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Se vincono quelli del referendum

di "Pomero"
il Wed, 11 Jul 2007 13:10:06 +0200
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Se vincono quelli del referendum
l'Italia sarà in mano a un'oligarchia

Rina Gagliardi
Posso esprimere un (pio) desiderio? Il desiderio è che le cinquecentomila 
firme necessarie per la partenza del referendum Guzzetta non vengano 
raggiunte. E che dunque il referendum stesso venga clamorosamente 
(pre)bocciato dagli elettori. Del resto, è già sufficientemente scandaloso 
che mezzo milione di firme, che poi notoriamente non verranno mai davvero 
controllate, possano determinare una consultazione non solo costosa, ma 
assai pericolosa dal punto di vista democratico. Del resto, quello di cui si 
sta parlando è tutto fuorché un referendum abrogativo, come la Costituzione 
prescrive: è un referendum propositivo bello e buono, che ridisegna 
attraverso una nuova legge elettorale l'assetto futuro del sistema politico 
e della democrazia rappresentativa. Del resto, infine, esso viene presentato 
in termini mistificati e manipolatori: come una "lezione" da impartire, 
indiscriminatamente, alla classe politica, che è, certo anche con fondate 
ragioni, in uggia alla gran parte della popolazione.
Il referendum - sia chiaro - è uno strumento importante e apprezzabile della 
dialettica tra "governanti" e "governati" ed è per questo che è stato 
costituzionalmente regolato: come una chance di cui cittadine e cittadini 
possono usufruire per abrogare leggi che non condividono, che sono diventate 
nel tempo ingiuste, che sono invecchiate. Come, insomma, una possibilità che 
la società civile, le persone normali, i non addetti ai lavori possono 
sfruttare per correggere i limiti, o gli errori, della rappresentanza. 
Perciò sulle leggi ordinarie è previsto soltanto il referendum abrogativo: 
accadde così, per la prima volta, nel mitico 1974, quando i Comitati civici 
proposero l'abolizione della legge che, all'inizio del 1971, aveva istituito 
il divorzio. Fu un grande momento di partecipazione e discussione di massa: 
perché riguardava la vita reale di tutti, e ciascuno, col suo Sì o col suo 
No, poteva decidere che tipo di famiglia voleva e, indirettamente, che tipo 
di rapporto tra Chiesa e Stato laico voleva. Ma, man mano che passavano gli 
anni, il referendum smarrì queste caratteristiche di grande coinvolgimento 
democratico, diventando per un verso un'arma di lotta politica come 
un'altra, e un terreno di scontro tra poteri per l'altro verso. Quest'ultima 
è la faccia reale del referendum Guzzetta: che è sostanzialmente un 
referendum dei poteri forti, oggi interessati a ridimensionare drasticamente 
la rappresentanza e a depotenziare la politica di massa. Il bersaglio 
apparente è la frammentazione del sistema, la proliferazione dei partiti, il 
potere di veto, o di paralisi, che gli stessi partiti tendono ad esercitare 
su qualsiasi meccanismo decisionale. Ma l'obiettivo reale è il partito 
inteso come aggregazione di soggettività, cultura, idee, persone, come luogo 
di partecipazione alla vita democratica - dunque, come "ingombro". E la 
strategia che hanno in testa i vari professori, o politici un po' isterici 
come il ministro Parisi, è quella di un maggioritario fondato su due 
"partiti" molto simili - due Grandi Centri di opinione, due Non Partiti, che 
competono tra di loro in una alternanza che non ha, come posta in palio, 
nessuna delle grandi scelte della politica, la collocazione internazionale, 
la guerra e la pace, la politica estera. Esse o sono definite via 
bipartisan, una volta per tutte,  o spettano comunque ad altri - a chi 
governa, ai grandi potentati economici, alle tecnocrazie internazionali. 
Alle élites, gli "ottimati" capeggiati da Eugenio Scalfari. Guardateli bene, 
