Google
 

it » cultura » cattolica

L'eutanasia e il card.Martini

di Mauro Di Domenico
il Mon, 16 Apr 2007 12:15:03 +0200
newsgroups it.cultura.cattolica
message-id <evvib7$iv0$1@tdi.cu.mi.it>

I media recentemente hanno sottolineato un contrasto tra il Card.Martini
e la linea del magistero pontificio. In particolare si e' molto
commentata la lettera dell'arcivescovo di Milano: "Io, Welby e la morte"
(news:ep54n4$ajd$1@tdi.cu.mi.it)

E' proprio vero che i contrasti siano solo un'invenzione mediatica? E'
giusto focalizzare l'attenzione solo sulle smentite disattese, e
sull'interpretazione (giusta o sbagliata) dei giornalisti?
Qui su ICC si e' detto che smentire una notizia fasulla significa
semplicemente ripeterla. Come dire: non ne vale la pena. Oppure si
afferma che il Card.Martini abbia semplicemente detto qualcosa cosi':
stiamo bene attenti, il "caso Welby" e' stato solo il primo; ne
capiteranno sempre di piu', e dobbiamo essere preparati, anche sul piano
legislativo. Ma cio' si tradurrebbe nelle pagine giornalistiche con il
titolo "Martini apre alla legge sull'eutanasia".... Anche il sito della
diocesi di Milano si e' posto su questa onda, difendendo il suo
arcivescovo dalle accuse di lontananza da Roma.

Perche' piuttosto non andiamo a leggere noi stessi quella lettera,
restando sui contenuti?

Cosi' scrisse:
"...e' di grandissima importanza in questo contesto distinguere tra
eutanasia e astensione dall'accanimento terapeutico, due termini spesso
confusi. La prima si riferisce a un gesto che intende abbreviare la
vita, causando positivamente la morte; la seconda consiste nella
<<rinuncia ... all'utilizzo di procedure mediche sproporzionate e senza
ragionevole speranza di esito positivo>>..."

dunque l'eutanasia si caratterizzerebbe dalla sua "positivita'", mentre
l'interruzione dell'accanimento si ascrive tra gli atti leggittimi di
rifiuto e rinuncia di una terapia, anche quella gia' in atto.
Positivita' contro passivita'.
Ricordiamo che, invece, secondo l'Evangelium Vitae l'eutanasia e'
"un'azione o un'omissione che per natura sua o nell'intenzione di chi la
compie provoca la morte con l'intenzione di alleviare il dolore" (cfr.
n. 65). Proprio a partire da queste premesse autorevoli, il
mons.Sgreccia, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita,
rispose al card.Martini, per i tipi del "Corriere": "[la definizione di
Martini] e' insufficiente, perche' riguarda soltanto la cosiddetta
eutanasia attiva, mentre e' eutanasia anche la 'omissione' di una
terapia efficace e dovuta, la cui privazione causa intenzionalmente la
morte. In questo senso si realizza appunto l'eutanasia omissiva, (non e'
appropriato chiamarla 'passiva', con un termine eticamente debole e
neutro)...la gravità morale dell'eutanasia omissiva e' uguale rispetto a
quella dell'azione 'positiva' di intervento o gesto che causa la morte:
l'una equivale all'altra dal momento che provocano lo stesso effetto e
procedono dalla stessa intenzione. Si tratta sempre di morte provocata
intenzionalmente...Se accettassimo che l'eutanasia si configura soltanto
quando e' il risultato di un gesto che causa positivamente la morte - ha
spiegato monsignor Sgreccia -, vorrebbe dire che tutto ciò che mira a
causare la morte per sottrazione di intervento (per esempio: sottrazione
di cibo o una intenzionale mancata rianimazione) non sarebbe eutanasia
e, così anche, il rifiuto intenzionale delle terapie valide non
costituirebbe un problema morale. Il che non credo possa corrispondere
alla mente del cardinale Martini e, certamente, non corrisponde ai testi
del Magistero e della dottrina cattolica".

