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Mao non temeva i protestanti o i buddhisti, ma i cattolici

di "donquixote"
il Fri, 29 Jun 2007 22:31:44 +0200
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Avvenire
FEDELI NEL MIRINO
Cina, il governo attacca:
quel santuario va abbattuto
Un decreto delle autorità dell'Henan definisce i pellegrinaggi verso la
chiesa della Madonna del Carmine a Tianjiajing «attività religiosa illegale»
Sarà usata la dinamite per distruggere
il luogo edificato dal Pime cent'anni fa
Di Bernardo Cervellera
«Un atto di terrorismo economico e ideologico»: così i fedeli di Anyang
(Henan), bollano la decisione del governo locale di proibire il
pellegrinaggio del 16 luglio al santuario della Madonna del Carmine a
Tianjiajing (a 60 chilometri da Anyang), che durava da oltre un secolo. La
proibizione non vale solo per quest'anno: il governo infatti ha decretato la
distruzione con la dinamite dello storico santuario e il divieto assoluto di
svolgere qualunque devozione o incontro. Anche una statua della Vergine, di
oltre un secolo fa, è destinata ad essere distrutta insieme alle 14 stazioni
della Via Crucis che costellano la strada.
Il santuario della Madonna del Monte Carmelo si trova nel distretto di
Linxian, su una montagna che sovrasta uno scenico panorama. L'ordine per la
costruzione fu dato dal missionario del Pime monsignor Stefano Scarsella,
allora vicario apostolico dell'Henan settentrionale, per ringraziare la
Madonna degli scampati pericoli durante la persecuzione dei Boxers nel 1900.
L'edificazione avvenne negli anni 1903-1905. La chiesa, in elegante stile
neo-romanico, venne distrutta quasi completamente prima dai giapponesi nella
II Guerra mondiale, e poi dalle Guardie Rosse negli anni '60. Del santuario
rimangono ormai solo un altare, qualche capitello scolpito e le fondamenta.
Ma dal 1979, i fedeli hanno ripreso a celebrare con solennità e con
pellegrinaggi la loro fede, percorrendo a piedi diversi chilometri fino ai
resti del santuario e ad un simulacro della Grotta di Lourdes.
Secondo notizie giunte ad AsiaNews, il 12 maggio scorso, festa di Nostra
Signora della Cina, la diocesi di Anyang ha diffuso l'avviso per il
pellegrinaggio annuale, che di solito raduna 40-50 mila persone. In modo
inaspettato l'Ufficio Affari religiosi ha cominciato a sorvegliare i
sacerdoti, costringendoli a «colloqui» per convincerli a desistere dal
pellegrinaggio. L'11 maggio scorso il segretario generale della provincia di
Henan ha ordinato di persona la cancellazione del pellegrinaggio e ha
diffuso la notizia anche nelle province vicine di Hebei e Shanxi.
Per occupare il campo ed evitare ogni sit-in, dal 12 maggio il governo
provinciale ha organizzato esercitazioni militari proprio nella zona del
santuario, mobilitando 700 soldati. A tutt'oggi, la strada che conduce verso
il santuario è chiusa. Tutte le auto e le persone che passano vengono
controllate e perquisite.
La decisione del governo provinciale ha stupito tutti i fedeli della diocesi
perché proprio da quest'anno essi hanno cominciato a ricostruire il
santuario, offrendo soldi e ore di lavoro, riparando la strada e le stazioni
della Via Crucis ai bordi di essa. Per tutta risposta, il 14 maggio il
governo della città di Anyang ha revocato il permesso al santuario e al
pellegrinaggio, definendoli «attività religiose illegali» e il 16 maggio ha
emesso una Risoluzione che nega l'uso del terreno, requisendo lo spazio del
santuario.
«Questi quadri comunisti locali - racconta un fedele - non conoscono nemmeno
le leggi sulla politica religiosa del governo centrale e creano inutili e
pericolose tensioni». «Non cederemo mai», ha detto un altro. «Non abbiamo
paura e andremo fino in fondo a difendere i nostri diritti legittimi».
Intanto, dalla fine di maggio, un «gruppo di lavoro» del governo locale si è
insediato a Tianjiajing. Secondo illazioni, la mossa del governo locale di
requisire il terreno del santuario e cancellare il pellegrinaggio è dovuta
alla posizione geografica della chiesa, su un picco davanti al Paese,
dominante tutta la vallata, ideale per costruire un albergo o una villa di
qualche membro del Partito.
I fedeli della diocesi di Anyang hanno fatto giungere all'agenzia AsiaNews
un appello: «Chiediamo - essi dicono - a tutti i fratelli e sorelle nel
Signore di pregare per noi e di diffondere il nostro messaggio anche ad
altri fratelli e sorelle nel mondo».

