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Piss Christ e guardonismo necrofilo

di "donquixote"
il Thu, 22 Mar 2007 00:00:02 +0100
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Il Giornale
Cadaveri in mostra A Milano pietà l'è morta  - di Redazione -
Al Pac (Padiglione d'arte contemporanea) di Milano si «celebra l'estro
creativo di un grande interprete dei nostri tempi: Andres Serrano». È un
fotografo newyorkese di 56 anni, che quando ne aveva 37 produsse Piss
Christ: un crocifisso infilato in un recipiente riempito di urina
dell'autore. Quest'immagine si potrà vedere nell'ambito della mostra
Il dito nella piaga che si tiene nello spazio espositivo di proprietà
del Comune (il sindaco Letizia Moratti s'affretti).
La direzione del Pac ha deciso d'ospitare in contemporanea
la mostra The morgue. Si tratta di dieci fotografie che
Serrano ha scattato ad altrettanti cadaveri girando per obitori. «Immagini
macabre e scioccanti a lungo tenute nascoste per volere dello stesso artista
e che ora vengono presentate per la prima volta, in esclusiva assoluta, a
Milano», giubilano gli organizzatori. Vorrei vedere chi altro se le sarebbe
pigliate.
Fin qui siamo ai risvolti patologici di certa arte moderna. Il fatto è che
in occasione delle due mostre il Pac ha voluto organizzare anche un
«programma didattico» intitolato La distanza dello sguardo.  Concordo: a
certe cose si dovrebbe gettare uno sguardo mantenendo la distanza di
sicurezza, e meglio ancora sarebbe distoglierlo. Qui, invece, sono invitati
«i ragazzi da 11 a 14 anni» per «una visita guidata a una selezione di opere
di Andres Serrano finalizzata alla conoscenza dell'artista e del suo
lavoro». L'iniziativa è sponsorizzata dalla Coop Lombardia, del resto agli
appuntamenti col progresso civile la Lega delle cooperative non manca mai.
Alle scolaresche faranno vedere Fatal meningitis, un bimbo di due anni
ucciso dalla meningite, o Antonio and Ulrike, un vecchio nudo abbarbicato a
una giovane modella, anche lei nuda? The mime, un mimo stagionato che
esibisce i genitali, o Blood & semen, un ingrandimento di sangue e sperma?
Forse la Milano col cuore in mano soffre di qualche aritmia. Mi è stato
segnalato un sito ufficiale dell'Università Statale, quello del Laboratorio
di antropologia e odontologia forense, graziosamente rubricato Cadaveri
senza nome, dove si legge che «con   il permesso delle autorità giudiziarie
competenti vengono pubblicati gli identikit di cadaveri non ancora
identificati giunti all'osservazione dell'Istituto di medicina legale di
Milano» e si avverte «che tali immagini potrebbero turbare la sensibilità».
Accidenti, vi sembrano foto da schiaffare su Internet alla mercé del primo
che passa? Ammazzati, annegati ripescati nei fossi, prostitute dai volti
tumefatti, sbandati arrotati sulle tangenziali. Alcuni morti addirittura 11
anni fa. Sarà anche importante dargli un nome,  ma della loro dignità di
persone importa qualcosa a qualcuno?
Che strana società. Dilaga il guardonismo necrofilo, eppure la morte viene
accuratamente nascosta, rimossa, guai a nominarla. I nostri figli possono
accedere via Web alle sale autoptiche di mezzo mondo, vedere le foto del
presidente Kennedy sul tavolo anatomico con la scatola cranica squarciata e
del cadaverino decomposto di baby Lindbergh, entrare in diretta nella crime
scene e trovarvi i suicidi ancora con la corda al collo. (A proposito, ho
notato che gli investigatori accorsi dopo il disastro nella metropolitana di
Roma indossavano un pettorale con su scritto «Crime scene», come nei
telefilm, benché si trattasse di un incidente e non di un delitto: la
conferma che ormai la fiction ha avuto il sopravvento sulla realtà). Però
mai una volta che si senta dire di qualche giovane deciso a diventare
necroforo o a farsi assumere come preparatore nelle celle mortuarie dove si
lavano e si vestono le salme.
Ha ragione lo scrittore Andrea Bajani,  che a un dibattito a Urbino ha
sostenuto come il problema non sia quello di trovare un nome più gentile per
i becchini, bensì di designare in un altro modo questi morti che nessuno
vuole avere dintorno se non in fotografia. Ha pertanto proposto, sulla scia
dei nani (verticalmente svantaggiati), dei sordi (non udenti) e degli
handicappati (diversamente abili), di chiamarli diversamente vivi,
definizione che almeno ha il pregio dell'afflato soprannaturale.
Comunque le due mostre di Serrano al Pac lo confermano:  siamo circondati da
diversamente sensibili. Sciacalli, si sarebbe detto un tempo.




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