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M'atterro al tuo cospetto, mio Giudice, mio Re!
di "donquixote"
il Sat, 7 Jul 2007 22:03:26 +0200
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Libero Ratzinger ha fatto tornare la Messa in latino Il Card. Ratzinger: «Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia». di ANTONIO SOCCI e SOLIDEO PAOLINI Cosa c'è dietro la storica decisione di Benedetto XVI di restituire alla Chiesa il suo tradizionale rito millenario? È una scelta di portata epocale, contro la quale il Papa ha subìto pressioni pesanti da vescovi progressisti (pochi giorni fa Enzo Bianchi, con sicumera, annunciava alla Stampa: "Ratzinger non lo farà". In effetti il Motu proprio è di Benedetto XVI.....). http://www.editionsducerf.fr/html/auteur/photos/auteur709.jpg La scelta era già stata prefigurata e legittimata da Giovanni Paolo II con i primi passi degli anni Ottanta. E proprio nello stretto rapporto fra questi due Papi bisogna indagare per capire. Bisogna scoprire i retroscena degli ultimi mesi di pontificato di Papa Wojtyla. L'8 gennaio 2005, sentendo ormai avvicinarsi la fine, Giovanni Paolo II, durante un pranzo con alcuni prelati di Curia (Herranz, Castrillon Hoyos, Lopez Trujillo e lo stesso Ratzinger), esprime la sua preferenza, come successore, proprio per il suo braccio destro bavarese. Vede in lui non solo l'amico fedele e prezioso (anche per le valutazioni critiche da lui espresse), ma l'unico che può tentare di riportare la barca di Pietro fuori dalla tempesta del post Concilio. UN SEGRETO DA SVELARE Il mese successivo, il 13 febbraio, muore a Coimbra suor Lucia, l'ultima veggente di Fatima, la depositaria del messaggio profetico della Madonna sui nostri anni, messaggio che - secondo Giovanni Paolo II - va accostato addirittura alle profezie bibliche, il cui valore non è affatto "facoltativo" riconoscere se lo stesso Papa Wojtyla affermò solennemente che bisogna «ascoltare il comando che fu dato (a Fatima, ndr) da Nostra Madre, preoccupata per i suoi figli. Ora questi comandi sono più importanti e vitali che mai». Anzi, disse il Papa, «l'appello fatto da Maria, nostra Madre, a Fatima è più attuale di allora e persino più urgente... fa sì che tutta la Chiesa si senta obbligata a rispondere alle richieste di Nostra Signora. Il Messaggio impone un impegno su di essa». Espressioni decisamente gravi, che impediscono di declassare il "segreto" a semplice e non-vincolante materia per appassionati. E fanno capire perché, per 40 anni, senza che ciò trapelasse, dentro le mura vaticane quel messaggio è stato un'autentica ossessione, oggetto di mille riunioni, timori e inquiete considerazioni. Ebbene, la morte di suor Lucia nel febbraio 2005 pone a Papa Wojtyla un problema di coscienza. Suor Lucia infatti aveva consegnato alle autorità ecclesiastiche il testo del "Terzo Segreto" nel 1944 esigendo da loro l'impegno a rivelarlo nel 1960 (secondo quanto le aveva detto la Madonna) o al momento della sua morte. Nel 1960 non fu rivelato per decisione di Giovanni XXIII che - atterrito dal suo contenuto - espresse il dubbio se fosse di origine soprannaturale o un pensiero di suor Lucia. Contiene, per quanto si è capito, una profezia sull'apostasia nella Chiesa e, collegata, un'altra profezia agghiacciante sul mondo, come il Papa svelò a Fulda. In un recente colloquio monsignor Capovilla che da segretario di Giovanni XXIII ha conosciuto quel testo - ci ha confidato che lì la suora (perché lui non lo attribuisce alla Madonna, ma alla veggente) avrebbe «scritto le sue riflessioni sul vescovo vestito di bianco». Un commento alla visione? O sulla strana e ambigua espressione «vescovo vestito di bianco»? Quando Giovanni Paolo II si recò a Fatima nel 1982 suor Lucia tornò a chiedergli la pubblicazione del Terzo Segreto e il Papa le rispose di no perché «potrebbe essere male interpretato». Evidentemente