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Regali del Concilio ( by Tito Casini)

di "Rafminimi"
il Sun, 08 Jul 2007 10:17:12 GMT
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NEL FUMO DI SATANA
VERSO L'ULTIMO SCONTRO

Regali del Concilio


Come il padre Rotondi vesta - se in tonaca e collare o in pantaloni giacca e 
cravatta... come quel tale Gesù di Famiglia cristiana che non scaccia più i 
mercanti dal tempio perché ci fa anche lui i suoi affari - a me non è noto, 
ma che sia buono e bravo è fuori di dubbio, e gli si può perciò chiedere, 
dato che fabbrica in piazza, scrivendo su un famoso giornale, che sia 
coerente, che non manchi di rispetto, voglio qui dire, a chi ha messo già 
sull'altare.
Mi riferisco a un suo articolo  contro i «giovannisti», accusati di 
tradimento, in parole e opere, nei riguardi di colui ch'essi antepongono e 
oppongono a tutti i papi succeduti a san Pietro, se non compreso anche lui, 
ed egli, Rotondi, considera «un santo vero» (non per dire, diamine, che gli 
altri siano fasulli), senza timore ch'essi, i «giovannisti», gli 
ritorcessero l'imputazione ricordandogli il suo disprezzo, implicito nella 
sua passione di riformista vernacolista, per ciò che Giovanni XXIII aveva 
così liricamente glorificato e fieramente difeso nell'Atto più solenne e più 
caro, per lui, del suo breve pontificato: quella Veterum sapientia esarata 
in esaltazione del latino, contro i «novatori» suoi avversari, ai termini 
della quale egli, il padre Rotondi, se la sarebbe vista brutta coi suoi 
superiori, severamente ammoniti, al pari dei Vescovi - «Sacrorum Antistites 
et Ordinum Religiosorum Summi Magistri» - di stare in guardia a che nessuno 
dei loro soggetti osasse levar la penna contro il latino in liturgia: «Ne 
quis... contra latinam linguam in sacris babendis ritibus usurpandam 
scribant»!
Item nei riguardi dell'altro grande pontefice, Pio XII, che il padre Rotondi 
venera (e vedere ciò ch'egli scrive circa «la sua santità, il suo 
atteggiamento di assoluta fedeltà a Dio», nell'articolo dello stesso 
giornale I miei incontri con Papa Pacelli), senza ricordare, né certo per 
amnesia, i suoi analoghi decisi veto, i suoi altolà a chi, con «temerario 
ardimento, si fa lecito di usar la lingua volgare nella celebrazione del 
Sacrificio Eucaristico», ammonendo che «sarebbe superfluo il ricordare che 
la Chiesa ha serie ragioni per conservare fermamente nel rito latino 
l'obbligo incondizionato per il sacerdote celebrante di usare la lingua 
latina».
Che il padre Rotondi sostenga con tanta sicurezza ciò che con tanta fermezza 
i due papi condannano, può davvero lasciar perplessi; perplessi e quasi 
sgomenti al vedere in questo, nell'esaltazion del vernacolo trionfator del 
latino, lui, padre Rotondi, a braccetto (per modo di dire, s'intende!) con 
la Zarri e il Balducci, per non citare che due antilatinisti miei famosi 
avversari, e dico con una che al titolo di campionessa del divorzio 
aggiunge, ora, quello di vessillifera dell'aborto; dico con uno, «teologo» 
come lei «teologa», che al pari di lei non crede nel diavolo e ride 
pubblicamente, impudicamente del Papa che professa di crederci: cosa in cui 
il padre crede, di cui teme, senza dubbio, la nequizia e le insidie, 
nonostante il suo benestare al licenziamento dell'Arcangelo armato dal 
servizio di guardia.
Povero padre Rotondi che, già viziato al bello dalla sua lunga consuetudine 
coi testi liturgici ora proscritti, come da quella dei suoi studi umanistici 
(una volta tanto in onore fra i Gesuiti!) non riesce a nascondere qualche 
involontario rimpianto, come allorché, costretto a citare, per chiarire un 
proprio pensiero, la preghiera, «non nuova, antica, antichissima, che 
rivolgendosi a Dio dice: Deus qui omnipotentiam tuam parcendo maxime et 
miserendo manifestas», gli scappa di aggiungere: «Questo bellissimo latino 
non si riesce a tradurlo bene, purtroppo!» E quante cose in questo 
esclamativo, questo «purtroppo» che vale, purtroppo, per tante altre 
preghiere, tante altre sacre bellezze, altre perle buttate come ghiande ai 
suini!

