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Campanili contro i minareti

di "donquixote"
il Fri, 29 Jun 2007 22:39:27 +0200
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MALAYSIA
Lina Joy: "In Malaysia è a rischio la libertà di coscienza"
Parla la cristiana, cui la Corte federale rifiuta di riconoscere la
conversione dall'islam. La sentenza di ieri la obbliga praticamente a
rimanere musulmana e a sposare un uomo della stessa fede. Vescovo
malaysiano: "Decisione disumana e incivile". Anche le altre comunità
religiose di minoranza esprimono "preoccupazione". Parlamentare cattolica:
"Il governo chiarisca ogni dubbio circa la superiorità della Costituzione
sulla sharia".

Kuala Lumpur (AsiaNews) - "Nel contesto attuale in Malaysia sembra
estremamente difficile esercitare piena libertà di coscienza". Sono le prime
parole di Lina Joy, dopo la sentenza della Corte federale che ieri ha
rifiutato di riconoscerne la conversione dall'islam al cristianesimo. "Sono
affranta - confessa al quotidiano The Star - dal fatto che il più alto
tribunale civile del Paese non sia in grado di garantire un semplice e
fondamentale diritto di tutti i cittadini: quello di scegliere la propria
fede e la persona da sposare".

Tutti i principali quotidiani nazionali aprono oggi in prima pagina con la
notizia della sentenza sul caso che ha infiammato l'opinione pubblica
nazionale e ha messo in discussione la reale garanzia di libertà religiosa
nella pluralistica Malaysia. Da anni Lina Joy, 42 anni, di etnia malay,
chiede che venga tolta la parola "islam" dalla sua carta d'identità (che
esprime la religione di appartenenza) prima all'anagrafe e poi alla Corte di
appello. Solo così può sposare il fidanzato, un cristiano di origine
indiana. Entrambe le istanze hanno rifiutato e la Joy si è rivolta infine
alla Corte federale, che ieri ha respinto il caso rimandandolo al tribunale
islamico. Ma la sharia punisce gli apostati con la "riabilitazione" forzata,
con il carcere e multe salate. Probabilmente la donna sarà costretta ad
emigrare per poter rifarsi una vita normale all'estero.

Ad AsiaNews mons. Paul Tan Chee Ing, SJ, presidente della Federazione dei
cristiani della Malaysia (CFM) - in prima linea per la lotta contro il
dilagare della legge islamica e la sua applicazione anche ai non musulmani -
non trattiene la sua frustrazione: "Negare ad una persona la possibilità di
scegliere la propria fede è usurpare il potere di Dio e violare un diritto
fondamentale, è qualcosa di disumano e incivile".

Non solo i cristiani, ma tutte le comunità religiose di minoranza in
Malaysia si dicono "preoccupate e scosse" dal verdetto della Corte federale.
Pur garantendo formalmente piena libertà religiosa, Kuala Lumpur stabilisce
che tutte le questioni di fede dei malay vadano giudicate dalla Corte
islamica e non dalle leggi civili. Di fatto nel Paese esistono due
legislazioni: quella islamica e quella costituzionale che spesso entrano in
conflitto. Nel caso della cristiana è evidente: la Costituzione garantisce
la libertà di religione, mentre la legge islamica proibisce la conversione
di musulmani. Tra questi ultimi c'è chi, in forma anonima, dichiara che con
questa sentenza si "nega ai fedeli dell'islam il diritto a scegliere la
propria religione e abbracciarne una nuova".

