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Cristo è il vero Dio, non paragonabile a Buddha, Confucio o Socrate

di "donquixote"
il Tue, 3 Jul 2007 23:01:06 +0200
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Fattisentire
Il Papa: "Pietro insegna che Cristo è il vero Dio, non paragonabile a
Buddha, Confucio o Socrate"
«Con la duplice domanda: "Che cosa dice la gente - Che cosa dite voi di
me?", Gesù invita i discepoli a prendere coscienza di questa diversa
prospettiva. La gente pensa che Gesù sia un profeta. Questo non è falso, ma
non basta; è inadeguato. Si tratta, in effetti, di andare in profondità, di
riconoscere la singolarità della persona di Gesù di Nazaret, la sua novità.
Anche oggi è così: molti accostano Gesù, per così dire, dall'esterno. Grandi
studiosi ne riconoscono la statura spirituale e morale e l'influsso sulla
storia dell'umanità, paragonandolo a Buddha, Confucio, Socrate e ad altri
sapienti e grandi personaggi della storia. Non giungono però a riconoscerlo
nella sua unicità.
Viene in mente ciò che disse Gesù a Filippo durante l'Ultima Cena: "Da tanto
tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo?" (Gv 14,9). Spesso
Gesù è considerato anche come uno dei grandi fondatori di religioni, da cui
ognuno può prendere qualcosa per formarsi una propria convinzione. Come
allora, dunque, anche oggi la "gente" ha opinioni diverse su Gesù. E come
allora, anche a noi, discepoli di oggi, Gesù ripete la sua domanda: "E voi,
chi dite che io sia?"... Ascoltandolo predicare, vedendolo guarire i malati,
evangelizzare i piccoli e i poveri, riconciliare i peccatori, i discepoli
giunsero poco a poco a capire che Egli era il Messia nel senso più alto del
termine, vale a dire non solo un uomo inviato da Dio, ma Dio stesso fattosi
uomo».

Il Giornale
«Socrate e Buddha? Saggi, ma Gesù è Dio»
di Andrea Tornielli - sabato 30 giugno 2007, 07:00 da Roma
Oggi Gesù «è considerato anche come uno dei grandi fondatori di religioni,
da cui ognuno può prendere qualcosa per formarsi una propria convinzione» ed
è paragonato «a Buddha, Confucio, Socrate» ma non viene riconosciuto nella
sua unicità, come messia figlio di Dio. Lo ha affermato ieri mattina
Benedetto XVI nell'omelia della festa dei santi Pietro e Paolo, prima di
imporre a quarantasei nuovi arcivescovi metropoliti provenienti da tutto il
mondo - tra i quali gli italiani Bagnasco (Genova), Romeo (Palermo) e La
Piana (Messina) - il pallio, la piccola sciarpa di lana d'agnello decorata
con croci nere che sottolinea lo speciale legame con il Pontefice.

Il Papa è tornato ancora una volta a meditare sulla «confessione di Pietro»,
cioè sul riconoscimento della divinità di Gesù che il primo degli apostoli
fece, sottolineando come questa sia «inseparabile dall'incarico pastorale a
lui affidato nei confronti del gregge di Cristo». E ha parlato della domanda
che Cristo rivolge ai suoi: «E voi chi dite che io sia?». Una domanda
cruciale da duemila anni di fronte all'unico uomo che ha definito se stesso
«la via, la verità e la vita». Secondo tutti gli evangelisti, la
«confessione» di Pietro avviene in un momento decisivo della vita di Gesù,
quando, dopo la predicazione in Galilea, egli si dirige risolutamente verso
Gerusalemme dove sarà crocifisso. «I discepoli - ha detto il Papa - sono
coinvolti in questa decisione: Gesù li invita a fare una scelta che li
porterà a distinguersi dalla folla per diventare la comunità dei credenti in
lui, la sua "famiglia", l'inizio della Chiesa».

Benedetto XVI ha continuato spiegando come vi siano «due modi» di «vedere» e
di «conoscere» Gesù. Il primo, quello della folla, più superficiale, «l'
altro, quello dei discepoli, più penetrante e autentico». Prima il Nazareno
domanda che cosa la gente dica di lui, invitando «i discepoli a prendere
coscienza di questa diversa prospettiva». La gente, infatti, pensa che Gesù
sia un profeta. «Questo non è falso - aggiunge Ratzinger - ma non basta; è
inadeguato. Si tratta, in effetti, di andare in profondità, di riconoscere
la singolarità della persona di Gesù di Nazaret, la sua novità».

Anche oggi, ha continuato il Papa, accade così: «Molti accostano Gesù, per
così dire, dall'esterno. Grandi studiosi ne riconoscono la statura
spirituale e morale e l'influsso sulla storia dell'umanità, paragonandolo a
Buddha, Confucio, Socrate e ad altri sapienti e grandi personaggi della
storia. Non giungono però a riconoscerlo nella sua unicità. Viene in mente
ciò che disse Gesù a Filippo durante l'Ultima cena: "Da tanto tempo sono con
voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo?"».

«Spesso Gesù - ha aggiunto ancora Benedetto XVI - è considerato anche come
uno dei grandi fondatori di religioni, da cui ognuno può prendere qualcosa
per formarsi una propria convinzione». Come allora, dunque, anche oggi la
gente «ha opinioni diverse su Gesù». Ma come allora, «anche a noi, discepoli
di oggi, Gesù ripete la sua domanda: "E voi, chi dite che io sia?". Vogliamo
fare nostra la risposta di Pietro... "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio
vivente"».

Che cosa era dunque difficile da accettare per la gente a cui Gesù parlava?
Che cosa continua ad esserlo anche per molta gente di oggi, si è chiesto
Ratzinger? «Difficile da accettare è il fatto che egli pretenda di essere
non solo uno dei profeti, ma il figlio di Dio, e rivendichi per sé la stessa
autorità di Dio. Ascoltandolo predicare, vedendolo guarire i malati,
evangelizzare i piccoli e i poveri, riconciliare i peccatori, i discepoli
giunsero poco a poco a capire che egli era il messia nel senso più alto del
termine, vale a dire non solo un uomo inviato da Dio, ma Dio stesso fattosi
uomo».

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