Povero padre Rotondi, costretto, dalla sua cotta vernacolare, a ignorar 
perfino il Concilio (col suo netto «servetur», si conservi, nei riguardi del 
latino liturgico) e dico «perfino», considerati i grandi meriti che, sempre 
in campo liturgico, et quidem della Messa, gli attribuisce, lui «giovanneo» 
come tiene a dirsi, in polemica coi «giovannisti», da cui tiene a 
distinguersi, come gli Zizola e compagni più o meno scarlatti. profittatori 
d'esso Concilio per le loro inconciliabili idee e azioni: «Il buon 
"giovanneo" gode nell'anima perché il Concilio - il Concilio convocato da 
Papa Giovanni - gli ha messo nelle mani 4 canoni, 82 magnifici prefazi, 
innumerevoli formulari di orazioni proprie e un patrimonio ricchissimo di 
letture...» Tutti «meriti», questi e altri (numerosi come i farmaci del 
dottor Dulcamara), che al buon papa Giovanni, latinista e uomo di gusto, 
avrebbero ricordato il ne quid nimis, sapendo come il «troppo», 
l'inflazione, svalorizzi la moneta, e non vi è dubbio, non vi può esser 
dubbio ch'egli si sarebbe opposto, a costo di non indirlo, il Concilio, o 
disdirlo senza rimpianto, se avesse potuto prevedere certi arricchimenti del 
patrimonio come quelli che ci ha messo nelle mani, nelle mani di tutti, 
grandi e piccini, come tutti, grazie al vernacolo e agli altoparlanti, siam 
posti in grado di ricevere (e guai a chi, invece d'ascoltate, dicesse 
poniamo la corona!)

Mi riferisco precisamente alle «letture» e chiedo a padre Rotondi per i suoi 
novizi, chiedo a zio Virginio per i suoi nipoti e pronipoti, bambini e 
bambine, adulti e giovani, se veramente gode nell'anima sapendo ch'essi 
ascolteranno, in chiesa, nel cuor della Messa, a pochi momenti dalla 
Consacrazione e dalla Comunione, verso cui i loro pensieri, come quelli del 
celebrante, dovrebbero convergere non invischiati da immagini come quelle 
contro cui il sacerdote, nel salire all'altare, fin qui pregava: «... ut ad 
Sancta sanctorum puris mereamur menlibus introire»; domando al «giovanneo» 
che aveva, a nostra edificazione, citato quelle parole di lui, «in tutta la 
mia vita non ho mai consentito a un pensiero impuro», e riferito, di lui, 
che «quando sul video appariva qualcosa di un po' scabroso chiudeva gli 
occhi»; domando se gli sembrano edificanti, cose da rallegrarsi e 
ringraziarne i riformatori della Messa, letture come, a mo' d'esempio, 
questa della terza settimana: «... ti ho dato la casa del tuo padrone e ho 
messo nelle tue braccia le donne del tuo padrone» (ognun capisce, ognun vede 
in che costume e in che atto); o come questa della settimana 
ventiquattresima: «C'è un tempo per gemere e un tempo per ballare, un tempo 
per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci» (e tutti intendono 
di che abbracci si tratti: non quelli, forse, con cui zio Virginio accoglie 
i suoi nipotini quando vanno a trovarlo); o come questa della 
diciannovesima, buona per le levatrici, che metterà fra l'altro in un 
bell'imbarazzo, quando i figlioli domanderanno cosa vuol dire, le mamme ... 
anteconciliari rimaste forse alla didattica della «cicogna», antica quanto 
la sapienza pagana che ammoniva, con Giovenale, Maxima debetur puero 
reverentia e sul fanciullo cantilenava, rincalzando il lettino: Blande 
Somne, Somne, veni, claude Marco nostro ocellos... mentre quella cristiana 
d'ora, postconciliare, riformata, li vuole aperti, gli occhi, i cari occhini 
di Marco o Marcella che sia, crudendoli come appunto qui, in chiesa, alla 
Messa, nella lingua ch'essi possono e devono intendere: «Alla tua nascita, 
quando fosti partorita, non ti fu tagliato l'ombelico e non fosti lavata con 
l'acqua per purificarti; non ti fecero le frizioni di sale, né fosti avvolta 
in fasce... Come oggetto ripugnante fosti gettata via in piena campagna, il 
giorno della tua nascita. Passai vicino a te e ti vidi mentre ti dibattevi 
nel sangue... Crescesti e ti facesti grande e giungesti al fiore della 
giovinezza: il tuo petto divenne fiorente ed eri giunta ormai alla pubertà; 
ma eri nuda e scoperta. Passai vicino a te e ti vidi: ecco, la tua età era 
l'età dell'amore; io stesi il lembo del mio mantello e coprii la tua 
nudità... Ti lavai con acqua, ti ripulii del sangue» eccetera eccetera.
Per padre Rotondi questo va bene, deve andar bene, anche se quelle donne, se 
quegli abbracci, quei teneri fiori di carne dovessero restare nella mente di 
chi ha letto o ascoltato, o riapparirvi mentre per le parole del sacerdote 
il Santo dei Santi è per scendere sull'altare o entrar sotto il nostro tetto 
per farsi una sola cosa con noi.
Quanto a me, pensando a quel «vae!» e a quella «mola» di cui in San Matteo, 
confesso che non vorrei esser, davanti a Dio, in quelli che hanno immesso 
nel Sanctum Sacrificium queste e altre simili cose, queste occasioni di 
distrarsi, per il celebrante - un uomo, anche lui! - come per i fedeli, 
disarmati, senza sospetto contro il pericolo, dalla loro stessa fiducia 
nella persona, nel luogo, nel libro e in chi lo scrisse.

