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Lettera di 10 ministri Ue a Blair: la Road map è fallita

di (.sergio.)
il Tue, 10 Jul 2007 16:31:11 +0200
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Lettera di 10 ministri Ue a Blair: la Road map è fallita
r.g.


Anche Romano Prodi, nella conferenza stampa al termine del bilaterale con
il primo ministro israeliano, Ehud Olmert, si dice sostanzialmente
d'accordo con la lettera scritta da dieci ministri europei e inviata
lunedì a Tony Blair - nuovo rappresentante del Quartetto - sulla necessità
che Hamas e Fatah riprendano il dialogo ma anche sulla richiesta che
Israele faccia più concessioni e soprattutto cambiando la logica delle
condizioni preliminari nei colloqui di pace.

 

«La road map è fallita»: affermano senza mezzi termini i ministri degli
Esteri di dieci paesi mediterranei dell'Ue, tra i quali il titolare della
Farnesina Massimo D'Alema. Una dichiarazione che contenuta in una lettera
ufficiale all'inviato speciale del Quartetto, Tony Blair, non è così
scontata come può sembrare. Tradotto dal "diplomatichese" significa che
per arrivare alla pace bisogna superare la logica con cui nel 1993 si
arrivò agli accordi di Oslo tramite la mansueta mediazione americana. 

 

Nella lettera vengono indicati «quattro obiettivi alla nostra portata» per
la pace in Medio Oriente. «Lo status quo che prevale dal 2000 non porta a
nulla» - si legge -e «le condizioni troppo rigide che avevamo l'abitudine
di imporre come preliminari alla ripresa del processo di pace non hanno
fatto altro che aggravare la situazione», affermano. 

 

Nel ricordare che la situazione attuale offre delle «opportunità», i
ministri ricordano «per prima cosa la presa di Gaza da parte di Hamas. Da
questa sconfitta può nascere una speranza. Il rischio di guerra civile in
Cisgiordania, le minacce della divisione di fatto della Palestina e del
ritorno degli scenari giordano e egiziano di prima del 1967 possono
effettivamente dare uno scossone», afferma la lettera, rilevando inoltre
quale «altro motivo per sperare la determinazione dell'Arabia Saudita,
Emirati e Qatar a fianco dell'Egitto e della Giordania».

«Questi due punti, caro Tony, - proseguono i ministri - ci autorizzano a
ridefinire» quattro obiettivi che - si precisa - «sono alla nostra
portata». Ecco il piano dei ministri europei per rilanciare la pace in
Medioriente: 

-- a) offrire «una vera soluzione politica ai popoli della regione. Questo
passa attraverso negoziati, senza preliminari, sullo statuto finale, salvo
che il percorso avvenga per fasi successive. Comprendendo le questioni di
Gerusalemme, i rifugiati e le frontiere, questi negoziati permetteranno di
fissare un obiettivo condiviso e realistico». 

-- b) «Prendere in considerazione il bisogno di sicurezza di Israele. Vale
la pena esaminare l'idea di una forza internazionale robusta del tipo Nato
o Onu capitolo VII», che avrebbe «ogni legittimità ad assicurare l'ordine
nei territori e a imporre il rispetto di un necessario cessate il fuoco». 

-- c) «Ottenere da Israele provvedimenti concreti e immediati a favore di
Mahmud Abbas, tra i quali il trasferimento della totalità delle tasse
dovute, la liberazione di migliaia di prigionieri che non abbiano le mani
macchiate di sangue, la liberazione anche dei principali leader
palestinesi per assicurare il ricambio in seno a Fatah, il congelamento
della colonizzazione e l'evacuazione degli insediamenti selvaggi», cioè le
colonie non autorizzate.


-- d) «Non spingere Hamas a rilanciare. Questo implica riaprire le
frontiere tra Gaza e l'Egitto, facilitare il passaggio tra Gaza e Israele,
e incoraggiare l'Arabia Saudita e l'Egitto, come il presidente Mubarak ha
proposto, a ristabilire il dialogo tra Hamas e Fatah».

Prodi ha detto di non aver letto tutti i particolari della lettera dei
ministri ma di condividerne il senso. E nel frattempo ha rivolto «un forte
appello alla leadership di Hamas» perché liberi quanto prima il caporale
Shalit, «è stato sin troppo tempo prigioniero».

Intanto una delegazione inviata dal presidente dell'Autorità Nazionale
palestinese Abu Mazen è giunta in Egitto per discutere la conquista
militare della Striscia di Gaza da parte delle milizie dell'organizzazione
estremista di Hamas. I mediatori egiziani sostengono la decisione di Abu
Mazen di sciogliere il governo di unità nazionale che era guidato da
Ismail Haniyeh e che di fatto resta per ora in carica a Gaza e di indire
nuove elezioni non appena sarà possibile. L'Egitto ha anche auspicato una
ripresa del dialogo tra l'Anp e Hamas per risolvere l'attuale crisi
politica, ma il dialogo per ora viene rifiutato da Abu Mazen a meno che
Hamas non rinunci al controllo della Striscia di Gaza.

I risultati negativi di Oslo 

La Striscia pur rappresentando una piccola porzione del territorio
dell'Anp (appena 365 kilometri quadrati su 6.220 dell'intera area
dell'Anp) è però quella che dal 1993 in poi è stata gestita dall'Anp anche
se in una situazione di sostanziale "ghetto". Al contrario, la
Cisgiordania, più estesa e economicamente più sviluppata (grande 5.800
kilometri quadrati), è tuttora rimasta controllata militarmente dagli
israeliani (rubricata come "area C" degli accordi di Oslo e abitualmente
chiamata "Galilea e Samaria" dai coloni ebraici). Soltanto il 20% della
Cisgiordania è amministrata integralmente dall'Anp. Dal 2000 ad oggi (dati
Dwrc 2001) le condizioni di vita dei palestinesi abitanti della Striscia
di Gaza sono molto peggiorate (il 47 % della popolazione è disoccupata, il
62% delle famiglie è sotto la soglia di povertà). La condizione degli
abitanti della Cisgiordania è rimasta più o meno la stessa e comunque i
lavoratori palestinesi che si recano in Israele come prestatori d'opera
non specializzata sono generalmente pagati la metà dei salari minimi
israeliani. 



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