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Parlamento appeso ai voti dei Pallaro e delle Olga Thaler sulla base di un voto sostanzialmente irregolare: quello degli italiani all'estero.

di "*Pomero*"
il Wed, 11 Jul 2007 22:25:28 GMT
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Quei silenzi sui pasticci in Sudamerica
Scritto da Luca Telese
Wednesday 11 July 2007

Dovrei iniziare l'articolo scusandomi coi lettori, perché noi de Il
Giornale, questa storia di voti adulterati, contraffatti e
mercanteggiati a cavallo fra urne taroccate, continenti e oceani, l'
abbiamo già raccontata tre volte.

Ma anche la quarta serve, perché in Italia la verità si afferma solo
per martellamenti progressivi: allora infatti i lettori ci credettero,
ma la stampa registrò le nostre cronache con dissimulato ma
percepibile scetticismo.

Oggi, dopo il video di Repubblica, molti che allora preferirono non
vedere aprono gli occhi, e scoprono che il nostro Parlamento appeso ai
voti dei Pallaro e delle Olga Thaler sulla base di un voto
sostanzialmente irregolare: quello degli italiani all'estero.

Iniziammo a curiosare su quel surreale scrutinio con una inchiesta a
puntate su questa testata, nel maggio 2006, quando il risultato era
ancora caldo.
Partendo (apparentemente) da un dettaglio, una disputa in casa
diessina sulla mancata elezione della senatrice italo-argentina
Mirella Giai (una candidata ingiustamente privata del seggio)
scoprimmo che in tutta la procedura c'erano infinite magagne, e che i
nostri italiani all'estero erano una sorta di tribù separata,
«elettori di un Dio minore».

Che ci fossero molti dubbi, su quel voto, non è un mistero.
Il primo a denunciarli, a onor del vero, fu l'ex ministro Mirko
Tremaglia, sole ventiquattr'ore dopo lo spoglio. Ma Tremaglia era
testimone «di parte» - dissero - reduce da una sconfitta personale con
la sua lista, il suo dossier non arrivò sui giornali (a parte il
nostro).

Certo, era una «prima volta» e molto pesò l'esordio di un meccanismo
mai rodato.
Ma le testimonianze indicavano molto più di generiche disfunzioni
organizzative.

Intervistai un insospettabile, Antonio Bruzzese (sindacalista Cgil,
responsabile Inca Sudamerica) che rivelò come si svolgevano la
competizione in quel continente: «Il clima era tale - spiegò - che le
poste del Venezuela mi offrirono 10mila tagliandi elettorali da
trasformare in voti».

Un'offerta che per fortuna Bruzzese rifiutò (ma di cui forse altri
meno onesti approfittarono).
E se non erano le poste, a mettere all'asta i cedolini, non mancavano
altri sistemi. «Davvero - mi diceva ancora Bruzzese - lei non ha
capito come funzionava?
La metà degli aventi diritto manco sapevano di poter votare.
Coi loro tagliandi si andava al seggio, e si votava direttamente».
E se gli chiedevi come si potesse senza documenti di identità, rideva
amaro: «Macché documenti! Lei non ha idea di cosa è successo qui» (l'
intervista, sia detto per inciso, gli costò l'incarico).

Aveva ragione Bruzzese: nessun giornalista italiano sapeva cosa
accadeva. Nessun quotidiano pensò che valesse la pena seguire quel
voto, noi recuperammo dopo.
Fu così che il Giornale con una breve inchiesta prese come bandolo
della matassa quel piccolo-grande episodio: il «ribaltone» con cui la
commissione elettorale aveva proclamato e detronizzato - in pochi
giorni - la senatrice Mirella Giai (figura prestigiosa della comunità
italiana in Venezuela).
Suscitammo un putiferio riferendo il dialogo (perlomeno imbarazzante)
con cui un messo di Piero Fassino, Norberto Lombardi (immortalato in
un documentario commissionato, ma mai trasmesso da Sky, Hermanos de
Italia) si rivolse alla neo-ex-senatrice, che denunciava il non
trasparente conteggio con cui era scavallata alla posizione di prima
non eletta: «Abbiamo interesse a non far muovere paglia - le diceva
Natali - perché sennò ci salta tutto il baldacchino!».

Solo per aver riferito questo dialogo Lombardi ha querelato chi scrive
e il direttore di questo giornale (ma il testo era stenografico: se c'
era illecito avrebbe dovuto auto-citarsi!).
Per la cronaca: la Giai riuscì anche a provare con esempi concreti il
tenore delle operazioni: 130 voti a suo nome nel seggio 619 di
Caracas - ad esempio - furono spostati sul suo avversario Pollastri,
mentre i 16 voti ottenuti da lui erano stati attribuiti a lei.
Lo dicevano i verbali: presentò un ricorso, ma ancora oggi (ovvio...)
il Senato non ha deliberato sulla pratica. L'ho incontrata anche al
congresso dei Ds di Firenze: «Aspetto giustizia».

Seguendo la storia arrivammo al vero «mattatoio elettorale», il seggio
estero di Castelnuovo di Porto, dove tutte le cronache narravano di
uno scrutinio a dir poco surreale.
Sotto garanzia di anonimato una scrutatrice, (presente quella notte)
ci raccontò che il meccanismo aveva una falla pazzesca: «I tagliandi
elettorali arrivavano chiusi in una busta. E i voti chiusi in
un'altra, e sigillati.

 Se le buste con i voti fossero state sostituite in partenza, nel
tragitto, o all'arrivo, nessuno di noi avrebbe potuto verificarlo,
chiaro?».
 Ci raccontò poi che «i conti non tornavano mai», che «i presidenti
alteravano i dati per pareggiare le cifre», che «nel caos i
rappresentanti di lista ronzavano come mosche intorno ai mucchi di
bianche e nulle». Pensammo che i magistrati e la commissione del
Senato ci avrebbero chiamati il giorno dopo. Non lo fecero né gli uni
né gli altri, né allora ne mai.
È vero, il «baldacchino» non poteva saltare.
E oggi?
il Giornale, 11 lug 2007


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