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La fede cristiana non è un insieme di teorie, è incontrare Cristo

di "donquixote"
il Sat, 7 Jul 2007 22:04:53 +0200
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http://www.radioformigoni.it/interviews.asp?id=490

Tracce
Incontro al reale
Dante parla del cristianesimo con i tratti di un'avventura sconosciuta al
mondo contemporaneo. Non una dottrina e nemmeno un avvenimento di duemila
anni fa, ma qualcosa che accade nel presente e raggiunge l'uomo tramite
volti e parole
di Antonio Socci
C'è una bellissima terzina della Divina Commedia che descrive l'attimo dell'
Annunciazione come il momento in cui finalmente il Cielo si apre e sul mondo
piove una pace nuova, sconosciuta alla storia umana, che era stata fino ad
allora un'orrenda macelleria: «L'angel che venne in terra col decreto/ de la
molt'anni lagrimata pace,/ ch'aperse il ciel del suo lungo divieto.» (si
noti la serie degli accenti, nell'endecasillabo centrale, tutti sulle "a",
fino a quello finale su "pace", che dà la sensazione musicale del riposo e
dell'abbandono fiducioso).
È l'annuncio cristiano, la notizia di un evento, della nascita del Figlio di
Dio. Ma il cristianesimo, per Dante, non è solo l'annuncio di un fatto
storico accaduto 2000 anni fa, è per lui qualcosa che accade nel presente,
che raggiunge un uomo tramite volti e parole e occhi veri e lo riempie di
meraviglia.
Appare chiaramente in quel passo della Commedia in cui Dante incontra
finalmente Beatrice e il suo sguardo (Purg XXXI). Dante è l'uomo che si era
perduto, che era sprofondato nel buio di un'esistenza braccata e
angosciante, senza senso, pur essendo un fiorentino del Trecento, quindi un
cristiano. La sua, quella della foresta oscura, era dunque una disperazione
post-cristiana, non pre-cristiana, la disperazione di un uomo che "sapeva"
il cristianesimo e i suoi dogmi e tutto il resto e cionondimeno era finito
nella disperazione. Forse per questo era ancor più terribile: perché la
bontà e la bellezza di una storia passata, dell'aver "visto", dell'essere
stato cristiano, non lo salvava dal vertiginoso smarrimento del presente, e
questa è una disperazione molto più grande di quella che vive chi non ha mai
conosciuto Cristo.

Catena umana
È dunque in questa condizione da uomo perduto e impaurito dalla vita, finché
non viene raggiunto e afferrato in quella foresta oscura da un incontro
imprevisto e tramite lui da una sorta di "catena umana" che gli propone di
"tenere altro viaggio" e lo prende per mano, accompagnandolo con paterno
affetto a guardare in faccia, fino in fondo, il male in cui è sprofondato, e
poi ad alzare gli occhi e il cuore verso la salvezza.
Quando Dante, in cima al monte del Purgatorio, verrà consegnato a Beatrice -
per intercessione della quale è stata costruita quella "catena umana" che l'
ha raggiunto - e guarda i suoi occhi, troviamo un passo enigmatico che mi
pare non abbia mai avuto una spiegazione esauriente nei commenti dei
dantisti. È il punto in cui Dante si dice pieno di meraviglia per ciò che
vede negli occhi di Beatrice.
Ne parleremo. Ma prima vorrei dire che si dovrebbe riflettere a lungo sui
commenti insoddisfacenti di certi passi della Commedia come questo. In
genere quando non si è saputo chiarire i punti oscuri del poema dantesco si
è finito per ricorrere a ipotesi cervellotiche o esoteriche. Ultimamente si
è arrivati addirittura a fare di Dante un islamico (e prim'ancora un
"iniziato", addirittura un templare e molto altro). La sola idea che non
viene considerata è che fosse un cristiano e che in questo vada cercata la
spiegazione di certi suoi versi "oscuri".

