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Riflessioni di un fedele

di "Rafminimi"
il Thu, 05 Jul 2007 21:44:26 GMT
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La S. Messa tradizionale


Riflessioni di un fedele




La S. Messa Tridentina, cioè la forma classica del rito romano, deve essere
correttamente definita S. Messa tradizionale, la sua struttura, infatti,
vanta un'antichità ben maggiore di quella del Concilio di Trento
(1545-1563): essa è la Messa della riforma gregoriana che rivede e rende
stabile la liturgia ordinata precedentemente, nel IV secolo, da papa Damaso.
L'Ordo Romanus I è la più antica fonte da noi posseduta che offra la prima
elaborazione completa del rito romano: esso è stato redatto sullo scorcio
del VII secolo, ma la liturgia che descrive non è quella del periodo di
composizione, bensì quella di un secolo prima, la Liturgia stazionale dei
tempi di S. Gregorio Magno che, come già sottolineato, è sistematizzazione
di ordinamenti precedenti di almeno tre secoli.
Non dobbiamo immaginare assoluta identità tra ogni sezione del rito detto
Tridentino e quello di allora, ma certo siamo chiamati a riconoscere la
costanza della struttura, ordinata alla attualizzazione del Divino
Sacrificio, espressione di una fede costante.
La Messa romana dovette acquisire una facies definita, se non definitiva,
già nei primi secoli, dal momento che nella liturgia si conservano dei
testi, destinati al canto, frutto di traduzioni latine precedenti alla
Vulgata geronimiana.
Nel corso dei secoli del Tardoantico e del Medioevo, la liturgia romana, e
particolarmente la Messa, così come veniva celebrata dal successore di
Pietro, fu oggetto di particolare attenzione da parte di molte Chiese
periferiche le quali tendono, progressivamente, ad assimilare i loro usi
liturgici a quelli della Cappella Papale: un moto di uniformazione, dunque,
favorito dalla fusione, voluta sia dai papi sia dai re franchi, delle
tradizioni romana e franca che determina una stabilità destinata a durare.
Sul finire del IX secolo la liturgia, andata maturando nei secoli, ha ormai
una facies ben definita non differente, nella sostanza, da quella riportata
sull'Ordo menzionato; senza la necessità di una norma, le varie liturgie,
che sono andate assimilandosi, mantengono delle caratteristiche di autonomia
nell'identità della sostanza, fino a quando, a causa della riforma
protestante, la quale mette in dubbio il senso stesso della liturgia della
Messa, il Concilio di Trento estende la norma romana a tutta la cattolicità,
lasciando salve, tuttavia, perché immuni dal sospetto di eresia, tutte le
tradizioni che vantassero una esistenza di almeno duecento anni. Così
continuano ad esistere le liturgie ambrosiana, aquileiese, beneventana,
mozarabica, per non citare se non le più note.
Quanto detto ci porta a comprendere come la S. Messa tradizionale sia 
l'espressione
più pura, non del sentire di un momento storico, ma della percezione
cristiano-cattolica della salvezza operata da Cristo: essa non è spiegata
dalla storia, vive e si dispiega maturando nella storia, ma è frutto 
dell'ispirazione
divina, supera la storia e la contiene.
Nella S. Messa tradizionale l'attenzione del fedele è tutta volta, grazie al
lavorio ispirato nei secoli alla Chiesa, al Sacrificio di Cristo che compie
la Redenzione del genere umano operata dal Signore attraverso la dazione del
Suo Figlio; in essa è evidente lo slancio del rendimento di grazie e della
lode a Dio, come è evidente il senso della soddisfazione offerta per il
peccato del mondo attraverso il dolore, la concentrazione del dolore del
mondo che il Figlio di Dio, in un supremo atto di amore che diviene libera
obbedienza, ha voluto caricare su Se stesso.
L'essenza, l'ontologia stessa della liturgia, è il compiersi ancora e
sempre, in forma mistica non cruenta, dell'unico sacrificio gradito: per le
mani del sacerdote, alter Christus, la Chiesa continua ad offrire al Padre
la Vittima di redenzione; l'azione, come ha ribadito ancora la Costituzione
del Concilio Vaticano II Sacrosanctum Concilium, II, è  "azione di Cristo e
della Chiesa".
Nella S. Messa tradizionale tutto questo rifulge in maniera mirabile:
durante la celebrazione il fedele percepisce pienamente, di fronte a questo
inestimabile Sacramento, lo "stupore eucaristico" del quale parla, 
nell'Enciclica
Ecclesia de Eucharistia, il S. Padre Giovanni Paolo II di v. m. e questa
percezione non si deve a grandi proclamazioni tribunizie, non si deve a
rimbombanti amplificazioni, né alla comprensione della lettera di troppe
parole, bensì all'afflato di profonda umiltà che caratterizza ogni atto,
espressione del sentire del sacerdote che profondamente ha interiorizzato le
parole del proprio Maestro.
Non eccesso di parole, ma atti, non forma, ma sostanza; questo si coglie nel
sacerdote che di fronte all'altare, prima di raggiungerlo, prega "Emitte
lucem tuam et veritatem tuam, ipsa me dedu-xerunt et adduxerunt in montem
sanctum tuum et in tabernacula tua", questo nel sacerdote che, profondamente
prostrato, senza preoccuparsi di quanto gli accade attorno, fa la
confessione dei suoi peccati per poi salire a venerare l'altare.
Il medesimo animo continua a percepirsi ancora, attraverso le preghiere
accompagnate dagli atti, nel fluire del rito che tende verso il suo culmine,
l'offerta della Vittima immacolata: ora le cose della terra si uniscono a
quelle del cielo, le cose visibili con quelle invisibili, il Corpo e il
Sangue di Cristo levati in alto, di fronte al simbolo della Croce, sono
realmente l'offerta all'eterno Padre, per mezzo della Passione, del
Sacrificio gradito; e la contemplazione di esso, l'adorazione non possono
essere se non nel silenzio, se non il silenzio pregno di tutta la tensione
dell'anima.
Il tacere è naturale, perché mancano le parole e al prostrarsi non è
necessità di prescrizioni.
Sentimenti così alti solo un grande poeta poteva esprimere e Alessandro
Manzoni dà ad essi forma immortale nelle Strofe per una prima Comunione:
Questo terror divino,
questo segreto ardor,
è che mi sei vicino,
è l'aura tua, Signor!
Sospir dell'alma mia
Sposo, Signor, che fia
nel tuo superno amplesso!
quando di Te Tu stesso
mi parlerai nel cor!
Lo stesso poeta continuava:
Con che fidente affetto
vengo al tuo santo trono,
m'atterro al tuo cospetto,
mio Giudice, mio Re!
con che ineffabil gaudio
tremo dinanzi a Te!
cenere e colpa io sono:
ma vedi Chi t'implora,
Chi vuole il tuo perdono,
Chi merita, Chi adora,
Chi rende grazie in me.


G. A.

3 luglio 2007
(su)







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