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ancora sui partigiani sovietici in italia

di marc
il Thu, 12 Jul 2007 05:44:03 -0700
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Salve a tutti, vi seguo con grande interesse da un paio di anni. Ho
letto oggi una discussione di qualche settimana fa e riprendo qui
l'argomento.

Sui 'partigiani russi' ho compiuto una lunga ricerca, quando
ebbi occasione di fare un documentario su di loro, con
particolare riferimento al Piemonte, per conto di Russkij Mir
(l'ex italia-URSS) di Torino. Da tale lavoro stiamo ricavando oggi
una 'versione nazionale' della cosa.

La loro vicenda è molto interessante per vari motivi: leggete - se
volete - con pazienza,
cercherò la sintesi, ma le cose da dire sono tante:

La cifra indicata da Galleni di circa 5500 sovietici nella Resistenza
italiana non è campata per aria e si basa suoi ruolini di
smobilitazione delle brigate nel '45. Credo proprio che nessuno avesse
interesse ad inserirvi dei nomi di 'russi' inesistenti.
Più che altro erano scritti tutti sbagliati, o c'è il solo nome di
battaglia e tra parentesi  'sovietico'. (questo creerà problemi,
ultra)

Di questi circa 5500 più del 10%  morì combattendo in Italia. (solo in
Piemonte furono  62 caduti  su 717 attivi - contati, fidatevi).
Le regioni con una maggiore loro presenza furono - oltre il Piemonte -
l'Emilia, la Liguria il nord della Toscana e qualcosa in Veneto. Ma ce
ne fu un gruppo consistente anche in Lazio. Furono più o meno
dappertutto.

Tra loro i prigionieri di guerra furono una esigua minoranza. Una
minoranza importante perché ideologizzata, antifascista, antinazista.
Furono gli ex POW la 'prima ondata' di sovietici nelle formazioni
partigiane. Pochi e molto motivati. Più che prigionieri degli
italiani, erano prigionieri finiti in campi italiani anche se si erano
arresi ai tedeschi - questo non so perché, presupporrebbe una certa
'mobilità' dei prigionieri tra campi tedeschi e italiani, che non mi
spiego con motivi di salute. Ad esempio il tanto citato (troppo, poi
vedremo il perché) Fedor Poletaev era un sottuficiale d'artiglieria
controcarro e fu fatto prigioniero nella sacca di Smolensk dove gli
italiani erano presenti solo col pensiero, eppure finì a Tortona...

L'otto settembre - dicevo - molti prigionieri russi si diedero alla
macchia, alcuni di loro avevano già avuto contatti clandestini con gli
antifascisti. Qualcuno di loro sapeva dunque dove e da chi andare e si
portò dietro gli altri. Due esempi piuttosto noti sono quelli di A.
Tarasov e di Volodija Pereladov: il primo si rifugiò per varie
settimane da papà Cervi - e ne divenne l'ottavo 'figlio' russo - il
secondo si diede alla macchia. Insieme fondarono - da lì a poco - il
famoso 'battaglione sovietico d'assalto' che sarà il protagonista in
Emilia di tantissimi fatti d'armi, tra cui la conquista di
Montefiorino e la sua difesa.  Il 'battaglione sovietico d'assalto'
era composto da circa 200 uomini con tanto di bandiera rossa con
scritte in cirillico, ufficiali e commissari sovietici, ordini in
russo e avevano trovato anche - chissà dove - qualche pepescià e
munizioni relative - oltre alla 'normale' dotazione partigiana.

In un secondo tempo (dalla primavera estate '44) nelle brigate ci fu
l'arrivo dei disertori: Hiwi, Todt e Wehrmacht. Studiosi tedeschi - ho
i libri a casa e adesso sono in studio -  affermano che in italia i
russi al seguito dei tedeschi fossero parecchi: più di 150.000. Non è
nemmeno questa una cifra irragionevole: c'erano i cosacchi di Krasnov
nell'Adriatische Küsterland che da soli erano più di 50.ooo  e poi la
divisione turkestana, i battaglioni georgiani, tartari di Crimea,
ucraini e poi gli hiwi e i prigionieri schiavizzati della Todt a
lavorare su ponti e ferrovie (e nelle città bombardate).

