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Un comico che fa piangere, e uno che sogna di vedere la Madonna
di "donquixote"
il Fri, 29 Jun 2007 22:38:51 +0200
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Il Giornale Il comico che sogna di vedere la Madonna di Camillo Langone - sabato 09 giugno 2007, 10:13 E' più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un cattolico entri nel regno di Fabio Fazio, questo ho sempre pensato. Che cosa avrebbe da spartire un uomo autenticamente religioso con Antonio Cornacchione o, peggio, con Luciana Littizzetto? Un cristiano che pratichi il Vangelo e in particolare Giovanni 28, 19 («Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato») come potrebbe essere tollerato dal padrone di casa, che in una puntata ha definito «la religione una questione privata», come se stesse parlando di emorroidi? E invece lo Spirito soffia dove vuole, perfino a Che tempo che fa. Non potevo sospettare la presenza di un credente fra i compagnucci della parrocchietta ateista di Raitre, fino a quando Maurizio Milani, il comico di punta della trasmissione, parlando a Otto e mezzo con Giuliano Ferrara, ha buttato lì una strana frase: «Sono un devoto mariano ». Parole che in apparenza non c'entravano niente con l'argomento della conversazione, il suo nuovo libro: pubblicato dalla feltrinelloide Kowalski, mica dalle Paoline. Sarà stato uno scherzo, mi sono detto. Oppure un'allucinazione acustica. Comunque, per scrupolo, mi sono andato a leggere Del perché l'economia africana non è mai decollata e l'ho trovato divertentissimo. Però senza nessuna prova di appartenenza religiosa, soltanto qualche indizio: l'assenza di parolacce, il riuscire a far ridere senza denigrare nessuno... Per risolvere la questione una volta per tutte ho deciso di intervistarlo. Con voi comici non si capisce mai quando fate sul serio. Quella sulla devozione mariana è una battuta di cabaret? «È una cosa serissima. Nel mio paese, a Codogno, vado spesso al santuario della Madonna di Caravaggio, da non confondersi col santuario omonimo che c'è in provincia di Bergamo. Vado anche a Loreto, ogni volta che faccio una serata da quelle parti. Vorrei andare anche a Medjugorje». Come preghi? «Dico le orazioni tradizionali, l'Ave Maria, il Padre Nostro, il Salve Regina. Ho anche un breviario ma non lo uso più perché adesso le preghiere me le ricordo a memoria». Quindi non preghi da sempre. Da quand'è che ti sei avvicinato? «La mia è una famiglia profondamente cattolica ma come tanti mi sono allontanato dalla religione nel periodo adolescenziale. Ho ripreso intorno ai trent'anni, adesso pratico in modo perseverante e vado a messa tutte le domeniche». Mi sono informato, a Codogno (Lodi) è nato anche monsignor Fisichella, il rettore della Pontificia Università Lateranense. Quindi c'è una tradizione. «Sì, Fisichella è stato mio insegnante di catechismo quando era un semplice seminarista, avrà avuto vent'anni. Me lo ricordo molto preparato ma noi ragazzini dell' oratorio non potevamo immaginare che avrebbe fatto tanta strada. Veniva da una famiglia normale, suo padre aveva un distributore di benzina dell'Agip». Fisichella è sempre stato vicino a Ratzinger, anche prima dell'elezione. Tu come lo vedi PapaBenedetto XVI? «È la nostra guida spirituale ma il Papa della mia vita resterà Giovanni Paolo II, anche per tutto il tempo trascorso insieme: è stato eletto che non avevo vent'anni ed è morto quando avevo superato i quaranta». In quello che scrivi e in quello che dici in televisione il misticismo non è molto presente. O mi sbaglio? «Cerco sempre di tenermi distante dalla satira politica o religiosa, preferisco parlare di sport. Vorrei che la mia opera fosse come un quadro astratto in cui lo spettatore può vederci quello che vuole lui. E certamente non faccio come la Littizzetto che spara contro il cardinale Ruini». Cornacchione ti ha mai preso in giro per il tuo cattolicesimo? «No, figurati, siamo amici.....». Mi sembra che tua madre abbia un ruolo importante nel tuo cammino di fede. «L'ha sempre avuto. La sera del Sabato Santo, all'ora in cui si slegano le campane, mia mamma mi ha sempre bagnato gli occhi. Una nostra usanza. Quest'anno, che lei non era in casa, me li sono bagnati da solo». Con l'acqua santa? «Non abbiamo l'acqua santa in casa, con l'acqua del rubinetto». Porti una croce al collo? «Porto una collanina col crocefisso e una madonnina che mi ha regalato mia zia». Leggi la Bibbia? «Conosco benissimo il Vangelo. Mi piace molto San Giovanni Battista, il precursore». L'eremita che si cibava di locuste e miele selvatico. «E che si vestiva con la pelle di un animale. Mi piace la sua storia a cominciare dal concepimento: i suoi genitori erano in età avanzata e si pensava che Elisabetta fosse sterile. Zaccaria non credette nemmeno all'arcangelo Gabriele che gli