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Raiway punta sul DMB e non sul DVB-H

di "Hamlet"
il Wed, 4 Jul 2007 22:34:13 +0200
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Una notizia importante, apparsa su Affari & Finanza di lunedì scorso, non ha 
avuto grande risonanza (anche se è rimbalzata su Cellularitalia e 
Radiopassioni http://radiolawendel.blogspot.com/ che l'ha anche commentata). 
Forse, dopo anni e anni di stallo, la Rai si è svegliata. Mi viene da 
pensare al film Il Marchese del Grillo, a quando si annuncia a tutti che il 
Marchese s'è svegliato :-))

La Rai punta sul DMB e non sul DVB-H

La Rai dice addio al Dvbh e alla strategia che vede la tv mobile incrociare 
la sua strada con quella dei telefonini. La lunga assenza di Viale Mazzini 
in questo settore lasciava immaginare ritardi e poca convinzione, o magari 
solo difficoltà economiche, ma la decisione presa ha tutti i crismi di una 
scelta strategica ben precisa. E che potrebbe forse anche avere, alla lunga, 
effetti sulle strategie di quanti sul Dvbh hanno invece puntato con forza. 
Primi tra tutti la Tre di Vincenzo Novari e Mediaset.
«Più che una scelta strategica direi che si tratta di una decisione quasi 
obbligatoria - spiega Stefano Ciccotti, amministratore delegato di RaiWay, 
la società Rai che gestisce tutte le infrastrutture di rete della tv 
pubblica - Realizzare una rete Dvbh con copertura nazionale di almeno l'85% 
della popolazione e con la capacità di portare il segnale dentro le case 
richiede un investimento di 300 milioni. La stessa copertura, anche indoor, 
con la tecnologia Dmb, che è sempre uno standard europeo, sviluppata sulla 
base del Dab, la radio digitale, costa 8 milioni. Già oggi siamo in grado di 
coprire con questa tecnologia il 40% della popolazione italiana e 
praticamente a costo zero».
La Rai, insomma, punta ad una strada 'minore' alla tv mobile e si allea, in 
questo con i network radiofonici che vogliono entrare a loro volta nell'era 
digitale.
La chiave di volta di questo progetto si chiama Dmb. E' una tecnologia 
europea, sviluppata a partire dallo standard Dab e portata avanti in 
particolare dall'industria coreana, Samsung in testa. Su un singolo canale 
da 1,5 mhz il Dmb consente di portare o 5 canali tv o una trentina di canali 
radio. O, ovviamente, un mix dei due. Ha un suo spazio frequenziale 
assegnato dalle divisioni Ue alla radio digitale. Con il primo standard Dab 
si faceva la radio e poco più.
Con il Dmb si riesce invece a far passare immagini di qualità televisiva 
pari al Dvbh. In Corea è lo standard ufficiale della tv mobile: il servizio 
è stato lanciato un anno e mezzo fa e ha ora circa 4 milioni di utenti. In 
Europa è sbarcato l'anno scorso, con i mondiali di calcio in Germania.
E la Germania ha fatto partire i test della tv mobile con entrambe le 
tecnologie. Anche Francia e Inghilterra stanno sperimentando test di tv 
mobile in Dmb. Questo moltiplicarsi di iniziative sta incentivando 
l'industria a produrre terminali a costi decrescenti.
Quelli che si trovano adesso in circolazione sono grandi come scatole di 
fiammiferi, anzi come mezzo telefonino: senza la tastiera numerica e con il 
solo display; più una piccola fila di bottoni sotto, un po' come un piccolo 
joypad, per dare i comandi e una antenna estraibile in alto, come le vecchie 
radioline portatili. Il loro punto di forza è nel prezzo.
In Germania si trovano a prezzi che vanno da meno di 100 euro dei modelli 
più semplici, solo radio e tv ai 150 euro del modello che mette assieme 
anche le funzioni di Mp3 e Mpeg player, per sentire musica e vedere video 
conservati in una memoria da un giga.
La grande differenza di questo modello di business rispetto al Dvbh è che si 
basa su un'offerta completamente free, in chiaro. E questo è sia il suo 
vantaggio che il suo svantaggio. Trasmettendo senza codifica, il sistema non 
ha bisogno di appoggiarsi ad un sistema di identificazione, che nel caso del 
Dvbh è dato dalle sim dei telefonini. Ma questo significa anche dire addio 
ad un canale di ritorno che permette l'interattività e, prima ancora, la pay 
tv. Insomma, non si potranno vendere in questo caso contenuti premium, come 
per esempio i canali Sky, o contenuti in pay per view, come le partite di 
