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Il Buddhismo, I Buddhismi - 9
di "stalker"
il Wed, 4 Jul 2007 10:15:51 +0200
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Secondo Murti (pag.40) tutto ebbe inizio con il 'silenzio del Buddha'. Ovvero con gli inesprimibili (avyakrtavastuni). Questi sono tradizionalmente quattordici e sono quelli che si riferiscono alle domande tipo se il mondo è eterno o meno, se il mondo è finito o meno, se l'anima è identica al corpo o meno, se il Tathagata esiste dopo la morte o meno. Il Buddha si rifiutò di rispondere a questi quesiti. Negli agama/nikaya si trova anche (nel CulaMalunkyaSutta) la parabola della freccia che voi tutti conoscete. Qual'è il senso del silenzio dello Shakyamuni? E il senso della parabola della freccia? Le interpretazioni date dagli studiosi occidentali, sempre secondo Murti, sono sostanzialmente tre: - pratica: le interrogazioni metafisiche sono inutili e persino dannose; - agnostica: a quelle domande non si poteva e non si doveva rispondere; - negativa: l'ego (anatman) non c'è e il Nirvana è l'annientamento. Secondo Murti (pag.43) queste tre interpretazioni sono errate, egli fornisce una nuova interpretazione: "La formulazione dei problemi nella forma tesi-antitesi è di per sé prova della consapevolezza del conflitto nella Ragione. Che il conflitto non sia a livello empirico, e non possa quindi essere risolto facendo appello ai fatti, viene compreso da Buddha quando egli li dichiara insolubili. La ragione si involve in un conflitto profondo e interminabile quando tenta di andare oltre i fenomeni e cercare la loro base ultima. La metafisica speculativa è causa non solo di differenza ma anche di opposizione; se un teorizzatore risponde 'sì' a una domanda, un altro risponde 'no' alla medesima domanda. Dai dialoghi di Buddha sappiamo che egli era a conoscenza delle varie speculazioni, in particolare quelle dei sei tithiya (eretici). Il dialogo con cui si apre il Digha Nikaya (il Brahmajala Sutta) indica il punto di vista di Buddha. Egli caratterizza tutte le speculazioni come ditthi-vada (dogmatismo), e rifiuta con coerenza di essere preso nella loro reta (jala). E' cosciente della natura interminabile del conflitto, e lo risolve portandosi al punto di vista superiore della critica. .... Se egli si fosse ritirato da questa posizione e avesse dato una risposta nei termini del 'sì' e del 'no', sarebbe stato colpevole dello stesso dogmatismo (ditthi) che con tanta coerenza condannava negli altri. Sull'opposizione tra la visione eternalista e quella nichilista, Buddha costruì un'altra e più basilare opposizione quella tra il dogmatismo (eternalista o nichilista) e la critica, che è la consapevolezza analitica o riflessiva di esse in quanto teorie dogmatiche. La critica è liberazione della mente umana da ogni confusione e passione. E' la libertà". Ora va precisato che Murti passa poi a considerare le scuole Abhidharmiche come semi-critiche, difendendo quindi la posizione di Nagarjuna il maestro dell'università di Nalanda fondatore del sistema Madhyamika. Murti non è uno studioso occidentale e affronta questo argomento a partire dall'Abhidharma sarvastivada e dalle opere di Vasubandhu. Dal mio punto di vista non è importante sapere se avesse ragione il sarvastivada Vasubandhu o il madhyamika Nagarjuna piuttosto comprendere che gli Agama/Nikaya non fornivano risposte sufficienti per comprendere appieno la dottrina insegnata e predicata dallo Shakyamuni. Lo sviluppo delle scuole e i confronti tra le dottrine sono sorte non come sviluppo metafisico degli agama/nikaya ma come tentativo di comprensione, di svelamento degli stessi più antichi testi. Questo processo svelamento corrisponde alla via da perseguire per raggiungere la Liberazione indicata dallo Shakyamuni. Diversi svelamenti, diverse Vie. E' mia discutibile opinione che, a parte la dottrina pudgalavada, tutte le altre scuole di qualsiasi veicolo siano state coerenti con il punto di partenza degli Agama/Nikaya. Ma i punti di arrivo sono diversi. Sapere dove si vuole arrivare è quindi doveroso. Personalmente non so quale se ci sia e quale sia un punto di arrivo migliore. Nella mia profonda ignoranza ho solo compreso che devo comprendere di più. La scuola Pudgalavadin postulò l'esistenza del 'pudgalavada' per armonizzare l'insegnamento degli Agama/Nikaya relativamente all'anatman e al karma. Come fa ad esserci una rinascita se non c'è nulla che rinasce? Quando nell'Abhidharmakosa Vasubandhu risponde ad un Pudgalavadin egli afferma che il Sé è solo un nome perché i dharma sono impermanenti. Ma i dharma sono reali. Per dharma si intende il mondo fenomenico, gli elementi dell'esistenza. Pur essendo impermanenti