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I progressisti-regressisti contro il papa

di "donquixote"
il Tue, 10 Jul 2007 21:33:16 +0200
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I segni dei tempi
La trappola del cattocomunismo
di Francesco Zambon
«Sono d' accordo con Castagnetti. Questi ultimi anni rappresentano una
parentesi da chiudere nel rapporto tra Chiesa e politica, per riaprire
invece la stagione dell'impegno lanciata dal Concilio. Dobbiamo essere i
protagonisti di una gioiosa, serena correzione fraterna su ciò che è
accaduto, ci è mancata la radicalità evangelica per dire ai vescovi: così
non si fa». Così pare abbia sentenziato Rosi Bindi presso il monastero di
Bose, a cui il Ministro della Famiglia ha invitato politici e leader
militanti dell'area cattolico-democratica per una due giorni di preghiera e
lavoro. Il ritiro deve essere stato eccezionalmente intenso per l'onorevole
ministro, visto che, carica di grande fervore, ha invocato una correzione
fraterna al fine di redimere i vescovi (e di conseguenza la Chiesa cattolica
di cui sono guida) per la sbandata verso il centro destra.
Nell'esternazione consegnata alle colonne del Corriere della Sera dello
scorso lunedì, l'on. Bindi imputa alla Chiesa cattolica italiana di avere
inseguito un'unità esasperata di valori che l'ha condotta a innestarsi nella
visione del centrodestra. Vista così, sembrerebbe che tutto d'un tratto la
Chiesa - e con questa parola dovremmo identificare tutti i fedeli in Cristo
e non solamente preti, cardinali e curia Romana - abbia smesso di reggersi
sul Logos del Vangelo e sugli insegnamenti dei Padri per affidarsi al
programma elettorale del centrodestra.
Ovviamente l'on. Bindi e chi come lei crede che valori come famiglia e vita
possano essere compressi per un senso di «voiamoce bene» al fine di
istituire un matrimonio surrogato, perché così fan tutti in Europa, sbaglia
grossolanamente. Eh sì, perché per la Chiesa questi sono punti
irrinunciabili da duemila anni: la Chiesa da queste posizioni non si è mai
spostata perché perderebbe la propria identità negando quanto Cristo stesso
ha predicato. Ecco perché, ruinismo o no, chi si mette fuori dal solco
tracciato non dalla tradizione, ma da Chi e per Chi esiste questa medesima
tradizione, è pronto a mercanteggiare la propria essenza.
Sta proprio qui la trappola del cattocomunismo: unendo quanto è
ontologicamente diverso, si avvalla il laicismo esasperato secondo cui tutti
hanno diritto ad esprimersi tranne i cristiani. L'on. Bindi, insieme a tanti
altri come Castagnetti e Follini, dovrebbero a questo punto spiegare perché,
invece di reclamare la redenzione della Cei e della Santa Sede e di chi in
generale non è pronto a negoziare i valori cristiani, non si smarchino in
maniera decisa e fondino un proprio movimento autonomo.
Perché non una propria Chiesa? In questo modo probabilmente anche gli uomini
come Veltroni potrebbero trovare finalmente un pò di pace, e un altare dove
issare don Milani: un sacerdote che era tanto attivo nel sociale da
indottrinare i propri educandi alla lotta sociale.
Perché Veltroni, che è giunto fino a Torino per mostrarsi compiacente con
una certa imprenditoria fin dall'inizio, non ha citato i tanti Santi sociali
che pur questa città ha prodotto: Don Giovanni Bosco, Pier Giorgio Frassati,
invece di rifarsi ad una figura di cui l'incongruenza è un tratto
essenziale?
Allora on. Bindi, Castagnetti, sen. Follini e sig. Sindaco della Capitale:
rispolverando un pò di catechismo sapreste che Dio ci ha creato liberi. Così
oggi, soprattutto dopo il cambio di brand del Santo Uffizio, tutti sono
liberi di essere o meno cattolici.
Basta sapere scegliere....