Prosegue il card.Martini:
"...Il punto delicato e' che per stabilire se un intervento medico e'
appropriato non ci si può richiamare a una regola generale quasi
matematica, da cui dedurre il comportamento adeguato, ma occorre un
attento discernimento che consideri le condizioni concrete, le
circostanze e le intenzioni dei soggetti coinvolti...".

sono le caratteristiche di un atto morale: oggetto,
circostanze, e intenzione. Qui si afferma che l'oggetto non e'
determinabile, e che restano solo intenzione e circostanze. Ma la morale
cattolica afferma che e' proprio l'oggetto a specificare moralmente
un'azione, e che l'intenzione buona non rende buona l'azione cattiva
(CCC 1753). Molto chiaramente, nel CCC 1756 si dice che e' sbagliato
giudicare gli atti considerando solo intenzioni e circostanze. Tanto
piu' vero per una legge, che non puo' basarsi sulle intenzioni!

Con questo principio se il paziente insiste, anche una terapia salvavita
potrebbe essere interrotta, anzi, il medico non potrebbe esimersi dal
farlo. Non parlo dei casi in cui il paziente stesso puo' interrompere,
ma piuttosto di quei casi in cui la terapia avviata puo' essere
interrotta solo dal medico. Se il giudizio del paziente e' assoluto ed
insindacabile, allora potremmo avere casi di gente stanca del proprio
pacemaker, o del proprio catetere per la dialisi, o del proprio
ventilatore polmonare... e medici obbligati a interrompere la loro vita.
E difatti giunge a dirlo chiaramanente:

"...In particolare non può essere trascurata la volonta' del malato, in
quanto a lui compete - anche dal punto di vista giuridico, salvo
eccezioni ben definite - di valutare se le cure che gli vengono
proposte, in tali casi di eccezionale gravita', sono effettivamente
proporzionate..."

eliminata ogni oggettivita' nella valutazione di accanimento
terapeutico, spetterebbe solo al paziente il giudizio.
Quindi il paziente diventa medico di se' stesso, se spetta solo a lui
giudicare l'efficacia e la bonta' delle cure.. e il medico diventa solo
un operaio che e' obbligato a "staccare la spina" su richiesta. Aberrante.

Giustamente, secondo monsignor Sgreccia, il giudizio sulla
proporzionalita'-sproporzionalita' richiede "una valutazione che va fatta
dal medico, sul piano squisitamente tecnico-scientifico e alla luce dei
dati di esperienza".

Ma subito dopo c'e' un riferimento proprio alle terapie interrompibili
solo dal medico, e salvavita (e a Welby...):

"...Forse sarebbe più corretto parlare non di <<sospensione dei
trattamenti>> (e ancor meno di <<staccare la spina>>), ma di limitazione
dei trattamenti..."

ma quando si stacca la spina... non si fa altro che... staccare la
spina! Con Welby hanno fatto questo, e l'hanno ucciso. La volonta' di
attenuare un linguaggio e' sospetta.

Ed infine:

"...Dal punto di vista giuridico, rimane aperta l'esigenza di elaborare
una normativa che, da una parte, consenta di riconoscere la possibilita'
del rifiuto (informato) delle cure - in quanto ritenute sproporzionate
dal paziente - , dall'altra protegga il medico da eventuali accuse (come
omicidio del consenziente o aiuto al suicidio), senza che questo
implichi in alcun modo la legalizzazione dell'eutanasia..."

Il medico-operaio dovrebbe uccidere il paziente ad ogni sua richiesta.
Con un tale avvallo morale, il medico cattolico non avrebbe neppure dei
giusti motivi per chiedere l'obiezione di coscienza. E la legge dovrebbe
proteggere il medico-operaio dalle accuse di omicidio del consenziente.

In questa lettera Martini accetta l'eutanasia omissiva, distrugge
l'oggettivita' degli atti morali, non concede un ruolo attivo al medico,
e tra le righe sembra concedere a Welby un benestare sul piano morale.

Questa e' la proposta di Martini, ed era proprio un discorso cucito
addosso al caso Welby. In contrasto con le prese di posizione di tutti i
vescovi.

Ciao,
Mauro.

Risposte

Tutti i messaggi della discussione