essi sono reali così come noi li percepiamo. Essi rinascono continuamente la loro permanenza è quindi solo illusoria. Quindi per Vasubandhu, e i sarvastivada, il samsara esiste ed è il luogo del dolore, della sofferenza, compito del praticante buddhista (più precisamente del bihkhu, del monaco) è ritirarsi dal mondo del samsara puntando al Nirvana. Il Nirvana anch'esso esiste ma a differenza dei dharma samsarici non è condizionato. Come ricorda Mizuno (pag.26), i diversi Abhidharma (theravada, sarvastivada e quello di Sariputra, quest'ultimo possibile Abhidharma della scuola Dharmaguptaka) pur essendo per la maggior parte molto diversi, hanno nelle parti più antiche (segnatamente il Vibhanga pali, il Dharmaskhanda Sarvastivada e delle parti dello Sariputra) molte similitudini e questo suggerirebbe una fonte comune che poi si è differenziata. Sia i Vibhajiavadin che i Sarvastivadin condividevano dunque la dottrina dell'anatman e l'esistenza dei dharma così come li percipiamo, la loro polemica verteva principalmente su una singola questione e riguardava sempre il tema della rinascita. Per i Sarvastivada se noi viviamo nel mondo samsarico dei frutti del karma significa che i dharma del passato per essere ancora attivi a livello karmico devono ancora esistere e così come quelli del futuro esisteranno ancora. I Vibhajiavadin li accusarono che così facendo facevano 'rientrare' la permanenza delle cose già negata dallo stesso Buddha (Robinson/Johnson pag.82). Successivamente dai Sarvastivada sorsero i Sautrantika che pur mantenendo il Vinaya sarvastivada negheranno il valore degli Abhidharma (il loro nome deriva da Sutra in quanto riconoscevano l'autorità solo degli Agama/Nikaya) invalidando tutte le relative analisi sui dharma del passato, presente e futuro. Sempre i Sautrantika risolsero la questione della rinascita indicando che ogni atto intenzionale lascerebbe dei semi che portano effetti latenti nel flusso della personalità fino al momento della sua fruizione (Robinson/Johnson pag.83) tesi poi ripresa dalla scuola Yogacara/Cittamatrin. Come già ho scritto Vasubhandu sarebbe partito da posizioni Sarvastivada per giungere, dopo alcuni anni, su posizioni Sautrantika. Ciò non gli costò un cambio di monastero in quanto i monaci Sarvastivada e Sautrantika condividevano lo stesso vinaya (Williams pag.109) che poi è quello seguito ancora oggi dalle scuole Tibetane (Cornu pag.545). Resto in attesa che il Selli posti quella parte dell'Abhidharma Theravada in cui viene "più volte ribadito il concetto che i tre tempi siano tutti da trascendersi, non alcuni da negare ed uno solo da elevarsi a rango di "primum unicum"". Secondo Robinson/Johnson (pag.82) fu la scuola Sarvastivada a sottolineare la pratica delle paramita sottolineando la pratica delle virtù del bodhisattva ma nel contempo indicando questa via come sovrumana. Sarà il Mahayana a incoraggiare tutti gli uomini su questa strada. Sempre secondo Robinson/Johnson: "Come nel caso dei Vibhajyavadin, che conservarono il nome dello Sthaviravada, furono uniti soprattutto durante il concilio di Pataliputra dalla loro opposizione ai Sarvastivadin, ma ben presto si frammentarono in sottoscuole. Una di queste i Mahisasaka si trovava nella valle di Nardaba, fra Sanci e Ajanta, da dove si diffuse a sud nel Deccan e nell coste dell'Andhra. Già nel V secolo i suoi monaci che avevano gradualmente aderito al Mahayana avevano perso la loro originaria identità settaria. I Dharmaguptaka si separarono dai Mahisasaka piuttosto presto e sembra che fossero concentrati per lo più nel nord-ovest dell'India e nell'Asia centrale da dove esercitarono la loro influenza in Cina, tanto che ci sono pervenute ampie sezioni del loro Canone. Erano specialisti nell'arte delle dharani o mantra (formule magiche di protezione) che dovevano essere popolari fra coloro che viaggiavano su strade pericolose. A questo riguardo, svilupparono una pratica che aveva un ruolo del tutto minore nei sutra antichi ma che fiorì con la nascita del tantrismo". Una disamina teorica di queste principali scuole (che io ho davvero semplificato in modo orribile) si trova soprattutto in Conze e Williams, Mizuno offre una storia dei testi. Come ho già spiegato Bareau, Conze, Robinson/Johnson danno una lettura relativamente simile delle divisioni e delle dottrine. Williams si discosta sul fatto che ritiene non diretta la filiazione tra i Vibhajyavadin e i Theravadin. Cornu (pag.662) ricorda le osservazioni di Bareau per cui i Theravada risulterebbero sia vicini ai Vijbhajyavada che ai Mahisasaka (per via del Vinaya), anche Cornu ritiene che la divisione tra Vijbhajyavada e Sarvastivada sia avvenuta nel Concilio di Pataliputra. -segue-
