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Non si capisce Dante senza l'esperienza dell'infelicità del peccato, della bellezza del perdono e della felicità della grazia

di "donquixote"
il Tue, 3 Jul 2007 23:00:52 +0200
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Il Giornale
Il solito aiuto ai soliti amici
di Redazione - sabato 30 giugno 2007, 07:00
A settembre gli studenti italiani troveranno sui banchi di scuola il dvd di
Roberto Benigni che legge Dante. Il regalo arriva dal ministro all'
Istruzione Fioroni, preoccupato perché alla maturità in pochissimi hanno
scelto il tema sul Sommo Poeta. Non può dirsi italiano, tuona il ministro,
chi non prova affetto per Dante. Studenti bacchettati, promosso il compagno
Benigni.

Libero
Dante, Benigni e la «maturità» del Governo
Dopo il '68 l'Alighieri era considerato un reazionario, poi è arrivato
Benigni e l'"homo de sinistra" ha riscoperto il poema sacro e con lui i
media. Ma siamo sicuri che - al di là dello sdoganamento mediatico-politico
della Commedia - se ne conoscano almeno le nozioni basilari? La gaffe del
Ministero pare dimostrare il contrario: un'abissale ignoranza, perfino da
parte degli addetti ai lavori, del Poema sacro. Proporre Dante ai temi di
maturità senza reinserirlo nei programmi è davvero una colossale presa in
giro
di ANTONIO SOCCI
A che serve il Ministero della Pubblica Distruzione? L'errore di quest'anno
nel titolo del tema sulla Divina Commedia, non è uno dei tanti che di solito
infarciscono i test per la maturità, a riprova del naufragio della scuola.
No. Questo è una flop politico come la Finanziaria o l'indulto. Il segnale
infatti doveva essere l'esatto opposto. Volevano far capire che Dante era
stato ormai sdoganato da Roberto Benigni diventando uno "de noantri" (di
sinistra come la doccia e il caffè, mentre il thè e il bagno nella vasca
restano "di destra"). Il genio di Veltroni - che già sdoganò a sinistra
Alvaro Vitali ed Edwige Fenech - se fosse stato già al posto di Prodi
avrebbe fatto un'operazione di successo. A ruota di Benigni che ha
"ripulito" l'Alighieri rendendolo potabile allo snobismo dell' "homo
progressista", il quale detesta e disprezza tutto ciò che sa di
cattolicesimo o parla "di santi e Madonne". Il Dante di Benigni è diventato,
da 5 o 6 anni a questa parte, un geniale compagno progressista che permette
di ridere di Berlusconi, di Ferrara e dei preti come la Guzzanti e la
Dandini. Un'operazione eccezionale. Per trent'anni - dopo il Sessantotto -
il sommo poeta è stato considerato un vecchio barbogio da prendere a calci.
Il nuovo potere scolastico lo ha squalificato come un palloso reazionario.
Faceva testo - per la cultura Sessantottina - la canzoncina di Venditti,
"Compagno di scuola", che si chiedeva «se Dante era un uomo libero, un
fallito o un servo di partito» e dichiarava «la Divina Commedia, sempre più
commedia». La nostra provinciale intelligentsia non si era accorta nemmeno
che nel frattempo - nel '68 parigino - un intellettuale (allora) maoista
come Philippe Sollers, folgorato dal poema dantesco, ne tracciava su "Tel
Quel" una mirabolante lettura strutturalista, facendone il capolavoro di
tutti i tempi, l'Opera di tutte le opere, la lingua universale.
EPURATO DALLA SCUOLA
Da noi il "reazionario" Dante veniva puntualmente sputacchiato ed epurato
dai programmi ministeriali dove irrompeva e dilagava la mitica "attualità",
fatta di Che Guevara, ecologia, problemi sociali e balle varie. Ho fatto il
liceo e l'università dopo il Sessantotto, fra il 1974 e il 1983, e di Dante
non c'era più traccia. Cancellato come capitava a certi poeti in disgrazia
nell'Urss di Stalin. Due amici di Comunione e liberazione mi fecero scoprire
e amare - insieme alla bellezza del cristianesimo - anche la Divina
Commedia, 25 anni prima di Benigni, che a quel tempo cantava ancora "L'inno
del corpo sciolto". Folgorato da Dante mi tuffai a leggere tutto, feci la
tesina della maturità e poi la tesi di laurea sulla Divina Commedia nello
sconcerto dei professori che mi ritennero un integralista provocatore. A
rivelare Dante a noi giovani cercatori del senso della vita, in quegli anni
bui, c'era quasi solo don Giussani, umanissimo maestro di Bellezza che ci
struggeva i cuori aprendoci folgoranti panorami di poesia e di musica.
Eravamo una piccola compagnia (presa a sputi dappertutto) che - con il bel
gioco di parole di Davide Rondoni - si può definire il "Clan Destino". Poi,
vent'anni dopo, arrivò Benigni. E di punto in bianco l' "homo de sinistra" e
i media scoprirono Dante. Ed allora eccoli tutti emigrare in branchi, a
