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di (Thereader)
il Sat, 24 Mar 2007 00:52:17 +0100
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La Stampa


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23 Marzo 2007

Se a trattare è lo zio Sam

 
 L'idea era ingegnosa, anche se oggi suonerebbe come un'eresia: vendere
armi all'Iran, affinché convincesse Hezbollah a liberare gli ostaggi
americani in Libano. I soldi guadagnati, poi, sarebbero stati girati ai
guerriglieri Contras, che combattevano il governo sandinista in Nicaragua.
Da questo schema, ideato nel 1986 dai consiglieri Oliver North e John
Poindexter, era nato lo scandalo che aveva quasi distrutto il presidente
Reagan e il vice Bush. Una delle tante «relazioni pericolose» intrecciate
dagli Stati Uniti, per liberare i propri cittadini catturati nelle zone
calde del mondo o per curare l'interesse nazionale. 
Nel corso degli Anni Ottanta almeno una trentina di occidentali erano
scomparsi nei buchi neri del Libano, la maggioranza americani. Era un
periodo terribile, anche secondo gli standard di oggi. La guerra tra Iraq
e Iran era in corso dal 1980 e Washington sosteneva Baghdad, perché voleva
abbattere il regime di Khomeini, al punto che il 20 dicembre del 1983
Reagan aveva inviato Donald Rumsfeld a stringere la mano di Saddam
Hussein. L'ex capo del Pentagono sostiene che era andato a metterlo in
guardia contro l'uso delle armi chimiche, ma documenti di intelligence
pubblicati dalla George Washington University provano che era partito per
confermare l'appoggio americano all'Iraq. 
Intanto infuriava anche la guerra civile in Libano, dove il 23 ottobre
dello stesso anno un attentato aveva ucciso 241 marines.
Tre anni dopo, North e Poindexter avevano pensato lo schema di quello che
sarebbe diventato lo scandalo Iran-Contras. Nel febbraio del 1986 avevano
consegnato mille missili Tow a Teheran, e poi altre armi, tramite il
trafficante Manucher Ghorbanifar. I soldi ricavati erano finiti ai Contras
del Nicaragua, ma la maggior parte degli ostaggi era rimasta nelle mani di
Hezbollah. 
Nel novembre del 1986 il giornale libanese Ash Shiraa aveva rivelato il
traffico, obbligando Reagan a fare un umiliante «mea culpa», nonostante la
smentita che l'obiettivo dell'operazione fosse liberare i prigionieri
americani.
Nel 1989 era diventato presidente il suo vice, George Bush padre, che
durante il discorso inaugurale pronunciò queste parole: «Oggi ci sono
americani detenuti contro la loro volontà in terre straniere, di cui non
sappiamo nulla. Su questo problema può essere offerta assistenza, e verrà
ricordata a lungo. La buona volontà genera buona volontà». Il segretario
generale dell'Onu, Perez de Cuellar, intese quelle parole come un'apertura
e decise di verificarla. 
Nell'agosto del 1989 Brent Scowcroft, consigliere per la sicurezza
nazionale di Bush padre e mentore di Condoleezza Rice, andò a trovare
Perez in una villa sul mare degli Hamptons, per confermare che «il
presidente era pronto ad intraprendere una serie di gesti reciproci che
avrebbero allentato le tensioni e liberato gli ostaggi». Gli Usa, però,
non potevano negoziare direttamente con l'Iran, e quindi chiedevano aiuto
all'Onu. Il segretario generale affidò questo lavoro delicatissimo al suo
braccio destro italiano, Giandomenico Picco, che poco dopo si ritrovò nei
meandri di Beirut a trattare per la vita dei prigionieri. Parlando a nome
di Bush col nuovo leader iraniano Rafsanjani, Picco aveva prospettato lo
scongelamento dei fondi di Teheran bloccati negli Usa, la pubblicazione di
un rapporto Onu che addossasse su Baghdad la colpa della guerra Iran-Iraq,
e magari la liberazione di qualche estremista islamico detenuto dagli
israeliani. Tenendo Scowcroft sempre informato della trattativa, il
diplomatico italiano aveva ottenuto il rilascio degli ostaggi, senza
concedere tutte le contropartite offerte. Bush padre lo ringraziò nella
maniera più pubblica possibile, premiandolo col Presidential Special Award
for Exceptional Service, che sta ancora appeso nell'ufficio newyorchese di
Picco.
Quella, però, non fu l'unica volta che gli americani chiusero un occhio,
pur di salvare i propri connazionali o difendere il loro interesse
nazionale. Fonti di stampa, ad esempio, sostengono che nel 2003 Washington
aveva proposto un accordo ai talebani più moderati: scaricate il mullah
Omar, cacciate gli stranieri arruolati per la guerra santa, liberate i
prigionieri occidentali, restituite i cadaveri dei soldati morti e
terminate gli attacchi contro i contingenti internazionali, e in cambio
avrete un ruolo nel nuovo governo afghano. 
La trattativa era fallita, ma non era stata l'unica del genere. Il 2
maggio del 2003, infatti, l'ambasciatore americano Zalmay Khalilzad aveva
incontrato il collega iraniano Javad Zarif a Ginevra, per discutere un
altro scambio: Teheran offriva di consegnare o individuare i membri di al
Qaeda presenti nel suo territorio, se Washington avesse ricambiato
scaricando gli uomini del Mojahedin-e Khalq, guerriglieri anti iraniani
che Saddam aveva ospitato in Iraq. Il dipartimento di Stato considerava il
Mek come un'organizzazione terroristica, ma il baratto era stato fermato
dai falchi del Pentagono, che accettavano solo il cambio di regime nella
Repubblica islamica.
Qualcosa, invece, deve essersi mosso nel marzo del 2006, quando la
giornalista americana del Christian Science Monitor Jill Carroll è stata
liberata in Iraq, dopo quasi tre mesi di prigionia. In altre occasioni,
come quella di Nicholas Berg, Washington non aveva ceduto, e Abu Musab al
Zarqawi aveva decapitato con le sue mani il giovane esperto di
telecomunicazioni della Pennsylvania. Il 2006, però, era un anno
elettorale e l'insoddisfazione dell'opinione pubblica americana per la
guerra continuava a crescere. I rapitori avevano chiesto il rilascio delle
detenute donne, in cambio della vita di Jill, e secondo la Cnn gli Usa
avevano inviato a Baghdad una squadra di negoziatori composta da uomini di
Fbi, Cia, dipartimento di Stato e Pentagono. Washington ha sempre negato
di aver stretto la mano al diavolo, ma cinque prigioniere furono
rilasciate, prima che la Carroll potesse tornare a casa.
 


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