una simile espressione si riferiva a qualcosa che imbarazzava la Chiesa, come poi confermarono la parole di Ratzinger del 1996 sui "dettagli" di quel testo che potevano nuocere. Nel 2000 fu svelata la parte della visione, come si è detto, ma non quelle impressionanti parole pronunciate dalla Madonna di cui conosciamo l'incipit che suor Lucia aveva già rivelato («In Portogallo si conserverà sempre il dogma della fede ecc»). Alla morte di Lucia il Papa si sentì in dovere di tener fede all'impegno assunto con la veggente che quel 13 maggio 2000, davanti alle telecamere di tutto il mondo, gli consegnò una lettera il cui contenuto resta tuttora misterioso (come molti suoi scritti e memorie segretati). Ma come rendere nota quella parte del Terzo Segreto che ha atterrito tutti i Papi che l'hanno letta? QUESTO ERA IL PROBLEMA. INDISCREZIONI VATICANE Da notizie riservate in nostro possesso, confermate da tre autorevoli fonti vaticane, risulta che Papa Wojtyla e il cardinale Ratzinger decisero di tener fede all'impegno rivelando quel contenuto in una forma velata, cioè nei contenuti essenziali, ma senza dichiararne la fonte. L'occasione scelta fu la Via Crucis del venerdì santo che nel 2005 cadeva il 25 marzo. Fu infatti una Via Crucis molto insolita non solo perché, stranamente, a scriverne il testo fu il cardinale Ratzinger, ma anche perché segnò il passaggio di consegne fra Papa Wojtyla (che sarebbe morto una settimana dopo) e lo stesso prelato. Sicuramente quel drammatico testo fu scritto o riveduto a quattro mani, una sorta di testamento comune dei due pastori. I passaggi che fecero più impressione furono proprio quelli dov'era racchiuso il "Quarto Segreto". Fin dalla prima stazione c'è un riferimento penitenziale all'infedeltà di Pietro: «Quante volte abbiamo, anche noi, preferito il successo alla verità, la nostra reputazione alla giustizia. Dona forza, nella nostra vita, alla voce sottile della coscienza, alla tua voce. Guardami come hai guardato Pietro dopo il rinnegamento». Quindi viene «alla storia più recente», a riconoscere «come la cristianità, stancatasi della fede, abbia abbandonato il Signore». Denuncia «il potere delle ideologie, intessute di menzogne» che «hanno costruito un nuovo paganesimo» e per eliminare Dio, hanno eliminato l'uomo. Ma, aggiungono i due autori, «non dobbiamo pensare anche a quanto Cristo debba soffrire nella sua stessa Chiesa? A quante volte si abusa del santo sacramento della sua presenza, in quale vuoto e cattiveria del cuore spesso egli entra! Quante volte celebriamo soltanto noi stessi senza neanche renderci conto di lui! Quante volte la sua Parola viene distorta e abusata! Quanta poca fede c'è in tante teorie, quante parole vuote! Quanta sporcizia c'è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui!... Il tradimento dei discepoli, la ricezione indegna del suo Corpo e del suo Sangue, è certamente il più grande dolore del Redentore». E ancora: «Signore, spesso la tua Chiesa ci sembra una barca che sta per affondare, una barca che fa acqua da tutte le parti... Con la nostra caduta ti trasciniamo a terra e Satana se la ride, perché spera che non riuscirai più a rialzarti. Tu però ti rialzerai». IL SENSO DEL MOTU PROPRIO Come si deduce anche da queste parole, qualcosa di grave dev'esserci, nel messaggio di Fatima, che si riferisce alla liturgia e alla crisi del clero (a migliaia lasciarono l'abito dopo il Concilio). Non è un caso se il cardinal Ratzinger - sempre molto misurato - sul colpo di mano della riforma liturgica del 1969 è stato durissimo: «Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia, che talvolta viene addirittura concepita "etsi Deus non daretur": come se in essa non importasse più se Dio c'è e se ci parla e ci ascolta. Ma se nella liturgia non appare più la comunione della fede, l'unità universale della Chiesa e della sua storia, il mistero di