Il Giornale
Campanili contro i minareti
di Camillo Langone -
Che fine hanno fatto i campanili, adesso che ce n'è bisogno? Nei bei tempi
andati quando un pericolo incombeva sulla comunità i campanari si
attaccavano alle corde e le campane cominciavano a suonare a stormo,
impossibile non sentirle, impossibile non accorrere con gli strumenti
adatti: bastoni se c'era da menar le mani, secchi se c'era da spegnere un
incendio. Nel 1494 quando Carlo VIII invase Firenze non trovò ad accoglierlo
il ministro Bianchi, quello che vuole soldi dal contribuente per stendere
tappeti rossi agli africani che sbarcano a Lampedusa. No, si trovò davanti
un Pier Capponi che a dispetto del cognome disponeva degli attributi
necessari e quando il re di Francia gli presentò un papiro con le condizioni
di resa (pare che il tono non fosse molto diverso da quello dei proclami
islamici dell'Ucoii) lo strappò gridando: «Se voi suonerete le vostre
trombe, noi suoneremo le nostre campane».
A parte che di Pier Capponi non se ne vedono molti in giro, il problema sono
le campane anzi i campanili. Si stanno rimpicciolendo a vista d'occhio, anzi
si stanno estinguendo. Niente più campanili quindi niente più campane da
suonare. Non ci credete? Pensate che la Torre di Pisa, il Torrazzo di
Cremona o il campanile di San Marco non ce li possa levare nessuno? Ma
quelli ormai sono campanili turistici, buoni per le foto coi telefonini.
Invece stanno scomparendo i campanili delle parrocchie di periferia, i
campanili delle chiese dei quartieri dove la gente abita davvero. È uscita
la «Guida all'architettura sacra 1945-2005» (Electa) e a sfogliarla c'è da
mettersi le mani nei capelli. È dedicata alle chiese costruite a Roma negli
ultimi sessant'anni ma rappresenta quanto è avvenuto e sta avvenendo in
tutta Italia. Fino agli anni Cinquanta le chiese somigliavano a chiese.
Magari non erano dei capolavori ma avevano pur sempre una facciata, una o
più navate e un campanile. Uno che non era del posto passava di lì e diceva:
toh, una chiesa. Nessunissima possibilità di confonderla con un carcere, un
garage, una scuola o una stazione di servizio. Negli anni Sessanta sappiamo
quello che è successo: il concilio Vaticano II. La Chiesa, quella con la C
maiuscola, abbandonò il latino per farsi capire da tutti, e forse era
giusto, ma in campo edilizio prese la direzione opposta e così nel giro di
pochi anni i nuovi edifici di culto diventarono incomprensibili ai fedeli
non laureati in architettura. Le facciate scomparirono dietro pensiline che
nemmeno nelle stazioni, le navate diventarono «vani assembleari», le forme
si fecero spigolose, in certi casi perfino triangolari come fossero templi
massonici, e i campanili, i fieri campanili orgoglio delle città italiane
cominciarono a deperire, facendosi sempre più piccoli, fino a scomparire del
tutto. Nella strombazzatissima chiesa romana di Richard Meier, architetto
ebreo americano chiamato da qualche vescovo masochista a costruire una
chiesa cattolica nella borgata di Tor Tre Teste, il campanile non c'è o se
c'è non si vede. Accuratamente mimetizzato.
A pagina 174 della Guida Electa c'è una chiesa di Ostia definita «a sviluppo
plastico negativo». In italiano corrente significa che è schiacciata contro
il terreno, come se qualcuno l'avesse voluta far sprofondare. Non è mica un
problema estetico, sia chiaro. È un problema squisitamente religioso quindi
culturale e politico. Padre Samir Khalil Samir, il gesuita egiziano che ben
conosce la spinosa questione, dice che l'islamismo «fa proseliti su
proseliti perché l'occidente si autonega, si vergogna di sé». Le persone
cercano punti di riferimento. Punti di riferimento visibili.
Le chiese senza campanile, le chiese pudibonde che si nascondono fra i
palazzoni delle periferie non attraggono nessuno, non entrano a far parte
del paesaggio, non ci si accorge nemmeno che esistano. E lontano dagli occhi
lontano dal cuore, si sa.
Tutto questo mentre i musulmani dimostrano di tenere moltissimo ai loro
minareti: loro non si sono dimenticati il valore dei simboli. In passato
combatterono una battaglia (ovviamente vinta) affinché la grande moschea di
Roma avesse un minareto adeguato. Se tornasse Pier Capponi
non saprebbe più a che campane attaccarsi, e infatti non torna.


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