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Ratzinger sbeffeggia il Concilio Vaticano II e dà uno schiaffo a Paolo VI

di "donquixote"
il Tue, 3 Jul 2007 22:58:24 +0200
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Avvenire
Estremisti e pasticcioni: che tandem triste...
Gianni Gennari
Ieri sul prossimo documento papale che generalizza la possibilità, mai del
tutto esclusa, della Messa con il rito di S. Pio V "gran Varietà", incluse
"mosse" che strappano applausi.
La più grossa - salvo smentita in arrivo, dello storico Alberto Melloni -
sul "Messaggero"(p. 13): "Con questo atto Ratzinger sbeffeggia il Concilio
Vaticano II e dà uno schiaffo a Paolo VI che per difendere il messale
conciliare aveva accettato la rottura con i lefebvriani".
Ma no? Allora il Vaticano II e Paolo VI avevano "sbeffeggiato e
schiaffeggiato" il Concilio di Trento e S. Pio V!
Lo storico progressista la pensa esattamente, ma al rovescio, come gli
estremisti lefebvriani di 40 anni or sono.
Bel progresso....

[Alberto Melloni, in questa foto con il "priore" di Bose, Enzo Bianchi è
l'autore dell'infame attacco diretto contro Pio XII, pubblicato un paio
di anni fa sul "Corriere della Sera", che ha avuto, purtroppo,
una risonanza mondiale

http://i19.tinypic.com/2cx7q6v.jpg ]

Il Giornale
Franco Maria Ricci «Amo la Messa in latino bella come una canzone»
di Redazione - domenica 01 luglio 2007, 07:00
Quando si pensa a un esteta, a un dandy, si pensa a un immoralista
egocentrico in tutt'altre faccende affaccendato rispetto alla religione.
Viene in mente Oscar Wilde, che per una battuta riuscita sembrava disposto a
giocarsi qualsiasi cosa, anche l'anima, oppure Charles Baudelaire, che nei
Fiori del male si atteggiò a satanista. Al di là della messinscena artistica
la realtà era piuttosto diversa: Wilde morì da cattolico convertito e
Baudelaire precisò più volte, nella corrispondenza oggi pubblicata da Fazi
(Il vulcano malato. Lettere 1832-1866), di essere un perfetto papista,
nemico dei protestanti e ammiratore dei gesuiti.
Ma sono dettagli che sfuggono alla grande maggioranza dei lettori, che si
fermano alle apparenze delle opere stranote senza approfondire la biografia
e i testi più intimi. Allo stesso modo Franco Maria Ricci, l'editore più
raffinato d'Italia, appare lontanissimo dalla devozione che invece lo ha
sempre animato fin da quando, ragazzo, andava a piedi da Parma al santuario
di Fontanellato (19 chilometri) per chiedere alla Madonna la grazia di
passare un esame. Adesso che a Fontanellato ci abita, nella tenuta degli
avi, il marchese Ricci per andare a Messa al santuario ogni domenica prende
la Smart. Però se ne rammarica, e si ripromette di organizzare prossimamente
un minipellegrinaggio tradizionale e quindi pedonale. Qui nella zanzarosa
Bassa parmense conserva una parte delle sue splendide collezioni,
soprattutto sculture del primo Ottocento, e anche l'interesse per l'algida
arte neoclassica, la prima corrente artistica sviluppatasi a prescindere
dalla motivazione religiosa, confligge col Ricci cattolico romano. Ma nel
suo curriculum c'è qualcosa di peggio, un orribile peccato editoriale
consistente in ben 18 satanici volumi.

Che cosa risponderesti all'inquisitore che ti rinfacciasse la ristampa della
Encyclopédie di Diderot e D'Alembert, giustamente messa all'indice da papa
Clemente XIII?

«Mi giustificherei spiegando che qui a Parma c'era un duca bigotto e un
bibliotecario prete eppure la biblioteca ducale di Encyclopédie ne aveva due
copie. Una è oggi in mio possesso».

Quel bibliotecario sarà andato all'inferno, se non si è pentito.

«Io non mi sono pentito, l'Encyclopédie è la grande opera dell'intelligenza
moderna. Magari venisse ancora letta: tu credi che Prodi legga Diderot o che
Pecoraro Scanio studi Voltaire?»

Per quanti sforzi faccia non riesco a immaginarmeli. Comunque continuo a
preferire l'Enciclopedia della Sicilia, la tua più recente pubblicazione,
con l'Annunciata di Antonello da Messina nelle primissime pagine.

«Anch'io sono devoto alla Madonna e ancora oggi in caso di bisogno mi
rivolgo a lei. Credo che chiedere sia un atto di umiltà, la Madonna è
contenta se tu chiedi».

