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Ratzinger ha saldato un debito verso i fratelli lefebvriani
di "donquixote"
il Tue, 10 Jul 2007 21:34:29 +0200
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Corriere della Sera Vittorio Messori intervista Bernard Fellay, superiore dei Lefebvriani I lefebvriani: grazie Ratzinger «Ora parliamo della scomunica» Monsignor Fellay: questo è un giorno davvero storico di VITTORIO MESSORI Nello chalet di Menzingen, nel cantone svizzero di Zug, dove ha sede la casa generalizia della Fraternità sacerdotale San Pio X, il plico è arrivato già da qualche giorno. Nella busta, il motu proprio Summorum Pontificum, la lettera di introduzione di Benedetto XVI e un messaggio personale del cardinal Dario Hoyos Castrillón. Destinatario, monsignor Bernard Fellay, superiore generale di coloro che, dal loro Fondatore, sono detti abitualmente «lefebvriani », lo schieramento tradizionalista che contesta pastorale e dottrina della Chiesa uscite dal Vaticano II. Con 481 sacerdoti, 90 fratelli laici, 206 religiose, 6 seminari, 117 priorati, 82 scuole, 6 istituti universitari, 450 luoghi di culto in 62 Paesi del mondo, almeno mezzo milione di seguaci convinti, la Fraternità ha costituito la maggiore spina nel fianco per Roma, che si è vista costretta a colpire di scomunica la gerarchia episcopale consacrata validamente ma illegittimamente da monsignor Marcel Lefebvre. Dopo una prima lettura dei documenti giunti da Roma, monsignor Fellay ha accettato di anticipare al Corriere le sue reazioni. Che sono, va detto subito, ben più positive di quanto potesse prevedere chi conosca la complessità del dossier aperto da decenni con la Santa Sede. Certo: la Messa non solo in latino, ma secondo l'antico rituale, è da sempre la bandiera lefebvriana più appariscente. Ma gli stessi dissidenti hanno sempre insistito sul fatto che la nuova liturgia eucaristica non è che l'espressione di un orientamento in molti punti inaccettabile assunto dopo il Vaticano II dalla Catholica. Così, in certi ambienti tradizionalisti, si è spesso detto che un decreto come quello approvato ora da papa Ratzinger non solo non sarebbe bastato ma poteva essere in qualche modo fuorviante, rafforzando gli equivoci. Non è così stando a quanto ha voluto dirci monsignor Fellay: «Questo è un giorno davvero storico. Esprimiamo a Benedetto XVI la nostra profonda gratitudine. Il suo documento è un dono della Grazia. Non è un passo, è un salto nella buona direzione». Per il superiore lefebvriano, la «normalizzazione» della messa «non di san Pio V», precisa, «bensì della Chiesa di sempre», è «un atto di giustizia, è un aiuto soprannaturale straordinario in un momento di grave crisi ecclesiale». Ancora: «La riaffermazione da parte del Santo Padre della continuità del Vaticano II e della messa nuova con la Tradizione costante della Chiesa - dunque la negazione di una frattura che il Concilio avrebbe introdotto con i 19 secoli precedenti - ci spinge a continuare la discussione dottrinale. Lex orandi, lex credendi: si crede come si prega. Ed ora è riconosciuto che, nella messa di sempre, si prega "giusto"». In ogni caso, da oggi, un solo rito, due forme egualmente legittime (dette di Pio V e di Paolo VI) per esprimere un'unica fede. Per giungere a questo risultato, la resistenza di mons. Lefebvre e dei suoi è stata decisiva: già da cardinale Joseph Ratzinger pensava di avere un debito verso questi fratelli che esprimevano disagi che, almeno in parte, egli stesso condivideva. Mons. Fellay ammette il ruolo della sua Fraternità ma guarda oltre: «Sì, la Provvidenza ci ha permesso di essere strumenti per pungolare Roma e giungere sino a questo giorno. Ma siamo anche consapevoli di non essere che il termometro che segnala una febbre che esige rimedi adeguati. Questo documento è una tappa fondamentale in un percorso che ora potrà accelerare, speriamo con prospettive confortanti, anche nella questione della scomunica». Nessuna delusione, quindi? «Direi di no, anche se meno soddisfacenti ci sembrano alcuni passi della lettera di introduzione, dove si avvertono condizionamenti di politica ecclesiale ». In ogni caso, il fatto è oggettivo e monsignor Fellay e i suoi ne sono pienamente consapevoli: non sono stati inutili, malgrado aspetti talvolta duri e censurabili, i quarant'anni di opposizione. Nei prossimi giorni, la Fraternità invierà una lettera del superiore generale a tutti i suoi fedeli del mondo che così inizia: «Il motu proprio pontificio ristabilisce la messa tridentina nei suoi diritti e riconosce chiaramente che non è mai stata abrogata. Così, la fedeltà a questa messa - per la quale molti preti e laici sono stati perseguiti e sanzionati per molti decenni - non è mai stata una disobbedienza». La strategia del recupero della tradizione, iniziata da Giovanni Paolo II, pur costretto all'obbligata scomunica, coglie con Benedetto XVI un successo notevole, nella prospettiva dell'antico progetto ratzingeriano di una «riforma della riforma» e non soltanto quella liturgica. Le proteste di certi episcopati? Qualcuno fa notare che, stando a impietose proiezioni, entro vent'anni almeno un terzo delle diocesi dell'Occidente - compresa la Francia, che è quella che più disapprova l'iniziativa papale - dovrà essere addirittura soppresso per mancanza di clero. Difficile, dunque, per vescovi con forze ridotte al lumicino, far la voce grossa contro quei «lefebvriani» che, al contrario, godono di un flusso ininterrotto di vocazioni. La stessa diocesi di Parigi ha ormai un numero di sacerdoti diocesani (con un'età media assai avanzata e spesso sfiduciati) di poco superiore a quello degli invisi «tradizionalisti», i cui preti sono in maggioranza giovani, fortemente determinati, forgiati allo studio e alla disciplina da seminari di rigore implacabile.
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Ratzinger ha saldato un debito verso i fratelli lefebvriani di "donquixote" il Tue, 10 Jul 2007 21:34:29 +0200
