it » cultura » religioni » buddhismo
Il Buddhismo, I Buddhismi - 11
di "stalker"
il Fri, 6 Jul 2007 00:27:37 +0200
newsgroups it.cultura.religioni.buddhismo
message-id <468d70ad$0$37202$4fafbaef@reader3.news.tin.it>
A cavallo della nostra era, il dibattito buddhista all'interno e all'esterno della comunità verteva dunque sulla qualità della presenza dei dharma, sui costituenti della realtà così come noi la percepiamo. Non solo, come ricorda Murti, tale dibattito investiva anche la qualità del Nirvana, dell'Assoluto, dell'Incondizionato così come predicato dallo Shakyamuni. A tal proposito Radhakrishnan Sarvepalli scrive nel suo I volume sulla 'Filosofia indiana': "Se Buddha rifiutò di definire la natura dell'Assoluto o se egli si accontentò solo di definizioni negative, questo indica solo che l'Assoluto è al di sopra qualsiasi determinazione. Perché mai allora il Buddha non ammette in termini del tutto espliciti la realtà dell'Assoluto? Egli si rifiuta di descriverlo, perché con ciò avrebbe oltrepassato i limiti del mondo relativo, e certamente egli era il primo a contestare agli altri la legittimità di un tale procedimento. L'Assoluto non è oggetto di intuizione empirica: il mondo dell'esperienza non lo rivela in nessun punto all'interno dei propri limiti'. Tornando agli elementi costitutivi la realtà (i dharma) mentre le scuole hinayana dibattevano prevalentemente sulla loro presenza temporale. Alcuni monaci sostenevano la loro inesistenza, la loro vacuità, facendo leva su alcuni passi degli agama/nikaya. Ma il Buddha ha postulato o no l'esistenza dei dharma? Dal punto di vista salvifico (non filosofico) la questione non è di poco conto. Se io affermo che la sofferenza si fonda sulla errata percezione della permanenza dell'aggregazione dei dharma, che comunque esistono, devo sanare la stessa e non mi resta che fuggire il 'samsara', il 'mondano' (luogo di attaccamento alle aggregazioni dei dharma) per rifugiarmi nel nirvana. Operando così farò delle precise scelte di giudizio, comportamentali e di vita tese a realizzare questo obiettivo. Peraltro in questo caso è evidente come solo la figura del monaco, di colui che sfugge il mondano, può raggiungere questo obiettivo. Se invece considero i dharma privi di sostanzialità, illusori, come privo di sostanzialità e illusorio è lo stesso Nirvana, samsara e nirvana finiscono per coincidere come anch'essi nelle categorie delle ditthi, delle speculazioni. Va da sé in questo caso che non c'è nulla da cui fuggire, ma solo da riformulare aprendo gli occhi sull'assenza delle opinioni ovvero sulla Realtà ultima. Operando così farò delle precise scelte di giudizio, comportamentali e di vita tese a realizzare questo obiettivo. Peraltro in questo caso è evidente come non solo la figura del monaco che coltiva il nirvana, ma anche del laico, immerso nel samsara, può raggiungere la suprema realizzazione. Ma, ripeto, il Buddha Shakyamuni, il Buddha degli agama-nikaya, ha postulato o no l'esistenza dei dharma? Quindi quale delle due Vie sopracitate ha davvero indicato? Così Murti (pag. 51) "Si potrebbe chiedere: se Buddha non aveva una propria teoria (ditthi-nota mia), come mai sembra di aver accennato a una teoria degli elementi (skandha, dhatu e ayatana) in molti punti dei suoi dialoghi? Sostenere come fanno alcuni studiosi che la dottrina degli skandha sia una successiva elaborazione scolastica da parte dei monaci, significa solo differire il problema". Sempre Murti, attenzione: "E' necessario accettare il fatto che Buddha ha formulato questa dottrina; i brani sono troppo numerosi, e la tradizione troppo influente per permetterci di ignorarli". Ecco qua, ho postato il brano del madhyamikista Murti perché semplifica quello che vorrei sostenere come mia opinione. Conosco spero abbastanza bene i sutra mahayana