Solo alcuni di essi avevano avuto contatti con il movimento di Vlasov:
soprattutto comunisti oppositori del regime staliniano, nazionalisti,
avventurieri vari o semplicemente gente che aveva avuto dei morti in
famiglia durante le purghe degli anni '30 o - soprattutto caucasici,
cosacchi e ucraini - con le famiglie sterminate dai Rossi durante la
guerra 1918-21.
Qua e la in Italia si trovano incise nella roccia vicino a dove i
russi passati coi tedeschi facevano i turni di guardia degli scudetti
POA (ROA). Ma la maggioranza dei sovietici passati con i tedeschi
erano dei 'prigionieri puri' che avevano semplicemente preso il treno
dell'arruolamento nella Wehrmacht o nella Todt per sfuggire a morte
certa nei campi di prigionia tedeschi (dove morirono, tra '41 e '45,
cira 5 milioni di prigionieri sovietici). Un ex partigiano georgiano
che vive ad Intra dove si è sposato nel '45 con una eroina della
Resistenza locale mi ha detto che nella Todt i sovietici - li chiamo
così perché di 'russi-russi' ce n'erano effettivamente pochi -
facevano a gara per farsi mandare in Italia o in Jugoslavia per poi
scappare dai partigiani.

SU TUTTI INCOMBEVA IL PRIKAZ 270 dove veniva comminata la pena di
morte a chi si arrendeva al nemico e autorizzava la ritorsione sulle
famiglie. E si erano arresi tutti, anche quelli che poi fondarono i
'battaglioni sovietici d'assalto', mica solo quelli che poi
confluiranno nella 162° divisione turkestana o nella ROA... Perché si
fossero arresi è presto detto: un altro ex partigiano ucraino ancor
oggi residente in Italia (e fatto prigioniero in Crimea)  mi ha detto:
'...circondati, dopo dieci giorni che non ricevevamo viveri, una
settimana dopo che gli ufficiali superiori erano scomparsi tutti,
quando abbiamo finito le munizioni ci siamo arresi, che cosa dovevamo
fare?...'

INSOMMA: tra Prikaz incombente e successi dell'Armata Rossa - di cui
gli 'ideologizzati' della prima ondata andavano tenendo informati
quelli che ancora erano in feldgrau con volantini ciclostilati scritti
in puro stile 'qui radio Mosca, morte al fascismo e ai traditori'
molti sovietici della Wehrmacht e della Todt passarono ai partigiani
italiani. I quali li andavano a reclutare anche per conto proprio,
affronando molti rischi: in molti finirono vittime di imboscate
mascherate da false diserzioni di 'russi'.

Se in 5.500 passarano ai partigiani, gli altri rimasero coi tedeschi,
combattendo lealmente e arrendendosi agli americani il 28 o il 30 di
aprile, belli inquadrati, con tutto l'equipaggiamento in ordine e
sulla via del Brennero. A parte i pochi reparti mandati in linea,
generalmente i 'russi' di Kesserling controllavano il territorio,
strade ferrate e retrovie del fronte soprattutto. Poi c'erano gli
specialisti del terrore: provate ad andare in val Borbera, per
esempio, e dite che state facendo un documentario sui 'mongoli':
le vecchie signore - ancora terrorizzate - vi chiuderanno le persiane
in faccia e vi diranno di andar via, che ne hanno già avuto
abbastanza...

Il responsabile della SIP (servizio informazioni partigiano) di quelle
parti - dove c'era la garibaldina Pinan Cichero, una delle più
agguerrite formazioni partigiane d'italia - persona serissima, mi
confermava che gli stessi tedeschi davano i Mauser ai mongoli solo
quando andavano in azione, altrimenti 'quelli' si sparavano tra
loro...