Libero
I soliti cattoregressisti contro Benedetto XVI
Antonio Socci
È un grande Pontefice, Papa Benedetto, e avrà un'importanza storica
per la Chiesa. E da oggi, col ritorno alla libertà di celebrare
anche la Messa in latino, certi "progressisti" scateneranno una
guerra feroce contro di lui. Magari inventandosi falsamente il
ripristino della controversa preghiera sugli ebrei, che invece non
c'è affatto.
Sono tanti i segni del coraggio di quest'uomo, che è mite e gentile,
ma anche deciso a «non anteporre nulla a Dio» e a «non fuggire
davanti ai lupi». Di recente la lettera ai cattolici cinesi (per
riunire le due chiese e reclamare libertà dal regime) e l'altro ieri
il simbolico riconoscimento del "martirio" degli ottocento abitanti
di Otranto che furono decapitati nel 1480 dai musulmani invasori
perché non vollero rinnegare Gesù Cristo.
Ma soprattutto ha un grande peso questo Motu proprio con cui il Papa
restituisce alla Chiesa, accanto alla messa in italiano, la sua
bimillenaria liturgia latina che con un colpo di mano era stata
spazzata via nel 1969 contravvenendo alle regole della Chiesa
stessa. La liturgia per la Chiesa racchiude tutto il suo tesoro,
cioè «l'integrità della fede, perché la legge della preghiera della
Chiesa corrisponde alla sua legge di fede». E dunque il Messale
latino non poteva essere messo fuorilegge (infatti giuridicamente è
sempre stata valido).
Nel delirio post-conciliare l'intolleranza progressista riuscì a far
credere che fosse stato messo al bando. Fu quello il tempo di una
spaventosa apostasia di fedeli e un'apocalittica crisi del clero:
dal 1965 circa 100 mila sacerdoti abbandonarono l'abito e 107.600
monache e suore lasciarono le loro congregazioni fra 1966 e 1988.
Una tragedia senza eguali nella storia della Chiesa. Segno, per una
mente cristiana, che Dio non aveva benedetto certi "rinnovamenti"
che si dicevano "conciliari", ma anzi ne era disgustato (Benedetto
XVI infatti denuncia «deformazioni della Liturgia al limite del
sopportabile»).

«Una tragica rottura»
Da cardinale, Ratzinger definì il colpo di mano contro la liturgia
tradizionale come «una rottura» dalle conseguenze «tragiche».
Un grande laico come Giuseppe Prezzolini, nel 1969 - l'anno della
riforma liturgica - scrisse un editoriale intitolato: "La
liquidazione della Chiesa". Pur essendo agnostico, constatava
amaramente la febbre rivoluzionaria che aveva fatto irruzione nella
Chiesa riducendola a una caricatura delle «sette protestanti» e
della «civiltà moderna».
Fu soprattutto la grande cultura laica a denunciare l'immensa
perdita rappresentata dalla cancellazione dell'antica liturgia
cattolica che aveva letteralmente dato forma alla cultura europea.
Due appelli pubbici, nel 1966 e nel 1971, uscirono in difesa della
Messa di s. Pio V, come grande patrimonio spirituale e culturale. E
furono firmati dalle più grandi personalità della cultura come
Borges, De Chirico, Elena Croce, W. H. Auden, Bresson, Dreyer, Del
Noce, Julien Green, Maritain, Montale, Cristina Campo, Mauriac,
Quasimodo, Evelyn Waugh, Maria Zambrano, Elémire Zolla, Gabriel
Marcel, Salvador De Madariaga, Contini, Devoto, Macchia, Pallottino,
Paratore, Bassani, Luzi, Piovene, Andrés Segovia, Harold Acton,
Agatha Christie, Graham Greene e il pure direttore del Times,
William Rees-Mogg.
Fu inutile.
Ormai la sbornia progressista (o meglio: "la dittatura del
relativismo") dilagava nella Chiesa e pretendeva di fare a pezzi la
sua tradizione.
Anni dopo fu boicottato perfino Giovanni Paolo II quando varò uno
speciale indulto, addirittura con due documenti, nel 1984 e nel
1988, affermando che la Messa di san Pio V non era mai stata abolita
e la si poteva celebrare col permesso del vescovo. Il Papa aveva
esortato «i Vescovi ad usare largamente e generosamente tale facoltà
in favore di tutti i fedeli che lo richiedessero», ma parte dei
vescovi fece il contrario e di fatto annullò l'importante atto
pontificio.
Certi vescovi hanno dato locali per pregare ai musulmani, ma li
hanno negati per le messe tradizionali.
Dunque oggi, alla luce di questi abusi d'autorità, Benedetto XVI
vara un Motu proprio dove i diritti del popolo cristiano sono
protetti da Pietro stesso e non rimessi all'arbitrio dell'episcopato.