Ipotesi esclusa
Insomma si tenta di tutto, ma escludendo in partenza o sottovalutando
drasticamente l'ipotesi più razionale e filologicamente corretta: il
cristianesimo. Tutto questo accade perché - com'è tipico della cultura
moderna - il cristianesimo è archiviato nella polverosa biblioteca del "già
saputo". Si crede di sapere già cosa sia e certi di saperne tutta la
sostanza si esclude che contenga le risposte per comprendere Dante. Infatti
si presume - ancor più scorrettamente - che per Dante e per i cristiani del
Trecento, il cristianesimo corrispondesse a quell'idea (assurda, banale e
insopportabile) che ne ha l'uomo medio di oggi, soprattutto l'intellettuale,
che infatti non sa nulla del cristianesimo; nonostante la sua infinita
presunzione non sa neanche di cosa si parli quando si dice "cristianesimo",
quando si accenna a ciò che Péguy definiva «quel mirabile congegno».
Basterebbe, in realtà, un pò di lealtà intellettuale, un pò di correttezza
filologica, per capire che Dante parla del cristianesimo con i tratti di un'
avventura ai nostri contemporanei sconosciuta. Nell'Epistola a Cangrande,
per esempio, egli scrive esplicitamente che il suo poema (ovvero l'avventura
cristiana) ha come scopo di «rimuovere i viventi in questa vita dallo stato
di miseria e condurli allo stato di felicità».
In questa vita.
Alla felicità.
E «per cosa si fanno le rivoluzioni se non per la felicità?», osservava Pier
Paolo Pasolini.
Cos'altro muove tutto l'agitarsi umano se non il desiderio della felicità?

Fine pratico
Ebbene proprio questo mette in gioco il poema dantesco. «Non ha un fine
speculativo, ma pratico», sottolinea Dante stesso nella sopra citata
Epistola a Cangrande. Più chiaro di così..
Eppure non lo si è capito. Non lo si è voluto capire. Basterebbe una simile
pretesa per capire che con il cristianesimo di Dante siamo di fronte a
qualcosa di impensabile e oggi sconosciuto. Solo grandi filologi come Erich
Auerbach lo hanno intuito e si sono messi in ascolto laborioso della
misconosciuta tradizione cristiana per trovare la spiegazione di quel
mirabile e grandioso capolavoro dantesco.
Un altro importante filologo, Paul Zumthor, ha formulato una preziosa
avvertenza: «Una prima evidenza salta agli occhi: la lontananza del Medio
Evo, la distanza irrecuperabile che ce ne separa. La storia dell'economia,
delle istituzioni e delle idee permette di ricostruire lo sfondo generale di
riferimento nel quale prese posto il contenuto particolare di ogni testo:
questo contenuto ci resta, in quanto tale, inaccessibile per questa strada.
la poesia medievale appartiene a un universo che ci è divenuto estraneo, una
rottura che ce ne separa, che è meglio considerare un abisso insuperabile
che fingere di ignorare». Un'osservazione decisiva che dovrebbe consigliare
al lettore che oggi si avventura dietro al pellegrino Dante un atteggiamento
di umiltà e di curiosità, un'apertura senza pregiudizi, come quella che si
dovrebbe avere nei confronti di un mondo totalmente sconosciuto.
Anche perché il caso della Commedia è specialissimo. Dante, infatti, chiede
addirittura una disponibilità concreta ("pratica") a fare un vero cammino,
quello stesso di Dante, quindi un'esperienza personale di conversione. Senza
la quale, fa capire, sfugge l'orizzonte ermeneutico del poema. Credo sia un
caso unico nella storia della letteratura: un libro dentro il quale il
lettore entra come secondo protagonista. Dove addirittura il protagonista
principale parla con lui come fosse lì presente, accanto a lui. Ci sono
infatti nella Commedia una ventina di passi cruciali in cui Dante interrompe
il racconto e si rivolge al lettore per «chiedergli di partecipare alle
esperienze e ai sentimenti del poeta». Si tratta di qualcosa di inedito e -
nota Auerbach - «di una relazione "nuova" tra lettore e poeta». Per esempio,
«si è tentati di interpretare l'apostrofe "O voi che siete in piccioletta
barca." come un appello indirizzato a veri compagni di viaggio, non a
lettori d'un libro».
Del resto Dante lo dichiara apertamente, proprio all'inizio del Paradiso,
all'inizio di quella esperienza di grazia: «Trasumanar significar per verba/
non si porìa; però l'esemplo basti/ a cui esperienza grazia serba». Intende
dire che non ci sono parole che possano raccontare quella esperienza di
grazia che esalta l'umanità, ma chi fa la stessa esperienza capirà ciò che
sta per riferire.