Nella 'Pinan Cichero' c'era ache Fedor Poletaev con una quarantina di
sovietici e 'quel' giorno in cui morì e per cui fu poi insignito negli
anni sessanta del titolo di Eroe dell'Unione Sovietica - unico
partigiano russo all'estero - lo scontro era proprio tra un
distaccamento della Cichero - con molti russi - al comando di
'Toscano' e i famigerati 'mongoli'. Rossi contro Bianchi, come nel
'19, ma in mezzo alle montagne liguri.
In ogni caso, dalle grida, Fedor si accorse che gli altri erano dei
'mongoli', mollò il mitra si tirò su e cominciò a gridargli cose in
russo, una parte dei mongoli si consegnò, qualcuno invece scappò,
sparacchiando da lontano un po' a casaccio e così morì Poletaev.
Una morte accidentale, dice Toscano. Fedor fu fatto Eroe per altri
motivi:
 - era stato un prigioniero fuggito della 'prima ondata' e dunque non
si era mai arruolato nella Wehrmacht
 - Fedor morì combattendo contro i mongoli e dunque lavando l'onta
degli 'altri russi' (in Europa occidentale gli unici 'russi' che la
gente aveva visto erano quelli della Wehrmacht)
 - in qualche modo dal nome di battaglia partigiano di 'Poetan' si
riuscì a identificare con sicurezza  l'artigliere dell'Armata Rossa
'Fedor Poletaev' fuggito nel settembre '43 dal campo di prigionia di
Tortona
-  SOPRATTUTTO: c'era l'accordo con l'ENI e la FIAT nell'aria.

In verità, Toscano e gli altri della Cichero volevano dar la medaglia
ad un altro sovietico, uno studente di Odessa ben diversamente
meritevole, ma non si è mai capito se si chiamasse Sasha Kirikov o
Kirinov o Kikirikov e dunque l'Eroe finirà per doverlo fare il buon
Fedor...

Abbiamo trovato - oltre a un romanzo su Fedor scritto nella più pura
imitazione dello stile di Sholokov - un bellissimo film di propaganda
sovietica in cui si assiste alla visita a Genova della moglie e del
figlio di Poletaev negli anni '60, alla loro visita ai cantieri navali
dove gli operai italiani fanno vedere loro la superpetroliera in
costruzione che hanno deciso di chiamare: 'Fedor Poletaev' e una 'via
Poletaev' a Genova. La petroliera non è mai esistita, la via - 50
metri scarsi - c'è ancora adesso.

______

I partigiani russi, alla fine della guerra, al ritorno in URSS ebbero
una pessima sorpresa: quasi tutti furono internati insieme ai
'vlasovici' anzi, già sulle tradotte per l'URSS furono messi insieme
ai 'Bianchi', filonazisti e partigiani insieme. Questo per via del
PRIKAZ 270: tutti, vlasovici e partigiani si erano prima di tutto
arresi...
Uno di loro, il padre, riuscì a mandare da Bratislava una cartolina al
figlio e al fratello ancora a Villar Perosa (erano stati tutti e tre
partigiani con gli autonomi) dicendo loro di non sognarsi di ritornare
in patria, che già al Brennero l'avevano messo con i cosacchi...
Quel padre morirà in un gulag di lì a qualche anno.

Anche il mitico Volodjia Pereladov - quello del 'Battaglione sovietico
d'assalto' medaglia d'oro inglese e italiana sul petto finirà in un
gulag. Lui che a quelli della Wehrmacht aveva solo e sempre sparato,
altro che arruolarsi... Lui che aveva sfondato la Gotica due volte -
andata e ritorno - coi suoi e poi in primavera con gli inglesi dietro,
Pereladov al porto di Odessa verrà preso a sputi dalla gente per
strada e poi internato. Pereladov in seguito scriverà poi due libri:
uno tenerissimo di ricordi partigiani italiani e l'altro amarissimo di
galere russe, di 'commissioni di valutazione', di 'rieducazione' di
casa e lavoro difficili da trovare anche quando Krushëv li riabilitò
tutti...

Cosa rimane di loro nei ricordi della gente italiana? Molto di umano e
poco di politico o di militare. Anche se avreste dovuto vedere come
luccivano gli occhi di molti garibaldini quando raccontavano che i
'russi' parlavano loro di Stalin e della collettivizzazione,
dell'ateismo e delle fabbriche... O i comandanti italiani più
'guerriglieri' che si ancor oggi si emozionano perché '...sai: 'loro'
sotto il fuoco non si muovevano, tenevano la posizione e poi
avanzavano, in catena, l'uno dietro l'altro, coperti, altroché i
nostri...'
Altri ricordano di come fossero durissimi tra di loro: per un furto
non c'era il 'palo', ma direttamente la fucilazione (c'è una
spegaziane anche a questo: '...sai, ci mostravano l'uomo nuovo
sovietico, e la notte prima bevevano tutti insieme: il condannato e il
picchetto e nessuno piangeva...').
TUTTI ricordano che bevevano qualsiasi cosa, anche il kerosene.

