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Il papa toglie ai progressisti la loro bandiera

di "donquixote"
il Tue, 3 Jul 2007 22:59:39 +0200
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Il Giornale
L'antica messa in latino non è una controriforma
di Massimo Introvigne
Benedetto XVI ha presentato il Motu proprio con cui liberalizza la
celebrazione della Messa con il rito detto di san Pio V, in lingua latina e
secondo la versione del 1962 dell'antico Messale. Il documento era atteso da
mesi e non è un mistero per nessuno che fosse avversato da alcune conferenze
episcopali - anzitutto quella francese - che vi vedevano il rischio di «dare
ragione» ai seguaci dello scisma di monsignor Marcel Lefebvre. In realtà,
contrariamente a quanto si legge in questi giorni, non è affatto probabile
che in seguito al Motu proprio i seguaci del defunto monsignor Lefebvre
tornino all'ovile. I problemi che li dividono da Roma non riguardano solo la
liturgia. Essi rifiutano anche l'ecumenismo e gli insegnamenti del Concilio
Vaticano II sulla libertà religiosa, temi che a Benedetto XVI sono carissimi
e su cui il Papa non intende transigere.

Ma, se non si tratta di una strategia per recuperare l'insidioso scisma
lefebvriano, perché Benedetto XVI liberalizza la Messa di san Pio V? Il
problema riguarda un tema cruciale del pontificato di Joseph Ratzinger: l'
interpretazione del Concilio Vaticano II. Come illustrato già nei suoi primi
auguri di Natale alla Curia romana, del 22 dicembre 2005, il Papa ritiene
che uno dei maggiori problemi della Chiesa sia l'esatta comprensione del
ruolo del Concilio.
Benedetto XVI distingue fra i documenti del Vaticano II - che ritiene
fondamentali per definire il ruolo della Chiesa nel mondo contemporaneo,
specie in tema di rapporti con le altre religioni e con gli Stati - e la
loro interpretazione «postconciliare».
Con chi, come i «lefebvriani», rifiuta i documenti del Concilio i margini di
dialogo rimangono molto stretti.
Ma del tutto diverso è il discorso che riguarda il cosiddetto
«postconcilio». Qui, secondo il Papa, si sono scontrate due linee di
interpretazione del Vaticano II: «due ermeneutiche contrarie si sono trovate
a confronto e hanno litigato tra loro. L'una ha causato confusione, l'altra
ha portato frutti». Quella che ha creato confusione, secondo Benedetto XVI,
è l'«ermeneutica della discontinuità e della rottura» secondo cui il
Concilio è stato una rivoluzione nella storia della Chiesa che ha fatto
diventare fuori moda, reazionario e inutile tutto quanto esisteva prima.
Al contrario, per portare frutti il Vaticano II deve essere interpretato non
come una rottura, ma in continuità con tutto il magistero precedente. La
descrizione dei tempi del postconcilio da parte di Benedetto XVI è a tinte
fosche. Il Papa paragona il caos di quegli anni a una battaglia navale di
notte su un mare in tempesta.

Ora, la bandiera di chi interpreta il Concilio secondo il paradigma della
«rottura» è la riforma della liturgia (fatta non dal Concilio, ma dopo il
Vaticano II) e soprattutto le restrizioni che vietano o rendono molto
difficile celebrare la Messa di san Pio V. Infatti, se il Concilio rompe con
tutta la tradizione precedente, chi resta attaccato al simbolo di quella
tradizione - la Messa antica in latino - è fuori della Chiesa e deve essere
isolato e perseguito. Ma se invece il Vaticano II va interpretato in
continuità con il passato, allora anche la Messa antica può coesistere con
la nuova.
Il Motu proprio di Benedetto XVI toglie allora ai sostenitori dell'
«ermeneutica della discontinuità» la loro bandiera, e avvia una stagione
dove - senza indulgenze per chi rifiuta i documenti del Vaticano II -
l'interpretazione della continuità con la tradizione diventa normativa.

Perché Benedetto XVI vuole la messa in latino
di Pietro De Marco
L'iniziativa del Pontefice, della cui imminenza  hanno dato notizia i
quotidiani di domenica 17 giugno, appare rivolta contro la lettura
ideologica e sostanzialmente "rivoluzionaria" del Concilio proposta da non
isolate élite teologiche e pastoralistiche cattoliche, e lentamente
penetrata anche nei laicati parrocchiali.  A mio avviso la "legittimazione"
rinnovata del missale romanum riconduce la vita cattolica alla sua
essenziale natura di complexio oppositorum, di unità ordinata di polarità in
tensione, indicando la storia cattolica precedente il Concilio Vaticano come
vitale orizzonte dello "spirito" stesso del Concilio e della sua
realizzazione - "realizzazione" che molti estremismi hanno vissuto invece
come incommensurabile col passato.