annunciava la gravidanza della moglie. Ma dovette cambiare idea e Giovanni nacque il 24 giugno, sei mesi esatti prima di Gesù ». A proposito, quand'è che formi una bella famigliola? Nel tuo libro la parola più frequente è «morosa», è come una specie di ossessione. Tu ce l'hai o non ce l'hai? «Ce l'ho, si chiama Paola, è di Codogno e vorrei sposarla in chiesa. Ma non è ancora il momento....» Avvenire Moni Ovadia scherza con Marx, ma lascia stare i santi (rossi) L'attore compila un'antologia di barzellette sul comunismo. Però continua a esaltare Lenin Di Roberto Beretta Fin che si scherza, si scherza. E bisogna dire che molte delle storielle sciorinate da Moni Ovadia nella sua raccolta Lavoratori di tutto il mondo, ridete (Einaudi, pp. 270, euro 15,50) sono effettivamente brillanti, feroci, fulminanti, tragiche, intelligenti; insomma, divertenti. Ma il problema insorge allorché l'uomo di teatro, alfiere di successo dell'umorismo yiddish in Italia e non solo, scende (o sale, chissà) a considerare più in generale - come lui stesso scrive - «la rivoluzione umoristica del comunismo». Perché - quando i comici s'impancano a moralisti, o storici, o giornalisti - ognun lo sa che non sempre l'esito risulta pari alla loro primitiva vocazione; in ogni caso essi si rendono assai più controversi di quando fanno soltanto i guitti. Ovadia è comunista, tuttora, e non lo nasconde affatto; ha creduto e crede cioè nel «più grande ideale di liberazione mai partorito dalla mente umana senza ricorrere alla fede, alla religione o ad altre forme di credenza». E fin qui non c'è nulla da ridere, anzi ha semmai qualcosa di tragico la coerente tensione verso quel «sol dell'avvenire» che ha dolorosamente bruciato le penne a tanti suoi icari. D'altronde, comico e dramma sono davvero due corni del medesimo stesso dilemma e non sarebbe azzardato pensare che la vis satirica di Ovadia derivi appunto (oltre che dalla sua cultura ebraica) dalle ferite di una bruciante delusione. «I cattolici non saranno mai buoni umoristi - sostiene del resto un altro satiro non credente e pensoso, Michele Serra - finché non vedranno il Papa affacciarsi alla finestra e annunciare: "Ci siamo sbagliati"...». Ora, Moni Ovadia il suo «papa» l'ha pur visto ricredersi, e non si trattiene dall'enumerare gli sfaceli di un «sistema iniquo e fallimentare» come quello comunista: «i crimini orrendi di Stalin e Pol Pot, la violenza della rivoluzione culturale» in Cina, il Gulag, eccetera; ma è lungi dall'ammettere che nel suo ideale alligni una sorta di «peccato originale», nonostante sia consapevole che - qualora fosse rimasto nel suo Paese d'origine, la Bulgaria - lui stesso sarebbe stato probabilmente fucilato dal regime socialista. No. Per il celebre attore, infatti, «il capitalismo si è macchiato di crimini altrettanto orrendi e anche più gravi di quelli commessi da Stalin»; Marx è stato «uno dei più grandi esseri umani e pensatori che abbiano calcato la polvere di questo pianeta»; Lenin è «il genio della Rivoluzione», descritta in appendice con termini di epopea; Stalin è sì un dittatore ma «il suo mito non è stato demolito totalmente, qualcosa del suo titanico e terribile passaggio nella nostra storia resiste e resisterà»; il periodo di Breznev vide all'opera «un poderoso apparato repressivo, ma esente dall'uso sistematico del terrore e dalla liquidazione fisica di avversari e oppositori»; e così via... Insomma - è la tesi di Ovadia - «oggi più che mai sono attuali gli ideali e i valori che hanno mobilitato lo slancio prometeico, l'energia, l'abnegazione e il sacrificio dei comunisti: si chiamano giustizia sociale, uguaglianza, fine dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo... L'ammainabandiera del vessillo rosso sul Cremlino forse è stato solo la discesa del sipario sul primo atto di un grande ideale tradito. L'intervallo potrà essere molto lungo. Ma se l'umanità non vorrà pensare al senso del proprio esistere solo in termini di consumo e di griffe posticce, prima o poi si rialzerà il sipario sulla messa in scena di una società libera e democratica, ma fatta di uomini ugualmente degni, titolari degli stessi diritti, ricchi di sapere critico e fratelli». E qui non si tratta più di coltivare - come ammicca l'autore - «la furente passione dell'anticomunismo»: a chi (come noi cattolici) teme l'utopia dell'uomo capace di salvarsi da solo, questa storiella non fa affatto ridere. Speriamo almeno che non faccia piangere ancora. http://www.amicimusicavenezia.it/images/MoniOvadia.jpg http://www.radiopopolare.it/uploads/pics/moni_ovadia_dybbuk.jpg http://web.tiscali.it/chebfarid/immagini/rit1moni.jpg http://www.lascighera.org/files/ovadia_ridotta.jpg
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Un comico che fa piangere, e uno che sogna di vedere la Madonna di "donquixote" il Fri, 29 Jun 2007 22:38:51 +0200