Avvenire
INTERVISTA
Parla la scrittrice Jung Chang, oggi in Italia e autrice di un libro critico
sul «Grande timoniere». Il risveglio religioso in Cina
Mao? Temeva i cattolici
«Il mio Paese soffre di antiche contraddizioni. C'è ancora differenza tra
città e campagna e manca la libertà di espressione. Ma è assai difficile che
possa accadere di nuovo una rivolta come quella di Tien an men»
Di Antonio Giuliano
Jung Chang è una scrittrice cinese che Mao Zedong avrebbe bollato come
«nemico senza fucile». Così apostrofava gli oppositori del suo crudele
regime comunista. Di certo il dittatore cinese non avrebbe gradito la
recente biografia che la Chang gli ha dedicato: Mao la storia sconosciuta
(Longanesi). È un testo scritto a quattro mani, insieme al marito, lo
storico britannico Jon Halliday: quasi mille pagine, essenziali per chiunque
voglia capire il comunismo cinese, anche quello odierno. Mao oggi sarebbe un
"Sole Rosso", ma per la rabbia. Nel libro, Jung Chang e Jon Halliday,
sebbene «senza fucile», infliggono un duro colpo al mito del Grande
Timoniere, con una mole impressionante di testimonianze inedite e dirette.
La scrittrice si era già fatta conoscere con Cigni selvatici, la storia
delle donne della sua famiglia, un best seller tradotto in 30 lingue. Jung
Chang che dal 1978 si è trasferita in Gran Bretagna, è anche in questi
giorni impegnata a girare il mondo per richiamare l'attenzione sul suo
Paese, ancora vittima del comunismo. Domani sarà a Gorizia per «èStoria»,
terzo Festival internazionale della storia, in programma fino a domenica.
Signora Chang, oggi Mao è solo un brutto ricordo o il suo mito rimane?
«Se ancora resiste è solo perché l'attuale regime continua a presentarlo
come un grande dirigente, mascherandone errori e crimini. In Cina è molto
pericoloso criticare Mao. Ma chi come me ha vissuto in quegli anni ha
sofferto un regime orribile di un uomo senza rispetto per la vita umana che
ha ucciso almeno settanta milioni di persone. Durante la Rivoluzione
culturale mia madre fu spedita in un campo di rieducazione: solo in teoria
la Repubblica popolare aveva equiparato i diritti delle donne a quelli degli
uomini. In realtà diventammo tutti schiavi dello Stato».
Che cosa è cambiato in Cina rispetto ad allora?
«C'è una maggiore mobilità: esiste la possibilità di spostarsi dal luogo
dove si è nati o di andare a trovar lavoro in città. Ci sono meno
restrizioni sia per gli uomini che per le donne. I matrimoni non sono più
rigidamente controllati dal Partito Comunista: la donna è più libera di
scegliere chi sposare. Ma nel Paese non c'è libertà di espressione. La gente
sa che sono ancora attivi i Laogai, i campi di lavoro, con tanti
prigionieri, ma è vietato parlarne in pubblico. Di recente ci sono state
delle aperture del governo sulla proprietà privata, però non si è definita
bene la questione. Ad esempio, per quanto tempo una persona può essere
proprietaria? Nelle grandi città forse è diverso, ma nelle campagne lo Stato
continua ad esser prepotente e sono migliaia i contadini che stanno lottando
per un pezzo di terra».
Ci potrebbe esser presto una nuova Tien an men?
«È molto difficile. Il regime è più organizzato rispetto ad allora. Riesce a
dividere qualsiasi gruppo d'opposizione. Eppure si sta sviluppando una nuova
classe media che gode di molte libertà, tranne quelle politiche: sono
cittadini che possono viaggiare molto e riescono anche a mandare i propri
figli a studiare all'estero. Però sembra che stiano lottando per i diritti
civili in modo blando, hanno forse paura di perdere i loro privilegi a
favore dei contadini».
Il cambiamento potrà venire dall'esterno?
«L'Occidente sta facendo molto poco. Potrebbe insistere di più per esempio
sui diritti dei lavoratori. La Cina ha firmato degli accordi all'Onu, ma non
li rispetta. Inoltre il governo cinese riesce a censurare tutto, anche
Internet, grazie alla complicità di aziende telematiche che hanno venduto la
propria libertà tecnologica. È vero poi che la mano di Pechino arriva molto
lontano: nel mondo ci sono università in cui tanti hanno paura di
incontrarmi».
Lei non ha paura?
«Il regime ha messo fuori legge i miei libri. Ha addirittura emesso un
documento per vietarli. Ma qualche settimana fa, intervenendo in un
programma alla radio statunitense, ho avuto la possibilità di parlare con
ascoltatori in collegamento dalla Cina: mi hanno detto che il libro su Mao
si trova in un'edizione di contrabbando. Poi il regime non mi ha ancora
negato il visto e anche di recente sono tornata in patria. Con mio marito
siamo rimasti sorpresi per un'accoglienza calorosa: molti senza conoscerci,
ci fermavano per la strada e ti ringraziavano».
Che cos'altro l'ha colpita ritornando in patria?
«Ho notato che molti si avvicinano alla religione, soprattutto alla fede
cristiana e in particolare a quella cattolica. Perché da un lato è
portatrice di un'etica morale universale, non basata su considerazioni
politiche o utilitaristiche. E poi perché riesce a preservare la segretezza
della vita personale, un aspetto che Mao voleva distruggere. Sappiamo dalle
nostre ricerche che il dittatore temeva non tanto i protestanti o i
buddisti, quanto i cattolici. Per esempio, la confessione è un'opportunità
preziosa per custodire la propria privacy. Sì, stiamo sempre parlando di una
minoranza, ma oggi c'è un interesse crescente per la religione».

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