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La Grande Spia tenta l'ultimo ricatto

di (.sergio.)
il Mon, 09 Jul 2007 13:28:26 +0200
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La Grande Spia tenta l'ultimo ricatto
Lo scontro esce dai "sotterranei"
di GIUSEPPE D'AVANZO

 
 
ROMA - Nicolò Pollari, appena ieri lo spione più amato dalla politica
italiana, si dice "pronto a raccontare i misteri d'Italia dagli anni
Ottanta ad oggi, nonostante l'atmosfera di regime". Non si accontenta
delle stanze chiuse della commissione di controllo sui servizi segreti
(Copaco). Sono troppo protette, dice, e i commissari vincolati alla
riservatezza per quel che ascoltano e accertano. Insomma, da quelle stanze
lo spione non può parlare "ai cittadini", come si è messo in testa di
fare. 

Manco fosse un caudillo e non un funzionario dello Stato che, potentissimo
agente segreto, ha lavorato nel "regime" e per "il regime". Curioso per
uno spione, la segretezza è oggi un deficit per Pollari. Egli vuole che si
sappia che cosa svela e insinua e manipola (è quel che solitamente gli
riesce meglio). Attraverso un bizzarro "portavoce" (il senatore Sergio De
Gregorio, che fa lo stesso mestiere per il generale Roberto Speciale)
chiede allora la platea più visibile e sensibile, una illuminatissima
commissione d'inchiesta parlamentare. 

Lo spione sa che ogni iniziativa politica, se agitata nello spazio mediale
e con la voce dei media, può fare a meno di autenticità e fondatezza
(basta ripensare alle commissioni Telekom Srbija e Mitrokhin). Alle prese
di venti deputati e venti senatori che, si possono immaginare, inesperti
dei metodi e delle strategie di un'intelligence così controversa, e
addirittura non consapevoli della cronologia degli avvenimenti, Pollari
avrebbe l'opportunità in prima battuta di scrivere a mano libera il
copione. Di graduare, secondo necessità, il potere di pressione e di
condizionamento che si è assicurato nel tempo intrattenendo rapporti non
convenzionali con entrambi gli schieramenti politici. 

Che domande potrebbero fargli i quaranta parlamentari? Dovrebbero soltanto
ascoltare la "sua" verità (a Pollari non piace avere contraddittori), le
sue mezze verità e mezze menzogne e, in attesa di definire la fondatezza
del suo racconto, un caos fangoso schiaccerebbe ogni possibilità di fare
luce. E' la condizione che, per il momento, sconsiglia la commissione
d'inchiesta, strumento che offre molte opportunità a chi deve spiegare che
cosa ha combinato e molte poche a chi deve accertarlo. 

Appena l'altro giorno si diceva che il gioco sarebbe stato nelle mani
degli spioni e non del Parlamento. E tuttavia chi poteva attendersi che le
minacciose intenzioni di Pollari sarebbero venute allo scoperto, con tanta
fretta, nell'allusiva forma del ricatto? 
L'iniziativa dell'amatissimo spione non è altro. E' un chiassoso ricatto
che ha il pregio, per così dire, di rendere chiara e concreta qualche
circostanza, anche a chi per convenienza o spensieratezza o arroganza
finora l'ha negata. 

L'"agglomerato oscuro", legale e clandestino, nato nella connessione
abusiva dello spionaggio militare (Sismi) con diverse branche
dell'investigazione della Guardia di Finanza (soprattutto l'intelligence
business) in raccordo con la Security di grandi aziende come Telecom e il
sostegno di agenzie d'investigazione private che lavorano in outsourcing,
si è "autonomizzato". Lavora per sé, secondo un proprio autoreferenziale
interesse e non più, come nel passato, al servizio di questo o quell'utile
politico, di questa o quella consorteria politica. La scandalosa deformità
s'era già avvistata. 

Si immaginava però che il ritorno sul "mercato della politica"
dell'"agglomerato" con la sua massa critica di potenziali ricatti si
sarebbe consumato, come di consueto, in quei sotterranei dove le fragili
"power élite" italiane si proteggono, si rafforzano, si difendono, si
accordano. L'eterogenesi dei fini ha rotto lo schema. Lo scontro
Visco/Speciale ha costretto il governo di centro-sinistra a dubitare del
patto di non-aggressione tacitamente sottoscritto con il network
spionistico. 

Il Consiglio superiore della magistratura, con il documento approvato con
discrezione dal capo dello Stato, ha spinto il confine ancora più in là
mettendo sotto gli occhi della società politica una minaccia per un
democrazia ben regolata. Il ceto politico non ha potuto lasciar cadere,
come d'abitudine, la questione e - pur nella diversità degli strumenti da
usare - è stato costretto a impegnarsi a fare verità e chiarezza. Pollari,
come ieri il fido Roberto Speciale, ha cominciato a vedere davanti a sé un
tritacarne e la catastrofe. 

Se Speciale ha pensato di salvarsi sollevando un'inchiesta giudiziaria e
quindi "giudiziarizzando" il conflitto con il governo, Pollari è stato
costretto a venire allo scoperto abbandonando il "sotterraneo" dove si
trova più a suo agio. Imputato a Milano e indagato a Roma, è stato
costretto a "politicizzare" la sua avventura e il suo destino. Sollecita
così, per i canali politici che ancora gli restano, la nascita di una
commissione d'inchiesta che gli permette o di far saltare il tavolo o di
ridurre al silenzio i suoi critici di oggi (e magari amici di ieri). 

Ora è evidente che il ricatto dello spione non può essere accettato. Deve
essere accettata la sua disponibilità a testimoniare. Nicolò Pollari dica
quel che sa, ma non gli sia consentito di farlo a ruota libera, senza
alcuna regola, in un rapporto diretto con l'emotività dell'opinione
pubblica, lontano da una pratica che sappia accertare fatti e
responsabilità prima di giungere a un qualsiasi esito. Ci sono tre sedi in
cui Pollari può liberare la sua ansia di verità (si fa per dire). Il
Palazzo di Giustizia di Milano, dove è imputato per il sequestro di un
cittadino egiziano. La procura di Roma che lo indaga per l'ufficio di
disinformazione e dossieraggio di via Nazionale. 

Dinanzi all'autorità giudiziaria Pollari (come chiede) può liberarsi del
segreto di Stato senza alcuna autorizzazione governativa, perché la
Costituzione privilegia il diritto di difesa dell'imputato rispetto al
segreto di Stato. Pollari può farlo dunque da subito. Lo faccia. C'è una
terza sede, politica, istituzionale. E' il comitato parlamentare di
controllo sui servizi segreti. Chieda di essere ascoltato. Non c'è dubbio
che lo ascolteranno di buon grado e con i tempi adeguati. In quel
contesto, e con le opportune norme di riservatezza, le sue parole possono
essere tenute nel giusto conto, analizzate, verificate. 

Il Copaco ha strumenti d'indagine limitati? Non ci vuole molto per
rafforzarli (se il Parlamento vuole), ma per intanto il comitato ha
competenza e la memoria (si vedrà se la voglia) per discernere, nel
racconto di Pollari, il grano da loglio anche con il contributo della
documentazione che saprà offrire l'ammiraglio Bruno Franciforte, oggi a
capo del Sismi. Sempre che Pollari non si sia portato dietro l'archivio.
Addirittura dagli anni Ottanta ad oggi. 

repubblica.it

-- 
visitate http://www.comunisti-italiani.it/frames/index.htm 

http://www.italia-cuba.it/associazione/associazione.htm

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