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Il pensiero di un sindacalista comunista

di outis
il Wed, 11 Jul 2007 03:02:40 +0200
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LETTERE

pagina 02
opinioni
l'intervento
La riforma delle pensioni, puro teatro dell'assurdo
Giorgio Cremaschi

La neolingua della rappresentazione politico mediatica è oramai giunta
a contorsioni estreme. Da anni sappiamo che con la parola riforma si
intende il suo opposto, la controriforma sociale. Ora scopriamo che
l'abrogazione dello scalone Maroni in realtà significa mantenerlo in
vita con modalità diverse. Del resto anche il superamento della legge
30 oggi significa che essa resterà. Sempre più spesso quel che si
annuncia va nella direzione opposta di quel che effettivamente si fa
nella realtà. Lo scontro politico, però, avviene proprio sulla
rappresentazione della realtà e non su come essa è veramente. Per cui
se il governo dichiara di voler abolire lo scalone, senza poi farlo
davvero, la maggioranza di governo si divide come se quella fosse la
scelta e la destra, la Confindustria, i poteri economici, a loro volta
contrastano con forza una decisione che non viene presa. In questo
conflitto la sinistra si rafforza nella convinzione di determinare
chissà quale profondo cambiamento sociale. Che invece, naturalmente,
non avviene.
La vicenda delle pensioni rappresenta materialmente e simbolicamente
questa deriva. La campagna liberista sul costo insostenibile delle
pensioni è priva di fondamenti reali. Da Luciano Gallino, a Roberto
Pizzuti, a Giovanni Mazzetti, a tanti altri intellettuali e
ricercatori, continuano a giungere dati che smentiscono totalmente gli
allarmismi sul 2050. Anno nel quale si scioglieranno i ghiacci, ci
sarà la catastrofe ecologica, ma, cosa ben più grave, ci sarà il
rischio di uno spostamento dello 0,8 del Pil a favore delle pensioni.
Ma quali sono le ragioni reali che stanno alla base di questo teatro
dell'assurdo, della rappresentazione di un inesistente collasso del
sistema pensionistico pubblico? Per capire dobbiamo farci aiutare dal
ministro del Tesoro e dal governatore della Banca d'Italia. Già
all'epoca del suo insediamento, Tommaso Padoa Schioppa richiamò il
1992. Il 31 luglio di quell'anno fu siglato il più disastroso accordo
sindacale del dopoguerra, nel quale si cancellava la scala mobile, si
bloccava la contrattazione nazionale e aziendale, si tagliavano
drasticamente le pensioni e tutta la spesa sociale. Lo stesso richiamo
è venuto qualche mese fa da parte del governatore della Banca
d'Italia, che al Forex di Torino ha detto che sulle pensioni occorre
instaurare lo stesso tipo di concertazione che si realizzò per la
scala mobile. L'esempio fa venire i brividi, visto che la scala mobile
non c'è proprio più, ma ciò che interessa qui è il significato
profondo di questi richiami. Essi partono dall'idea che tutto il
sistema sociale pubblico ha un costo insostenibile se affidato allo
stato e alla fiscalità e quindi deve progressivamente essere
trasferito all'impresa e al mercato. Anche per le pensioni, bene
sociale fondamentale della nostra comunità, la parte pubblica va
inevitabilmente ridimensionata e il governatore Draghi, con il pieno
consenso del ministro del Tesoro, ha scritto nelle sue ultime
considerazioni finali che bisogna ridurre la contribuzione pubblica a
favore dell'investimento del lavoratore nella pensione privata. Questa
è la partita vera che si sta giocando e questo spiega l'accanimento
vero. Così come nel passato l'accanimento contro la scala mobile
alludeva alla compressione generale dei salari, alla riduzione del
salario garantito a favore di quello variabile e incerto, insomma,
alla redistribuzione del reddito dal lavoro al profitto e all'impresa.
Cosa che è puntualmente avvenuta.
Per questo è insopportabile l'arrogante disprezzo con il quale il
vicepresidente Massimo D'Alema riduce tutto alla difesa degli
interessi corporativi di 200 mila persone. Anche nel 1984, con il
taglio della scala mobile deciso dal governo Craxi, c'era chi irrideva
alle proteste spiegando che avvenivano sul costo di due pizze e una
coca-cola. A parte il fatto che, anche se si trattasse di poche
persone saremmo di fronte agli interessi assolutamente legittimi di
chi ha lavorato e faticato tanto. A parte il fatto che le persone
danneggiate saranno molte di più, visto che si mette in conto il
risparmio di molti miliardi sul taglio delle pensioni. A parte tutto
questo, ciò che conta è che quest'offensiva punta al progressivo
ridimensionamento del sistema pensionistico pubblico. Naturalmente nel
nome della sua salvaguardia, sulla base delle regole della neolingua.
Per questo lo scontro in corso non può essere mediato facilmente,
neppure nel teatrino della politica. Perché se lo scalone, magari
ammorbidito come ha spiegato il ministro del Lavoro, resterà, se i
coefficienti verranno tagliati proprio a quei giovani che si dichiara
di voler tutelare, non solo avremo un danno per alcune generazioni di
lavoratori. Ma daremo il via libera a una continua revisione al
ribasso del sistema pensionistico pubblico. Che diventerà
definitivamente la variabile dipendente dei conti dello stato. Si
devono ridurre le tasse ai ricchi? Allora bisogna tagliare ancora un
po' le pensioni. Questo scenario è esattamente lo stesso di quello che
accompagnò la «concertazione» sulla scala mobile, che non fu eliminata
in una volta sola, ma con tanti accordi, ognuno dei quali veniva
proclamato essere ultimo e risolutivo.
Per queste ragioni l'intransigenza nel difendere e nel migliorare la
situazione attuale, anziché nell'inoltrarsi nella via del suo
peggioramento continuo, è sacrosanta. Non stiamo solo difendendo un
diritto che dovrebbe valere in sé nell'Italia delle ingiustizie, delle
ricchezze sfacciate, dei privilegi vergognosi che tutti denunciano, ma
che comunque restano e crescono. No, lo scontro sulle pensioni
riguarda proprio il futuro delle relazioni sociali e dei diritti. La
ripetizione su questi temi di un accordo come quello del 1992, non
solo aprirebbe la via alla catastrofe del sindacato confederale, ma
minerebbe per un lungo tempo l'idea stessa di rappresentanza
organizzata e solidale del mondo del lavoro e delle classi subalterne.
Rispetto a un tale accordo un forte conflitto sociale e persino una
crisi politica sono comunque meglio.
il manifesto

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