova, il giovanotto non si laureò. A 26 anni, Max fu messo alla
testa della Fgci, i giovani comunisti. Con la scusa di rosicchiare
terreno agli extraparlamentari, la "insessantottì". I matusa del
partito storsero il naso e Giorgio Napolitano lo spedì in Puglia a
fare il segretario regionale, un po' come si confinava in Sardegna. A
Bari fu soprannominato Abatino per la puntigliosità. Poi, Spezzaferro
perché, nervoso com’era, piegava con le dita i tappi delle
bottigliette. In quegli anni, morì in un incidente d’auto la sua
compagna, Giusi Del Mugnaio. «Sono un uomo finito», disse Max. Due
anni dopo convolò a nozze con Linda Giuva, un’archivista foggiana,
celebrante Walter Veltroni. Hanno due figli e fino a qualche anno fa
un reddito di tremila euro al mese. Adesso l’Abatino ne paga 12mila
solo per il mutuo della barca. Ma da allora, che era semplice
deputato, è diventato l’eminenza grigia del partito di cui è stato
segretario dal '94 al'98. Oggi, Max ha 58 anni. Dal Pci-Pds-Ds ha
avuto tutto, e lo liquida quindi a cuor leggero. A cosa ora punti col
Pd non è chiaro a nessuno. Forse, stanno solo sbagliando i calcoli.
Lui e gli altri (compagnucci della parrocchietta).
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Il comunismo non è né un sistema economico né un sistema 
politico: è una follia, un'aberrazione temporanea che prima o 
poi sparirà dalla Terra perché contrario alla natura umana. 
Ronald Reagan - Maggio 1975 www.reaganlibrary.com/welcome.asp 
& www.ronaldreaganmemorial.com/ 
"Il grande liberatore": http://tinyurl.com/fs5e9 
Signature aggiornata: http://tinyurl.com/y6sq3g 
La tecnologia DSD/SACD: http://tinyurl.com/2abgq7
http://tinyurl.com/ycyd8t & http://tinyurl.com/ym7wek 
La voce della verità: www.ilgiornale.it e www.libero-news.it

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