Cristo vivente, dov'è che la Chiesa appare ancora nella sua sostanza spirituale?» . Dunque l'attuale Motu proprio rappresenta un grande tentativo di riparazione e un grido di aiuto al Cielo. I due autori della Via Crucis del 2005, confessavano che «proprio in quest'ora della storia viviamo nell'oscurità di Dio» e poi citavano quello stesso apocalittico versetto del Vangelo di Luca che citò Paolo VI in riferimento al nostro tempo, laddove Gesù si chiede: «Ma il Figlio dell'Uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?». Il testo della Via Crucis faceva un chiaro riferimento alle parole della Madonna a Fatima («Alla fine il Mio Cuore Immacolato trionferà»). Infatti sotto la croce «i discepoli sono fuggiti, ella non fugge. Ella sta lì, con il coraggio della madre, con la fedeltà della madre, con la bontà della madre e con la sua fede che resiste nell'oscurità... Sì, in questo momento Gesù lo sa: troverà la fede». C'è l'eco delle parole che la Madonna disse a S. Caterina Labouré nel 1830 parlando del nostro tempo: «Il momento verrà, il pericolo sarà grande, si crederà tutto perduto. Allora io sarò con voi». Come si vede la successione fra i due Pontefici avviene nel segno di Fatima. Lo fa pensare anche l'inquietante frase pronunciata dal nuovo Papa nella messa di insediamento, il 24 aprile 2005 («pregate per me, perché io non fugga per paura davanti ai lupi») che ricorda il Papa martirizzato del Terzo Segreto. Unavox La S. Messa tradizionale Riflessioni di un fedele G. A. La S. Messa Tridentina, cioè la forma classica del rito romano, deve essere correttamente definita S. Messa tradizionale, la sua struttura, infatti, vanta un'antichità ben maggiore di quella del Concilio di Trento (1545-1563): essa è la Messa della riforma gregoriana che rivede e rende stabile la liturgia ordinata precedentemente, nel IV secolo, da papa Damaso. L'Ordo Romanus I è la più antica fonte da noi posseduta che offra la prima elaborazione completa del rito romano: esso è stato redatto sullo scorcio del VII secolo, ma la liturgia che descrive non è quella del periodo di composizione, bensì quella di un secolo prima, la Liturgia stazionale dei tempi di S. Gregorio Magno che, come già sottolineato, è sistematizzazione di ordinamenti precedenti di almeno tre secoli. Non dobbiamo immaginare assoluta identità tra ogni sezione del rito detto Tridentino e quello di allora, ma certo siamo chiamati a riconoscere la costanza della struttura, ordinata alla attualizzazione del Divino Sacrificio, espressione di una fede costante. La Messa romana dovette acquisire una facies definita, se non definitiva, già nei primi secoli, dal momento che nella liturgia si conservano dei testi, destinati al canto, frutto di traduzioni latine precedenti alla Vulgata geronimiana. Nel corso dei secoli del Tardoantico e del Medioevo, la liturgia romana, e particolarmente la Messa, così come veniva celebrata dal successore di Pietro, fu oggetto di particolare attenzione da parte di molte Chiese periferiche le quali tendono, progressivamente, ad assimilare i loro usi liturgici a quelli della Cappella Papale: un moto di uniformazione, dunque, favorito dalla fusione, voluta sia dai papi sia dai re franchi, delle tradizioni romana e franca che determina una stabilità destinata a durare. Sul finire del IX secolo la liturgia, andata maturando nei secoli, ha ormai una facies ben definita non differente, nella sostanza, da quella riportata sull'Ordo menzionato; senza la necessità di una norma, le varie liturgie, che sono andate assimilandosi, mantengono delle caratteristiche di autonomia nell'identità della sostanza, fino a quando, a causa della riforma protestante, la quale mette in dubbio il senso stesso della liturgia della Messa, il Concilio di Trento estende la norma romana a tutta la cattolicità, lasciando salve, tuttavia, perché immuni dal sospetto di eresia, tutte