e, credo, abbastanza bene alcune importanti parti degli agama/nikaya per non notare alcune discrepanze. Rispetto a ciò i mahayanisti dei prajnaparamita sostenevano che questi sutra (i prajnaparamita) erano insegnamenti riservati dallo Shakyamuni ad alcuni discepoli particolarmente 'dotati' spritualmente. Ma francamente negli agama/nikaya, sì compare uno Shakyamuni attento al suo interlocutore e a fornirgli il messaggio adatto, ma nulla che giustifichi un insegnamento 'separato' di quella 'portata'. E' probabile che lo Shakyamuni abbia esposto alcune dottrine sullo sunyata, ma nulla che giustifichi questa preponderanza nei prajnaparamita. E così continua Murti: "Secondo la nostra interpretazione, la dottrina degli elementi era necessaria come passo preliminare. Se fosse stata in campo solo la visione sostanziale (atmavada), Buddha non avrebbe potuto giungere alla coscienza dialettica. Era necessaria anche una visione modale. Affinché emergesse la coscienza dialettica, una tesi doveva venire opposta a una contro tesi. Solo allora poteva esservi un conflitto nella ragione e il tentativo di trascenderlo. Una teoria degli fu quindi formulata, o almeno suggerita, da Buddha per necessità dialettica. I sistemi Mahayana riconoscono chiaramente questa necessità dialettica quando parlano del 'pudgalanairatmya' -la negazione della sostanza- in quanto inteso a preparare la Via all'Assolutismo. La sunyata è anche irrealtà degli elementi (dharmanairatmya)". Io non condivido questa ipotesi del Murti. Comunque riassumendo: La dottrina sui dharma è stata elaborata negli Abhidharma di alcune scuole antiche. Oggi ci sono giunti alcuni di questi Abhidharma rispettivamente delle scuole Theravada, Sarvastivada e probabilmente dei Dharmaguptaka (di derivazione Mahisasaka). Ci sono dei Prajnaparamita che invece negano validità alla dottrina dei dharma per sostituirla con la dottrina dello sunyata. Dal che se ne deduce che: - o lo Shakyamuni ha riferito ad alcuni discepoli delle dottrine sullo sunyata negando questa conoscenza ad altri; - o alcuni discepoli hanno inferito dagli agama/nikaya quello che veramente voleva sostenere lo Shakyamuni negli stessi ovvero il vero preminente ruolo della dottrina dello sunyata; - o la dottrina dei dharma era una necessità modale obbligatoria (un upaya) per arrivare alla più profonda dottrina dello sunyata; - o la dottrina dello sunyata, certamente trattata nei discorsi dello Shakyamuni negli agama-nikaya, sia stata considerata preminente, ma in modo autonomo, da alcuni discepoli redattori dei prajnaparamita e poi (o mentre) sistematizzata da Nagarjuna, 'Buddha' del I sec. d.C. e dai suoi successori. A naso... io propendo per l'ultima ipotesi.... Ma lo fo per l'onesta intellettuale peraltro negatami dal Selli. Ma sono solo le mie opinioni, peraltro opinioni su fatti accaduti duemila anni fa di cui c'è così poca traccia.. Con questo non voglio sostenere che i mahayanisti siano degli 'eretici' dottrinari. Sono assolutamente coerenti con la critica delle ditthi, fondamento dell'insegnamento dello Shakyamuni, ma mi sembra si spingono oltre, anche se coerentemente, rispetto a quanto proclamato negli agama/nikaya. Sempre se negli agama/nikaya sia riportato per intero l'insegnamento dello Shakyamuni, ma io penso di sì. Gli Abhidharma sono quindi, non so quanto corretto ma sicuramente anch'esso coerente, tentativo di prosecuzione dell'insegnamento dello Shakyamuni. Mi rendo conto che adesso magari alcuni mahayanisti si uniranno al Selli nel coro degli 'sputi', spero di no. Tant'è... è quello che penso.... Eppoi penso che non sia importante se questa o quella dottrina sia stata proclamata dallo Shakyamuni piuttosto che da Dio sul Sinai. Quello che è importante per me è quella che è la 'mia' risposta al Koan della vita. -continua-