Alberto Melloni, due giorni fa, sul Corriere della Sera, ha dato
sfogo alla rabbia della fazione progressista, arrivando addirittura
a definire il Motu proprio come «uno sberleffo villano al Vaticano
II».
È buffo.
Uno "storico del Concilio" come Melloni ignora che durante il
Concilio si celebrava proprio la liturgia a cui oggi il Papa ridà
cittadinanza. E ignora che mai il Concilio Vaticano II ha messo
fuorilegge questa liturgia: semmai fu l'atto dispotico del 1969 che
andava contro il Concilio.
Un altro buffo paradosso: questo gruppo di storici "progressisti"
che hanno fatto di Giovanni XXIII il loro simbolo, oggi si oppongono
proprio al Motu proprio che riconosce la validità del "Messale
Romano di Giovanni XXIII" (infatti è l'edizione del 1962 che il Papa
restituisce alla Chiesa). E sembrano ignorare il discorso di Papa
Roncalli del 22 febbraio 1962, alla firma della "Veterum Sapientia",
dove fra l'altro, esaltando la liturgia in latino, spiegò che essa
aveva un legame profondo con "la Cattedra di Pietro".
Il Papa aggiunse che la lingua latina «fu strumento di diffusione
del Vangelo, portata sulle vie consolari quasi a simbolo della più
alta Unità del Corpo Mistico. (...) E anche quando le nuove lingue
delle singole individualità nazionali europee si fecero strada fino
a sostituire l'unica lingua di Roma, questa è rimasta nell'uso della
Chiesa Romana, nelle saporose espressioni della liturgia, nei
documenti solenni della Sede Apostolica, strumento di comunicazione
col centro augusto della cristianità».
Infine riaffermò la sua validità non solo per «motivi storici ed
affettivi» ma anche perché «nel presente momento storico» è segno di
unità fra i popoli e serve «all'opera di pacificazione e di
unificazione». Anche per «i nuovi popoli che si affacciano fiduciosi
alla vita internazionale. Essa infatti non è legata agli interessi
di alcuna nazione, è fonte di chiarezza e sicurezza dottrinale, è
accessibile a quanti abbiano compiuti studi medi superiori; e
soprattutto è veicolo di reciproca comprensione».
Cinque anni dopo la liturgia latina fu in pratica messa al bando.
Melloni accusa oggi Benedetto XVI di aver «spezzato» una continuità
ed aver esautorato i vescovi.
Ma è vero l'esatto contrario: proprio il Novus ordo fu imposto
nonostante la bocciatura della maggioranza dei vescovi. E fu
la "proibizione" del Messale latino a "spezzare" la continuità
millenaria della liturgia.

Oggi questi strani progressisti si oppongono alla libertà che invece
il Papa difende (dà la possibilità di celebrare in «due usi
dell'unico rito romano»). E si oppongono ai diritti del popolo
cristiano (difesi dal Papa). Essi rivendicano l'arbitrio di potere
del ceto clericale. E poi parlano di democrazia nella Chiesa!

Infine sono oscurantisti perché disprezzano un patrimonio che tutta
la migliore cultura esalta. Benedetto XVI ha affidato le nuove norme
alla «potente intercessione di Maria». E le ha pubblicate nel
novantesimo anniversario delle apparizioni di Fatima, in uno dei
primi sabati del mese (giorno della Madonna di Fatima), un 7 luglio,
lo stesso giorno in cui Pio XII, nel 1952, promulgò la "Sacro
vergente anno", dove finalmente consacrò la Russia al Cuore
Immacolato di Maria come richiesto da lei a Fatima.
Infine Benedetto XVI vara il suo Motu proprio dal 14 settembre,
festa dell'Esaltazione della S. Croce, a ricordare la
natura "sacrificale" della Messa che proprio nella riforma del 1969
era stata messa in ombra per avvicinarsi ai protestanti. Col rischio
di perdere l'essenziale....

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