A ciò pensando, molti sacerdoti, come sappiamo, hanno sdegnato quelle 
letture, ed è buon segno, è obbedienza, anche se apparentemente il 
contrario: obbedienza a Colui cui obedire oportet magis quam homimbus e 
vuole che l'obbedienza, l'ossequio, sia ragionevole, «rationabile», come non 
sarebbe il consentire, per passivismo, a che il Messale, opera d'uomini, sia 
il «galeotto», il mezzano, fosse pure per «solo un punto», fosse pur d'un 
solo peccato.

Buon segno, obbedienza a Dio, come il rifiuto di cui Sandro Dini riferiva, 
sul Tempo, sotto il titolo I preti di Milano durante la Messa hanno ignorato 
i problemi sessuali: «In tutte le chiese di Milano e della Lombardia (ma 
anche del Veneto) i celebranti, per esortazione dei vescovi, avrebbero 
dovuto parlare, ieri, durante la Messa, dei problemi dell'educazione 
sessuale, illustrandone i temi più scottanti, quali il controllo delle 
nascite, l'onanismo, i rapporti prematrimoniali... Per la prima volta nella 
Casa di Dio si sarebbe dovuto parlare "chiaramente" di questi temi, 
considerati sino a ieri argomento della "casa del Diavolo" o quanto meno 
riservati alla segretezza e alla discrezione del confessionale. Ma 
l'«esortazione» dei presuli ai pastori di anime non è stata, a Milano, 
accolta, ad eccezione di qualche parrocchia della periferia, di qualche 
paesino lontano dalla città...» Interrogati dal medesimo giornalista, alcuni 
di questi preti han dichiarato, «anche in termini piuttosto energici», le 
ragioni di questa loro sacrosanta contestazione (l'opposto di quell'altra), 
di questo loro no al sesso in chiesa, alla Messa, riassumibili in queste 
parole d'un di loro, don Luciano Spreafico: «Ci mancherebbe altro che ci 
mettessimo a parlare di queste cose dal pulpito. In una società pansessuata 
come l'attuale sarebbe come buttare olio sul fuoco. No, non tratterò mai di 
queste cose nel corso della Messa. In confessionale, certo, ma durante il 
Sacrificio mai».
Ci mancherebbe altro, ed è così che han ragionato, anche loro, i 
correligiosi milanesi di padre Rotondi, trattando tamquam non esset 
l'ordinanza episcopale Ionibardo-veneta: «Neppure una frase», rapporta 
infatti lo stesso Dini, «è stata pronunciata nella Chiesa di Sant'Ignazio 
dai padri gesuiti del Leone XIII, che pure sono considerati fra i più aperti 
e più attenti ai problemi, specie della gioventù».
Anche loro, e chissà se in questo sarebbe stato con essi il confratello 
romano, aperto anche lui ai problemi dell'oggi ma chiuso a ogni rimostranza 
sull'azione o l'inazione dei vescovi, i quali, sembra dica, han sempre 
ragione, o almeno gli si deve dare, ossia si deve «rispetto e filiale 
obbedienza» qualunque cosa insegnino o facciano, o lascino che s'insegni o 
si faccia: in parole sue, e senza riferimento a una famosa massima vigente 
un tempo in caserma, «non solo quando si è d'accordo, ma anche - direi 
soprattutto - quando ci si trova in disaccordo».

