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Muori, bastardo!
di "donquixote"
il Sat, 7 Jul 2007 21:59:10 +0200
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Il Giornale Insulti e bastonate al crocefisso Denunciati gli studenti blasfemi di Marino Smiderle - mercoledì 04 luglio 2007, 09:23 Rovigo - Cellulare, internet e scuola: i soliti ingredienti per far deragliare le menti obnubilate degli studenti in cerca di emozioni online e arrivati al punto di infierire a colpi di bastone e insulti contro il crocifisso. L'ultima assurda bravata di tre diciottenni della provincia di Rovigo è costata loro una denuncia per vandalismi e blasfemia da parte dei carabinieri. L'inevitabile sviluppo giudiziario è relativo a una vicenda capitata nell'inverno scorso, tra novembre e marzo, in una scuola superiore. In quei giorni i video scolastici polesani erano diventati una sorta di cult per il popolo di YouTube, la televisione universale nutrita dai contributi della gente di tutto il mondo, e a furia di passa parola e di link girati via email, la notizia aveva travalicato i confini regionali e raggiunto i primi posti della hit parade delle stupidaggini in rete. Agli ingredienti esplosivi già elencati, si deve aggiungere, secondo gli inquirenti, una discreta dose di alcol. Nessun segno di pentimento, all'epoca, anzi, una sorta di trionfo tributato dal numero di clic dei naviganti che aveva contribuito a motivare gli studenti a inventarsi qualcosa di ancora più clamoroso, di più fotogenico, dal loro punto di vista. Nessuno che si sia posto il problema se quelle riprese potessero creare qualche problema, in primo luogo agli stessi ideatori. La rete, la pubblicità innanzitutto. La cosa più sconvolgente, comunque, riguarda l'incomprensibile vilipendio al crocifisso appeso alla parete della scuola superiore frequentata dai tre bulli in questione. Sì, perché dall'indagine è emerso che, emuli del famigerato Adel Smith (il musulmano che ebbe a definire «cadaverino» il simbolo della cristianità), i tre bellimbusti si divertivano ad appoggiare il crocifisso sul banco per poi farlo a pezzi a colpi di bastone al grido di «muori, bastardo». Oppure, ispirandosi a una comicità di bassa lega, toglievano il corpo dal crocifisso stesso, sostituendolo con un cartello con su scritto «torno subito». A dare una mano ai carabinieri nel ricostruire questa deprimente vicenda sono stati, ovviamente, gli stessi protagonisti che, non paghi di aver compiuto simili imprese, avevano provveduto a riprenderle con le videocamere dei telefonini e a farle circolare, come detto, attraverso l'efficace canale mediatico di YouTube. Ottenendo, da un lato un «successo clamoroso», dall' altro una serie incredibile di possibili prove d'accusa. Proprio l'imbecillità dei gesti e la pubblicità data alle imprese blasfeme dei bulli rodigini avevano attirato l'attenzione dei carabinieri che, quasi per caso, avevano cominciato a indagare. Oltre alla irritante blasfemia dell 'accanimento nei confronti del crocifisso, i carabinieri hanno capito subito che si sarebbe potuto configurare anche il reato di danneggiamenti per gli atti vandalici collegati. Cosa che è diventata evidente quando, in un'altra ripresa pubblicata dai registi in erba, gli studenti si sono esibiti, ubriachi fradici, in una passeggiata selvaggia sul tettuccio di un'auto parcheggiata nel cortile dell'istituto. O, peggio ancora, quando bruciacchiano con un accendino il braccio di un loro compagno, peraltro incredibilmente consenziente. Avvenire Cercano il peggio per «farsi vedere» Nel «crucifige» di Rovigo l'abisso di certa gioventù Lucia Bellaspiga Ora basta, fermiamoci tutti. Toccato il fondo, indaghiamo in noi stessi, nell'immenso immondezzaio della nostra società. Che cosa trasforma tre normali studenti di scuola superiore, quale rabbia o stupidità li rende capaci di staccare dal muro scolastico il crocifisso per bastonare il corpo del Cristo, come duemila anni fa, urlandogli di morire mentre va in pezzi? È il «crucifige» di allora, tornato sulle bocche schiumanti dei nostri ragazzi, mentre i compagni, anziché provare disgusto (ma ci accontenteremmo di qualche esitazione), incitano i carnefici riprendendo il tutto con i telefonini: «Finiscilo, finiscilo! Deve morire!». Questa volta nella scuola di Rovigo è toccato al Cristo, che in duemila anni ha visto e perdonato ben di peggio all'umanità. Ma sempre più spesso i nostri "normali" figli stuprano ragazze, torturano disabili, distruggono treni, incendiano scuole, tutto sotto l'occhio sempre più esigente di un telefonino... Che cosa, allora, li ha trasformati? C'è un solo comune denominatore in questa variegata pazzia che ha contagiato ormai troppi cervelli per continuare a parlare di eccezioni: lo scopo per cui fanno tutto questo è riprendersi e mandare il video su Internet. Vedersi e farsi vedere, questo solo li eccita, e più l'atto è negativo più è visibile, cliccato, visitato. Una gara al ribasso, anzi all'abisso, alla quale anche i ragazzi di Rovigo non hanno resistito: le immagini del Cristo bastonato e insultato sono visibili su Youtube - il sito che consente di mandare in rete qualsiasi video senza controllo - e ne vanno fieri. Ci sarebbe tanto da domandarsi, ad esempio perché tutto questo avviene di solito nelle scuole, luoghi che di per sé dovrebbero incutere quel timore che si fa deterrenza. Ci sarebbe da chiedersi anche dove sono le famiglie. Ma mentre la nostra generazione, impaurita, si interroga, il mondo va avanti con le sue tecnologie, ignote a molti di noi e ben note ai nostri bambini. Sono loro, infatti, che "navigano" senza difficoltà e così affondano nel mare disgustoso che appare con un solo ingenuo e innocente clic. Attratti dalla parola "gioco" trovano un mondo che di ludico non ha nulla ma che tale vuole apparire. Ecco allora il gioco degli embrioni: «Per colpa della legge 40 - dice il regolamento - i ricercatori sono ormai costretti a vivere nelle catacombe, braccati da clero e burocrazia...". Al ragazzino il compito di portare più feti possibile in laboratorio. Titolo della gara: "Embrioni, non persone". Non basta? C'è anche il gioco che insegna a «dimenticare le noiose categorie maschietto e femminuccia che ti hanno insegnato a scuola...». Così il bambino, incantato dalle figure animate, segue la sua guida nella città virtuale in cui "gli abitanti hanno generi intercambiabili e copulano secondo il loro mutevole desiderio" ed è lui stesso a muoverli: più promiscui sono i rapporti e più alto è il punteggio. Per le ragazzine, poi, c'è un gioco ad hoc: insegna che "amore è simulazione". Il volto del partner maschile è crudele e il messaggio che passa è chiaro: l'amore fisico non è un dono prezioso e positivo che il Creatore ci ha dato, ma violenza e possesso... Qui ci fermiamo tra pudore e scoramento, ma ci sarebbe molto di peggio. A noi, fortunata generazione cresciuta con il Lego, non resta che un appello agli unici che possono davvero fare ancora qualcosa: i signori della Rete, gestori di siti e provider. Anche loro sono padri e forse, ci auguriamo, non vorranno che i loro figli crescano nella falsissima convinzione che la vita è schifo, noia, odio e disgusto.