Tomismo in versi
Ma di cosa mai starà parlando? Tutti gli studiosi credono di "sapere"
perfettamente, sanno citare tutte le definizioni della teologia tomista e ti
inducono a credere che la Commedia in fondo non sia che il tomismo messo in
versi. Ma è Dante stesso che chiarisce. Quando in cima al Purgatorio in una
grande scena dominata dalla figura del grifone, che è per metà aquila e per
metà leone, tutti i commentatori spiegano - giustamente - che si tratta di
una metafora delle due nature di Gesù Cristo, vero uomo e vero Dio.
Accade che gli occhi di Dante «vider Beatrice volta in su la fiera/ch'è sola
una persona in due nature». E qui si verifica qualcosa di straordinario.
Dante, infatti, guardando direttamente il grifone vede le sue due nature,
così come appaiono nella definizione dogmatica della Chiesa. Vede cioè la
dottrina della Chiesa. Ma guardando negli occhi di Beatrice, Dante si
accorge che avviene qualcosa di stupefacente: infatti nella sua immagine
riflessa in quegli occhi il grifone mostrava ora l'una ora l'altra delle sue
nature.
Ed è questa scena che i commentatori non riescono a spiegare nel suo
significato profondo. Che, invece, appare chiaro a chi faccia esperienza del
cristianesimo. Esso, infatti, raggiunge un uomo del Trecento, o del 2000,
non solo come una serie di definizioni dottrinali custodite e tramandate
dalla Chiesa, non solo come dottrina, ma come un volto amato (Beatrice)
attraverso i cui occhi ti raggiunge pienamente l'eccezionale umanità di Gesù
e - facendo esperienza di essa - l'evidenza della sua piena divinità.
Esattamente come accadde a Giovanni e Andrea, poi a Simon/Pietro, a Filippo
e agli altri discepoli.
È questo che Dante - mi pare - vuol comunicare e che la cultura moderna non
vuol intendere: che, cioè, il cristianesimo non è (solo) una definizione
dottrinale, né (solo) un avvenimento di 2000 anni fa, ma l'incontro, oggi,
con una umanità eccezionale in cui si fa letteralmente esperienza del
divino, della divinità di Cristo. «Pensa, lettor, s'io mi maravigliava»
annota Dante davanti a ciò che vedeva negli occhi di Beatrice. Infatti,
«piena di stupore e lieta/ l'anima mia gustava di quel cibo/ che, saziando
di sé, di sé asseta».

La fede cristiana non è un insieme di teorie, è incontrare Cristo, spiega il
Papa
Per evangelizzare, aggiunge, "il messaggio deve essere chiaro e preciso"
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 5 luglio 2007 (ZENIT.org).- La fede cristiana
non è un insieme di teorie, ma consiste nell'incontro con Cristo, ha
affermato Benedetto XVI.

Lo ha spiegato questo giovedì affrontando le sfide della nuova
evangelizzazione con i Vescovi della Repubblica Dominicana, giunti a Roma in
occasione della loro quinquennale visita al Papa e ai suoi collaboratori
della Curia Romana.

Dopo aver analizzato i rapporti presentatigli dai presuli, il Santo Padre ha
riconosciuto che la Chiesa nell'isola caraibica "è una comunità viva,
dinamica, partecipativa ed evangelizzatrice".

"Per raggiungere questa meta - ha proseguito -, il messaggio deve essere
chiaro e preciso affinché la parola di vita proclamata diventi un'adesione
personale a Gesù, nostro Salvatore".

In questo contesto, ha affermato l'urgenza di "recuperare e riproporre il
vero volto della fede cristiana, che non è semplicemente un insieme di
proposizioni da accogliere e ratificare con la mente. È invece una
conoscenza vissuta di Cristo, una memoria vivente dei suoi comandamenti, una
verità da vivere" (Veritatis splendor, 88).

E' necessario "che la verità su Cristo e la verità sull'uomo penetrino ancor
più profondamente nelle varie fasce della società dominicana, perché non c'è
vera evangelizzazione se non si annunciano il nome, la dottrina, la vita, le
promesse, il regno, il mistero di Gesù di Nazaret, Figlio di Dio".

"Quest'opera, non esente da difficoltà, si sviluppa in un popolo dallo
spirito aperto e sensibile alla Buona Novella", ha spiegato.

"E' certo che nel vostro Paese si fanno sentire anche i sintomi di un
processo di secolarizzazione in cui per molti Dio non rappresenta più l'
origine e la meta, né il senso ultimo della vita", ha riconosciuto.

"In fondo, come sapete molto bene, questo popolo ha un'anima profondamente
cristiana - ha spiegato -. Prova ne sono le comunità ecclesiali vive e
operanti, in cui tante persone, famiglie e gruppi si sforzano di vivere e di
testimoniare la loro fede".

In base ad alcune statistiche, il 95% degli oltre nove milioni di abitanti
della Repubblica Dominicana è rappresentato da cattolici.



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