migliaia, a riempire le piazze per ascoltare le declamazioni benignesche del
poema sacro, a esprimere appassionato interesse, ad andare in sollucchero
per la Commedia: 70 repliche in 27 città, 120 mila spettatori solo a Roma
per il V canto dell'Inferno. «Da mesi fa il tutto esaurito, dovunque si
sposti, ci sono già andati in 500 mila, la gente fa la fila al botteghino»,
scrive Siegmund Ginzberg su "Repubblica" a proposito del «fenomeno Benigni».
Ed ecco la Rai che programma, sulla prima rete, per l'anno prossimo, una
serie di letture dantesche di Benigni che si annunciano già un gran
successo. È un'ottima idea, perché sottrae meritoriamente serate a "Porta a
porta" e finalmente, nell'orrida tv dei reality e dei crimini familiari, fa
irrompere la Bellezza. Si aprono però alcune domande. Prima: qualche
rappresentante della cultura Sessantottarda ha fatto ammenda? Ha
riconosciuto che intere generazioni di giovani sono state ingiustamente
private di un tesoro così prezioso? E in tutta questa "Dantemania" si
comprende davvero l'essenza cristiana della Commedia? E si riconosce, di
conseguenza, l'insensatezza dell'attuale tentativo di sradicamento delle
radici cattoliche della nostra cultura? O hanno sempre ragione loro e, dopo
averlo epurato, oggi possono impunemente fingersi scopritori di Dante,
continuando però a odiare e combattere il suo connotato cristiano? Seconda
domanda: siamo sicuri che - al di là dello sdoganamento mediatico-politico
della Commedia - se ne conoscano almeno le nozioni basilari? La gaffe del
Ministero pare dimostrare il contrario: un'abissale ignoranza, perfino da
parte degli addetti ai lavori, del Poema sacro, quello da cui è stata tratta
la lingua italiana (caso unico, una lingua nazionale ricavata da un Poema
letterario). Proporre Dante ai temi di maturità senza reinserirlo nei
programmi è davvero una colossale presa in giro. Ieri Nadia Verdile, una
professoressa, sul "Manifesto", ha addirittura invitato i ragazzi impegnati
nella maturità «a chiedere alla magistratura di invalidare la stessa per
palese difformità con le leggi dello Stato e per ingiustificato razzismo nei
confronti degli studenti non liceali». Il ragionamento dell'insegnante è
questo: «Le cantiche della Divina Commedia si studiano, anno per anno, solo
nei licei! Maledizione, questi programmi sono legge dello Stato italiano». E
siccome in tutti gli altri istituti superiori, tre quarti del totale, «non
si insegna la lettura delle cantiche e dei canti della Divina Commedia», il
tema di quest'anno della maturità rappresenta una palese ingiustizia. Si
potrebbe obiettare che c'erano altri temi, «ma» replica l'insegnante
«sarebbe razzismo e soprattutto negazione di un diritto, cioè quello di
avere le stesse possibilità degli studenti liceali». A parte l'accusa di
"razzismo", che mi pare qui non c'entri niente, resta un problema: se le
nostre giovani generazioni sono tuttora derubate di questo eccezionale
tesoro, il ministro Fioroni non ritiene che si debbano rivedere i programmi?
TROPPO CATTOLICO
Terza domanda: Benigni come lettore e interprete di Dante è attendibile?
Vittorio Sermonti, che lo ha preceduto nelle letture pubbliche della
Commedia, intervistato giovedì da "Magazine", ha punzecchiato il comico
toscano: «Non mi dispiace come lo legge. Ma credo che il pubblico di Benigni
esca dallo spettacolo uguale a quando ci è entrato e pensando che Dante sia
attualissimo e un po' fessacchiotto. Io rivendico il diritto
all'inattualità, non la faccio così facile». Sermonti ha ragione, ma dipende
solo da Benigni o anche dal suo pubblico che non si lascia mettere in
discussione? In un'altra intervista Sermonti afferma che una «lettura
appassionante» di Dante nella scuola è possibile e auspicabile, perché
«costringerebbe a pensare al Cristianesimo non in termini edulcorati o
sentimentali, ma permetterebbe di comprendere lo "scandalo" di cui è
portatore. E gli studenti troverebbero molte risposte alle loro domande di
senso». Ma è per questo che Dante a scuola continua ad essere bandito.
Perché tipico dell'intellettualità italiana è non volersi mai mettere in
discussione sul cattolicesimo e non si può capire davvero la Commedia senza
far esperienza dell'infelicità del peccato, della bellezza del perdono e
della felicità che dà la grazia. Benigni in realtà è un testimone
convincente e commovente perché il suo stupore di fronte a Cristo o alla
bellissima Vergine Maria, è evidente. In questo senso il suo inizio di
conversione attraverso Dante è lo spettacolo più bello e struggente. Ma non
lo capisce nessuno.




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