E ciò che risponde, così semplicemente, a chi, da genitore cristiano, gli 
chiede se, per il bene dei figli, la «ribellione», in certi casi, non sia 
«un dovere»: se sia lecito, in altri termini, «tollerare che dei sacerdoti 
insegnino, ai figli loro affidati attraverso la parrocchia, delle menzogne e 
delle eresie», come quelle che «è sacramento anche il matrimonio celebrato 
con il solo rito civile; che per la remissione dei peccati basta il 
pentimento e non serve la confessione; che i figli sarebbe bene battezzarli 
a trent'anni come Gesù»: menzogne, eresie, «tradimenti», di cui «la 
responsabilità risale ai vescovi», con la loro tolleranza verso i maestri, 
lasciati senza riprensione ai loro posti, alle loro cattedre di pestilenza, 
con l'aggravante che «quei sacerdoti, attraverso la scala gerarchica, 
parlano in nome del Papa, vescovo di Roma». Ed è un vescovo, il cardinale 
Poletti, vicario del Primo Vescovo, che convalida in certo modo l'accusa del 
semplice laico parlando - non senza, io penso, battersi ruvidamente il 
petto, sia in latino o in volgare, se più gli aggrada, il Confiteor - di 
«nostra responsabilità» in ciò che potrebbe accader fra breve, e Dio voglia 
non sia troppo tardo l'allarme, in Roma, e sarebbe il peggiore dei suoi 
mali: la «città di Dio» caduta in mano dei senza-Dio, l'insegna della 
falce-e-martello, la sanguigna bandiera dei nemici di Cristo, issata, con 
l'aiuto di mani e braccia cattoliche, laiche ed ecclesiastiche, in faccia 
alla Croce di Cristo per rimanervi meno fuggevolmente di quel che già non 
presunse l'uncinata croce hitleriana.
Il padre Rotondi - a cui ritorno per mia difesa perché anch'io sono, 
com'egli vede, un «ribelle» - deplora anche lui quei «casi», esclamando: 
«dove siamo arrivati!» senz'aggiungere, che sarebbe troppo, per lui, «dopo 
il Concilio», ma il suo consiglio è di «dirottare altrove», verso altri 
preti, i figlioli in pericolo d'esser dirottati dai «loro preti», anziché 
pretender dai vescovi che dirottino i dirottatori verso dove sarà meglio per 
essi e i fedeli... magari verso una casa di esercizi spirituali secondo il 
metodo di sant'Ignazio. Ai vescovi, egli dice, «non dobbiamo noi insegnare 
come si governa la loro Chiesa», e siam d'accordo, ma non d'accordo 
quand'egli vuol giustificare col numero il torto aggiungendo che se così fan 
tutti, o i più, «se questo atteggiamento, diciamo così, remissivo dei 
vescovi, è quasi generale, una qualche ragione dovrà pur esserci» e noi 
padroni di stridere ma non di criticare o resistere.
Buon per noi, per la Chiesa, che così non ragionarono, dopo Nicea, gli 
Atanasio, Ilario, Cirillo, rimasti con pochi laici a sostenere la dottrina 
cattolica, pagando con l'esilio la fedeltà, allorché non «quasi» ma «tutto 
il mondo», universus orbis, con la quasi totalità dell'episcopato, se 
arianum esse miratus est; buon per noi, per la Chiesa, che così non 
ragionarono Giovanni Fisher, un vescovo, e Tommaso Moro, un laico, che 
contro «tutti gli altri vescovi, teologi, nobili, senatori del Concilio, 
degli stati e di tutto il regno» (come dall'atto di accusa, citato dal 
Davanzati), dissero no, in Inghilterra, al divorzio e allo scisma e lo 
pagarono con la testa. Così, salendo lietamente il patibolo, essi scontarono 
la loro ribellione al re ribelle alla Chiesa, anziché chiedersi, davanti a 
una defezione degli altri così generale, se una qualche buona ragione non 
dovesse pur esserci. Cosa che, umanamente, sarebbe loro giovata.


da
«Nel fumo di satana» 

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