calcio.
In compenso ha dei costi di sviluppo che sono infinitamente più bassi del 
Dvbh.
La Rai ha puntato tutto in questa direzione per due ragioni. La prima è che 
pur essendo il soggetto che detiene più frequenze di tutti nel panorama 
dell'etere italiano, non ha frequenze libere da destinare alla creazione di 
una rete Dvbh perché tutte quelle che detiene in più rispetto, per esempio a 
Mediaset, sono destinate agli obblighi di copertura legati alle trasmissioni 
regionali. Dovrebbe quindi comprare frequenze ex novo e attrezzarle: e sono 
i 300 milioni stimati da Stefano Ciccotti.
La seconda ragione è che il Dvbh non sta crescendo così rapidamente come si 
era previsto. Una lentezza che sta pesando sui conti di Tre, i cui utenti di 
tv mobile a fine 2006 erano ben lontani dal mezzo milione sperato. Ma che 
pesa forse anche su quelli di Tim che paga un conto salato a Mediaset per 
l'affitto della frequenza e i diritti sui programmi. Soffre meno Vodafone 
che con Sky ha piuttosto un accordo di revenue sharing e quindi commisurato 
agli effettivi incassi, di cui si sa peraltro poco.
In più si sta facendo strada tra gli addetti ai lavori che la tv mobile non 
sia qualcosa che gli utenti tendono a vedere fuori casa, ma piuttosto una 
specie di tv personale che ognuno vuol vedere quando preferisce. Ecco quindi 
la necessità di portare la copertura anche all'interno delle case, cosa che 
il Dvbh fa a fatica e riempiendo le skyline delle città di ulteriori 
antennine, i cosiddetti gap filler.
Infine, il Dmb ha un costo ambientale inferiore perché funziona a potenze 
elettriche molto più basse di quelle richieste dal Dvbh.
Su questa strada la Rai, che si ritrova già in casa le frequenze adatte per 
il Dmb, ha poi trovato l'alleanza con il mondo radiofonico. Viale Mazzini ha 
costi stretto un accordo con Club Dab, il consorzio per la radio digitale 
formato dalle dieci emittenti nazionali che fanno capo alla Rna, con 
EuroDab, che raccoglie altre tre emittenti nazionali, e il CR Dab, consorzio 
di radio locali che fanno capo alla Frt, la Federazione delle imprese del 
settore radiotv.
I quattro soggetti metteranno assieme le frequenze di cui già dispongono e 
si sono dati tempi stretti. «Il mondo radiofonico ha dimostrato di sapere 
superare le divisioni del passato, c'è un rinnovato impegno comune, che ora 
comprende anche la Rai, e ora manca solo che ministero e Autorità per le Tlc 
facciamo la loro parte attuando pienamente il quadro regolamentare», 
commenta Sergio Natucci, segretario nazionale di Rna.
I tempi che i protagonisti si sono dati sono strettissimi. Entro agosto, 
tutta la zona di Roma sarà coperta con il segnale Dmb e saranno in onda 
tutti i programmi di Radio Rai, quelli delle maggiori emittenti nazionali 
private e di alcune grandi stazioni locali. In più saranno trasmessi tre 
canali tv: sicuramente uno Rai, e due privati, probabilmente a carattere 
musicale. Dopo l'estate la copertura arriverà a Milano e prima di Natale più 
della metà della popolazione italiana sarà stata coperta. E progressivamente 
si inizieranno a trovare nella grande distribuzione i primi modelli di 
ricevitori Dab/Dmb.
Parallelamente partiranno anche i primi nuovi servizi. A cominciare dalla 
cosiddetta Visual Radio: la possibilità di mandare immagini fisse occupando 
poca banda. Rai già sta testando un servizio legato al traffico 
autostradale: mostra le immagini riprese dalle webcam lungo la rete 
autostradale italiana. Ma si sta pensando anche a delle carte meteo.
Altre applicazioni possono riguardare, per esempio, la trasmissione della 
copertina del disco che sta andando in onda, o l'immagine del cantante. 
Oppure anche immagini pubblicitarie. Intanto già si pensa alla possibile 
integrazione delle funzioni di un navigatore. E in Gemania la Ford sta 
immettendo sul mercato le prime auto con sistema Dmb già installato a bordo.
Su tutto questo pende ora la presa di posizione del commissario Ue ai Media 
Viviane Reding. Anche se si tratta di un invito che non ha valore tassativo. 
Per diventare tale servirebbe un iter molto lungo e, a questo punto, visti 
gli investimenti in atto, non facilmente immaginabile.

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