La nuova possibilità di una celebrazione non più "eccezionale" della Messa
latina è decisione di governo che si radica nella lunga durata della
riflessione del teologo Joseph Ratzinger. Essa funge da correttivo se non
da pieno risarcimento di un'indebita frattura pratica (e, prima ancora,
ideologica) consumata nel tardo Novecento cattolico "conciliare". Frattura
con la tradizione moderna della Chiesa e, quanto alla lingua, pressoché con
l'intera tradizione. La frattura non era, peraltro, nella lettera della
riforma liturgica; è avvenuta nella cancellazione di fatto dello spirito
della liturgia precedente la riforma, quasi intendendo o lasciando intendere
ch'essa fosse in sé inadeguata (il che è intrinsecamente assurdo).

Vi è di più nella intentio di Papa Benedetto. Se guardiamo all'interno del
dato liturgico-sacramentale la rinnovata legittimità di un'eucaristia (come
si ripete manieristicamente oggi) celebrata secondo il Messale di Pio V  e
in lingua non corrente, sembra destinata a riequilibrare gli "eccessi"
liturgici (rituali, linguistici, fino architettonici) e in particolare gli
slittamenti frequenti verso una asacramentalità se non
desacramentalizzazione delle celebrazioni attuali.  Slittamenti che hanno
una preoccupante rilevanza de fide.

Sottolineo, per punti, i motivi di questa mia convinzione.

a. La lingua non-ordinaria favorirà la percezione di una antiquitas del
rito, di una originarietà su cui il presente non spadroneggia o prevarica,
ma profondamente e necessariamente si impianta secondo continuità. Anche una
esperienza  non più "trasgressiva" del rito latino darà il senso del
rapporto necessario fra tradizione e innovazione (o, meglio, adattazione) e
della loro reciproca forza moderatrice.  Lo sanno i credenti che hanno
frequentato in questi decenni le  liturgie monastiche in latino, ancora più
che quelle "tradizionalistiche".

b. La forma e la disciplina rituale della Messa di Pio V avranno una
obiettiva rilevanza per l'orizzonte di fede (secondo l'unità di lex orandi e
lex credendi). Specialmente l'essere "rivolti al Signore" del celebrante e
dell'assemblea (che oggi appare piuttosto rivolta al celebrante, e il
celebrante ad essa) e la contemporanea riscoperta della eccentricità dell'
altare rispetto agli astanti, costringerà a riflettere di nuovo su spazio e
tempo sacro,  sul loro senso e fondamento. Di nuovo ma non in maniera
"nuova", piuttosto nei termini della tradizione cattolica, latina e
orientale. Né la comunità radunata, né i suoi sentimenti, la sua
disposizione interna ed esteriore, né la sua socialità o compagnia sono,
infatti, il perno e la condizione prima del sacrificium missae. Non è il
behavior dell'assemblea che conta: tentazione pragmatistica e attivistica -
una "liturgia attiva"! - di cui il sociopsicologismo di liturgisti e
pastoralisti (e progettisti di edifici e spazi liturgici) sembra non essere
consapevole.

Al contrario l'azione della comunità orante è sotto la forma sacrificale e
da lì trae le proprie disposizioni; l'agire è al servizio dei divina
mysteria. Il divino sacerdos sacrifica se stesso al Padre e il celebrante e
l'assemblea sono tratti in questo abisso, nella sua direzione e senso. Nel
canon missae non vi è altro che abbia tale rilevanza, non vi è altro
principio ordinante. Simbolicamente tutto ciò risulta più chiaro nel
traguardare verso il Signore oltre il celebrante e l'altare; più nel
trascenderli, dunque, che nell'attuale colloquio frontale tra celebrante e
popolo.  Il rivolti al Signore si oppone anche alla tentazione di concepire
l'altare come spectaculum al centro (o quasi) dell'assemblea .

c. La significatività recuperata (ma antica nella storia della fede
cristiana) di una liturgia "che ha al centro il Santissimo Sacramento che
brilla di viva luce" (come si esprimeva Jungmann sulla liturgia
postridentina) vorranno una catechesi e una predicazione della Presenza
reale, del "Dio con noi" caro a Joseph Ratzinger teologo; insomma, si
imporrà una nuova e antica attenzione ai sacramenti secondo un annuncio di
Realtà, oltre il livello emozionale-affettivo e le depauperate parole
d'ordine del "per amore".

Questa è, dunque, la speranza che sembra di cogliere dalla decisione di
Benedetto: che l'evidenza di una essenziale stabilità della Tradizione,
confermata anche dalla rinnovata "validità" ordinaria della lingua latina
liturgica, venga incontro (sia medicina) al disorientamento delle comunità e
delle generazioni cristiane variamente quanto poco consapevolmente investite
dal radicalismo "conciliare". La nuova legittimità della Messa latina sarà,
infine, di fronte al popolo cristiano, una meritata sconfitta dell'arroganza
e, specialmente, della superficialità teologica e religiosa di un esercito
di "riformatori" talora improvvisati, spesso improvvidi.

http://it.youtube.com/watch?v=PUE-V4VjoLY&NR=1




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