Hai mai fatto voti o fioretti?

«L'anno scorso ho smesso di fumare durante la quaresima per salvare un mio
amico che stava male. Infatti non è morto».

La tua religiosità ha una radice familiare?

«Certamente i miei genitori erano cattolici ma hanno contribuito tante
esperienze. Da ragazzino, durante la guerra, ero sfollato a Monchio, sull'
Appennino Parmense. Avrò avuto cinque anni quando ho visto un partigiano
estrarre le pistole come nei film western e uccidere un altro partigiano».

Contrasti ideologici?

«No, erano tutti e due comunisti, solo che tutti e due volevano comandare».

Quello che si dice la lotta politica.

«L'ideologia forse c'entrava nella tragedia di mio cugino Ottavio Ricci,
medaglia d'argento, partigiano cattolico ucciso dai tedeschi. Si è sempre
detto che fossero stati i partigiani comunisti a fare la spiata per
toglierselo di mezzo».

Hai studiato dai preti?

«Ho iniziato le elementari dai Fratelli delle scuole cristiane che però
hanno chiesto a mio padre di spostarmi nella scuola pubblica. Colpa della
cattiva condotta: con cinque o sei compagni avevo fondato una banda che
disturbava, eravamo come gli ultras della curva sud. Quindi il vero impulso
religioso l'ho ricevuto anni dopo, dai gesuiti».

Era un collegio? Un liceo?

«No, era una specie di doposcuola filosofico che si teneva a Parma nella
chiesa di San Rocco. L'ho frequentato fino a dopo la laurea. Io allora avevo
la mania di Benedetto Croce e con padre Molin ci lanciavamo in discussioni
filosofiche impegnative. Ma soprattutto i gesuiti mi hanno insegnato come si
sta al mondo. Poi ognuno fa quello che vuole ma conoscere il bene e il male
e saperli distinguere è alla base di tutto».

Allora la mania di Croce, adesso la mania del labirinto. A che punto sono i
lavori di questa nuova visionaria iniziativa di Franco Maria Ricci?

«Sta procedendo bene, abbiamo messo tutte le piante e fra tre o quattro anni
potrò aprirlo al pubblico. Sarà il più grande labirinto del mondo, con tre
chilometri e mezzo di percorso dentro un quadrato di 250 metri di lato».

Prima di venire qui ho studiato la faccenda e ho scoperto che il labirinto
non fa parte soltanto della cultura greca ma anche di quella cristiana.

«Sì, sul pavimento della cattedrale di Chartres ce n'è disegnato uno
bellissimo. Era usato in sostituzione del pellegrinaggio a Gerusalemme che a
quel tempo era lunghissimo e pericoloso: facendolo in ginocchio si
raggiungevano i Luoghi Santi in modo simbolico».

Il labirinto ha avuto anche altre motivazioni, ad esempio quelle erotiche.

«Il labirinto settecentesco è libertino, i gentiluomini rincorrevano le
fanciulle per dargli un pizzicotto nel sedere. Il mio labirinto invece vuole
obbligare a stare soli con sé stessi. Essendo molto grande e con le pareti
molto alte sarà facile perdersi: se ti perdi ti senti un coglione e sentirsi
un coglione, ogni tanto, è una grande medicina spirituale. Poi nell'area
interna ci sarà anche una cappella per pregare e celebrare matrimoni».

Potresti farti prete e celebrarli tu stesso. Mai avuta questa tentazione?

«Mi è successo quando, appena laureato in geologia, lavoravo per la Gulf nel
Kurdistan turco. Avevo scelto quel lavoro non perché mi interessasse cercare
il petrolio ma perché mi permetteva di studiare i monumenti ittiti e
selgiuchidi e invece vidi la fame, la sete, i bambini col tracoma e gli
occhi pieni di mosche. A quel punto ho capito che o facevo il missionario o
me ne tornavo a Parma. Sono tornato a Parma».

Cosa pensi della volontà di Papa Benedetto XVI di rilanciare la Messa in
latino?

«Ne penso benissimo, io ancora oggi prego in latino. È una lingua più
musicale dell'italiano.
La Messa in latino è bella come una canzone americana, c'è il grande
vantaggio di non capire tutte le parole. La tragedia delle canzoni italiane
è che si capiscono troppo. Il latino è utile anche in un'altra occasione».

Quale?

«Quando ci si confessa all'estero. Una volta mi trovavo in Germania e non
conoscendo il tedesco mi sono confessato in latino».

L'argomento della confessione?

«Violazione del sesto comandamento, una storia con una ragazza.
La confessione è venuta più dolce, le parolacce latine non le conosco e
quindi mi sono potuto risparmiare i particolari».



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