le tradizioni che vantassero una esistenza di almeno duecento anni. Così continuano ad esistere le liturgie ambrosiana, aquileiese, beneventana, mozarabica, per non citare se non le più note. Quanto detto ci porta a comprendere come la S. Messa tradizionale sia l'espressione più pura, non del sentire di un momento storico, ma della percezione cristiano-cattolica della salvezza operata da Cristo: essa non è spiegata dalla storia, vive e si dispiega maturando nella storia, ma è frutto dell'ispirazione divina, supera la storia e la contiene. Nella S. Messa tradizionale l'attenzione del fedele è tutta volta, grazie al lavorio ispirato nei secoli alla Chiesa, al Sacrificio di Cristo che compie la Redenzione del genere umano operata dal Signore attraverso la dazione del Suo Figlio; in essa è evidente lo slancio del rendimento di grazie e della lode a Dio, come è evidente il senso della soddisfazione offerta per il peccato del mondo attraverso il dolore, la concentrazione del dolore del mondo che il Figlio di Dio, in un supremo atto di amore che diviene libera obbedienza, ha voluto caricare su Se stesso. L'essenza, l'ontologia stessa della liturgia, è il compiersi ancora e sempre, in forma mistica non cruenta, dell'unico sacrificio gradito: per le mani del sacerdote, alter Christus, la Chiesa continua ad offrire al Padre la Vittima di redenzione; l'azione, come ha ribadito ancora la Costituzione del Concilio Vaticano II Sacrosanctum Concilium, II, è "azione di Cristo e della Chiesa". Nella S. Messa tradizionale tutto questo rifulge in maniera mirabile: durante la celebrazione il fedele percepisce pienamente, di fronte a questo inestimabile Sacramento, lo "stupore eucaristico" del quale parla, nell'Enciclica Ecclesia de Eucharistia, il S. Padre Giovanni Paolo II di v.m., e questa percezione non si deve a grandi proclamazioni tribunizie, non si deve a rimbombanti amplificazioni, né alla comprensione della lettera di troppe parole, ma all'afflato di profonda umiltà che caratterizza ogni atto, espressione del sentire del sacerdote che profondamente ha interiorizzato le parole del proprio Maestro. Non eccesso di parole, ma atti, non forma, ma sostanza; questo si coglie nel sacerdote che di fronte all'altare, prima di raggiungerlo, prega "Emitte lucem tuam et veritatem tuam, ipsa me deduxerunt et adduxerunt in montem sanctum tuum et in tabernacula tua", questo nel sacerdote che, profondamente prostrato, senza preoccuparsi di quanto gli accade attorno, fa la confessione dei suoi peccati per poi salire a venerare l'altare. Il medesimo animo continua a percepirsi ancora, attraverso le preghiere accompagnate dagli atti, nel fluire del rito che tende verso il suo culmine, l'offerta della Vittima immacolata: ora le cose della terra si uniscono a quelle del cielo, le cose visibili con quelle invisibili, il Corpo e il Sangue di Cristo levati in alto, di fronte al simbolo della Croce, sono realmente l'offerta all'eterno Padre, per mezzo della Passione, del Sacrificio gradito; e la contemplazione di esso, l'adorazione non possono essere se non nel silenzio, se non il silenzio pregno di tutta la tensione dell'anima. Il tacere è naturale, perché mancano le parole e al prostrarsi non è necessità di prescrizioni. Sentimenti così alti solo un grande poeta poteva esprimere e Alessandro Manzoni dà ad essi forma immortale nelle Strofe per una prima Comunione: Questo terror divino, questo segreto ardor, è che mi sei vicino, è l'aura tua, Signor! Sospir dell'alma mia Sposo, Signor, che fia nel tuo superno amplesso! quando di Te Tu stesso mi parlerai nel cor! Lo stesso poeta continuava: Con che fidente affetto vengo al tuo santo trono, m'atterro al tuo cospetto, mio Giudice, mio Re! Con che ineffabil gaudio tremo dinanzi a Te! Cenere e colpa io sono: ma vedi Chi t'implora, Chi vuole il tuo perdono, Chi merita, Chi adora, Chi rende grazie in me.