Ottimi soldati, 'tenevano la posizione': spesso in possesso di DUE
addestramenti militari: Armata Rossa e Wehrmacht, insegnarono ai
nostri ragazzi a fare la guerra e sbrigarono loro le situazioni più
difficili. Spesso i comandanti italiani lasciavano che agissero in
gruppo e vederli partire all'attacco era comunque esaltante:
'...l'Armata Rossa quella di Stalingrado, di Kursk era lì con te, sai:
hurrà!...'
'Tenevano la posizione' ma c'erano anche le eccezioni: i 'colpisti'
geniali, quelli che si travestivano da tedeschi e li facevano
impazzire, come il mitico capitano Danilov (anche se - inter nos - il
nome mi sembra serbo) in Friuli che aveva sempre dei 'partigiani
prigionieri' da consegnare, travestito da ufficiale SS e con buona
scorta di russo-tedeschi o ai tedeschi stessi o ai repubblicani: come
andasse a finire, è facile immaginare.

Qualche partigiano reduce dell'ARMIR ci sapeva anche parlare insieme,
se no loro imparavano alla svelta l'italiano. E poi erano competenti:
gli esplosivi paracadutati li sapevano maneggiare loro, mica i ragazzi
di diciott'anni renitenti alla leva di Salò... E così i pezzi
controcarro: l'unico elefantino che entrò in azione alla liberazione
di Torino lo maneggivano loro... Erano anche, molti di essi, buoni
cacciatori, cosa apprezzatissima in montagna, inverno '44 il più
freddo degli ultimi vent'anni...
E quando il 25 aprile Moscatelli entrò in Milano ancora presidiata da
tutti (Decima, milizia, tedeschi) chi volle con sé, prima formazione
partigiana ad entrare in città? Ma il battaglione georgiano, no...
Trecento georgiani efficientissimi comandati da un leggendario
capitano dell'Armata Rossa, 'il Kote', eroe dell'Ossola e della
battaglia di Gravellona...

Non fecero troppe distinzioni politiche: l'ambiguissimo 'autonomo'
Mauri - che faceva trattative private coi tedeschi - aveva anche lui i
suoi russi, così come i garibaldini e i gielle. Dei russi e dei gielle
c'è da raccontare un aneddoto singolare: in una zona dove erano
egemoni - il cuneese occidentale - gli anticomunisti GL festeggiarono
insieme coi loro sovietici il 18 ottobre (Rivoluzione d'ottobre) con
una bella parata generale in quel di Monterosso Grana, armi lucide e
bandiera rossa in testa. Poi il maggiore Konov tenne un bel discorso
prima in russo e poi in italiano e si festeggiò un po'...

Altra cosa che rimane di loro in Italia sono i figli. Un certo numero
di partigiani sovietici non tornò in URSS. Di quelli che restarono,
molti si sposarono. Qualcuno ancora vive qui ed è nonnoi. Altri
rientrarono e i figli avuti con le italiane rimasero qui. Le ragazze
di allora dicono ancor oggi che 'i russi' erano generalmente giovani e
belli e poi, poverini 'erano così lontani da casa...'

Forse l'ultima cosa che rimane da dire di loro sono gli amici. Ho
conosciuto tante persone che negli anni '60, '70, '80 e oltre, finché
l'età è stata clemente, andavano OGNI ESTATE a trovare i loro compagni
sovietici. Gente che ha tuttora la casa piena di ninnoli georgiani,
ucraini, russi. Tappeti, samovar, quadri, balalaike, tazze e tazzine,
gigantografie di Stalin, Marx, Engels, Lenin e tante fotografie,
fotografie, fotografie. A Tiblisi anziché a Rimini. Una di loro in
nostro onore ci aprì uno spumante di Crimea di vent'anni,
assolutamente imbevibile. Lei piangeva e ci parlava del capitano Bruno
che era amico del Kote...

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