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Il Buddhismo, I Buddhismi - 3
di "stalker"
il Fri, 22 Jun 2007 16:55:41 +0200
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Ma priva di arrivare a delle conclusioni, sempre provvisorie, passo a raccontare la storia degli inesprimibili del Buddha. Senza questa 'storia' non si capisce la nascita degli Abhidharma, dei Prajnaparamita, del sistema Madhyamika e Yogacara, dei sistemi successivi fino agli insegnamenti delle scuole contemporanee. Premessa necessaria di questa 'storia' è ricordare che ad oggi sappiamo ben poco dell'effettivo insegnamento dello Shakyamuni. Abbiamo tre raccolte di scritti di discorsi a lui attribuiti e analisi degli stessi. Queste raccolte (i canoni pali, cinese e tibetano) non hanno tra loro e al loro interno una cronologia certa, né sono omogenei. A complicare ulteriormente le cose è che buona parte di quello cinese e di quello tibetano non sono stati ancora tradotti. Di certo si può sostenere che gli agama/nikaya contenuti in tutti e tre i canoni possano contenere una buona parte dei discorsi effettivamente pronunciati dal Buddha. Non abbiamo contezza se altri discorsi 'autentici' siano riportati in altri testi, né se tutti gli 'agami/nikaya' contengano solo discorsi effettivamente pronunciati dal Buddha storico. D'altronde per il principio riconosciuto già all'epoca del Buddha, il Buddha-Vacana, non è necessario ai fini della Via della salvezza indicata dallo Shakyamuni che un tale discorso sia stato pronunciato dal Buddha ma che esso sia congruo con la salvezza stessa e coerente con il suo messaggo. Il messaggio del Buddha si condensa nelle Quattro nobili verità. Ora se analizziamo la Verità del dolore e i motivi che conducono al dolore queste Verità di per sé non sono molto innovative rispetto al dibattito filosofico-religioso dell'epoca. Il Nirvana sì che è innovativo (checché sostenga Betty Heimann). Ma esso è un inesprimibile. Solo chi lo ha sperimentato di persona sa cosa è. Il Nirvana non è il vuoto nichilista. "Vi è un non-nato, un non-divenuto, un non-creato, un non-formato. Se non vi fosse questo non-nato, questo non-divenuto ... non vi sarebbe liberazione, non vi sarebbe via d'uscita ...". Come sui i quattordici inesprimibili anche qui il Buddha si rifiuta di descriverlo, di rispondere alle domande. Il suo rifiuto è motivato dal fatto che non vuole varcare i limiti dell'esperienza ed entrare nel mondo delle teorie (ditthi). L'intero Sutrapitaka è la critica delle 'ditthi'. Prima di continuare sugli inesprimibili vorrei focalizzare l'attenzione su un tema a mio avviso centrale nella storia del buddhismo, centrale e mai sufficientemente affrontato. Ci sono due posizioni all'interno del Canone che verrano più volte riprese dai successori del Buddha fino ad oggi: mischiate, riprese, criticate, riacciuffate. Vorrei focalizzarle fin da subito perché vi tornerò piuttosto spesso. - Una è la nozione positiva del Nirvana. Uno stato non descrivibile concettualmente. - L'altra la faccio raccontare a Murti: "Per lui (il Buddha) la consapevolezza della natura della sofferenza e della sua causa, è di per sé la conoscenza che rende libero l'uomo. Innumerevoli volte ci viene detto che Buddha sa cos'è la sofferenza, come sorge, come cessa, ecc. Ciò può solo significare che per lui la conoscenza è la consapevolezza autocosciente del processo del mondo; comprendere la inesorabilità Legge causale (pratitya samutpada) significa porsi al di fuori di essa. 'La Libertà è la conoscenza della Necessità'. Quindi prendendo coscienza della natura della sofferenza e delle sue cause (1a e 2a Verità), la inesorabilità del Karma e conoscendo l'esistenza di uno stato diverso dalla condizione in cui mi trovo (3a Verità), ho sostanzialmente tre scelte (4a Verità): 1. rifiuto il 'mondano' e, applicando uno stile di vita e delle tecniche yoga porto la mia mente-corpo al distacco dal samsara fino all'esperienza stabile del nirvana dove 'vi è un non-nato, un non-divenuto, un non-creato, un non-formato'. Mi attivo affinché gli altri possano, se vogliono, intraprendere questa strada di liberazione dal dolore e dall'ignoranza della Catena della causalità. Tutto ciò fino al parinirvana. 2. applico uno stile di vita e delle tecniche yoga portando la mia mente in uno stato di coscienza in cui tutto il mondo e il mondano si esprime per la sua autentica natura di quiete. Cessando la mente discorsiva e discriminante, entrando nella vacuità, Realtà ultima di ogni cosa, cesso di percepire il dolore, il conflitto e la differenza tra santo e mondano. Tutto allora mi appare quieto e reale. Mi attivo affinché gli altri possano, se vogliono, intraprendere questa strada di liberazione dal dolore e dall'ignoranza della Realtà ultima. Tutto ciò fino al parinirvana. 3. cosciente della natura della Realtà per come essa si manifesta, assumo su di me l'esistenza con il dolore, il desiderio, il conflitto che essa comporta in ogni dove. Applico uno stile di vita e delle tecniche yoga che mi consentono da una parte di esperire anche gli aspetti più quieti di questa Realtà e dall'altra di accettare la consapevolezza della sua natura duplice e quindi della sua intima natura tragica. Mi attivo affinché gli altri possano, se vogliono, intraprendere questa strada di assunzione di consapevolezza e di accettazione viva e attiva del proprio destino. Tutto ciò fino al parinirvana. Queste tre scelte saranno oggetto del mio cammino di racconto di alcuni testi che verranno citati. -segue-