i promotori o i fans di questo referendum: appartengono tutti alle classi 
alte del Paese, sono professori che credono seriamente di poter spiegare a 
tutti (magari su "base scientifica") che cos'è il meglio per il Paese, sono 
un pezzo di governo e di Parlamento, sono torrefattori di un pur ottimo 
caffè purtroppo "prestati alla politica". Non c'è traccia di società civile, 
in questa corporazione oligarchica.
Naturalmente, da questi promotori non poteva venire che un'idea, oltre a 
tutto il resto, astratta e inefficace. L'idea che il premio di maggioranza 
venga assegnato ad un solo partito, il più forte di una complessa 
coalizione, non ha in realtà né capo né coda - infatti, non esiste in alcun 
luogo del mondo. Inoltre, quand'anche questa ipotesi sciagurata venisse 
votata dagli elettori (stufi della politica castale, stufi di una politica 
che costa troppo, non in assoluto, ma per quello che riesce a produrre, 
stufi di veder passare un governo diverso dall'altro, sulla loro strada e 
scoprire che nella loro vita reale non cambia nulla), sarebbe relativamente 
facile aggirare il nuovo assetto, e dar vita, alle prossime elezioni, a maxi 
liste molto composite - al termine del nuovo rito, i partiti e i gruppi 
parlamentari potrebbero ricostituirsi in parlamento, ridotti sì, ma pur 
sempre esistenti.
 Del resto, solo un tal manipolo di "ottimati" può pensare davvero possibile 
il ridisegno dall'alto - attraverso la manipolazione del basso - dell'intero 
sistema politico. La frammentazione dei partiti, come sanno ormai anche i 
bambini, è un puro frutto maturo del sistema elettorale maggioritario, che 
ha trasformato in rendita di posizione ogni "pacchetto" elettorale 
minimamente consistente e ha massimizzato il potere di condizionamento di 
tutti - non solo dei partiti, ma delle correnti, delle subcorrenti feudali, 
delle lobbies, e così via. Nella famigerata Prima Repubblica, i partiti veri 
erano tre e i partiti rappresentati in parlamento non erano più di nove - e 
tutto questo sulla base di un sistema seriamente proporzionale. E poi? Poi i 
gruppi sono diventati quarantaquattro, nella scorsa legislatura - oggi 
sfiorano la trentina, ma soprattutto continuano a nascere. Quando nascerà il 
Partito Democratico, si scoprirà - il dibattito sulle liste e le candidature 
in corso è già illuminante - che non i piccoli, ma, appunto, il grande 
Piddì, che dovrebbe essere l'architrave della terza repubblica, è 
straframmentato al suo interno: veltroniani puri, veltroniani spuri, 
parisiani, bersaniani, postdiessini, postmargheritini, rutelliani, 
mariniani, popolari laici, popolari tiepidamente laici, lettiani, teodem, 
confindustriali. Quando e se nascesse il Partito unico delle destre, sarebbe 
all'incirca lo stesso. Insomma, non è la fine della frammentazione (che ha 
cause molto profonde e complesse, nella crisi della coesione sociale, nella 
fine delle grandi narrazioni novecentesche, nella corporativizzazione 
galoppante del tessuto sociale come politico e istituzionale) che sta a 
cuore ai referendari: è la fine della sinistra, intesa come forza 
protagonista. Negli Stati Uniti, del resto, c'è forse una sinistra politica 
al Congresso? No che non c'è. No che non ci può essere, finché è in vigore 
un sistema elettorale che è stato concepito per impedire alla sinistra di 
esistere come forza politica, istituzionalmente rappresentata, e per 
cancellare dall'architettura del sistema ogni possibile rappresentazione 
degli interessi sociali e di classe, a cominciare dal lavoro. Ma loro, 
quando parlano di democrazia, è lì che guardano - al paradiso americano. 
Dove vanno a votare in pochi, dove possono scegliere solo di che presidente 
morire, dove si può discutere di tante cose, tranne che quale società 
costruire. Che sogno, vero, ministro Parisi?


-- 
 http://www.liberazione.it/ 


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