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Setouchi Harumi, Il Monte Hiei (Recensione)
di "stalker"
il Sat, 16 Jun 2007 21:42:16 +0200
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Setouchi Harumi, Il Monte Hiei, tr. it., Vicenza, Neri-Pozza, 2005, pp. 266,
16 euro
Nei decenni passati, l'appartenenza a un impresa affermata e la conseguente
possibilità di ascesa sociale nel quadro della crescita economica e del
successo del Made in Japan aveva offerto ai giapponesi l'abbaglio di una
stabilità personale e familiare che la recessione, la globalizzazione dell'economia
e la (di)visione manichea del mondo hanno successivamente rivelato in gran
parte illusoria. In questo quadro, trova giustificazione la tendenza che si
sta ampliamente manifestando di tornare a cercare nella tradizione
spirituale e religiosa del buddhismo una risposta al diffuso sentimento di
sfiducia e malessere. Un buddhismo che si vuole semplice e praticabile, a
cui ci si rivolge non tanto per soddisfare esigenze conoscitive quanto per
trovare un sollievo al disagio, una risposta "dai contorni fluidi a una
inquietudine vaga" (Kaoru Takamura), un "buddhismo su misura" e da poter
vivere in prima persona. Verrebbe fatto di pensare a una sorta di New Age
asiatica, che si manifesta, oltre alla consolidata affermazione dei "nuovi
movimenti religiosi", in sedute di trascrizione di sutra nei templi,
attenzione per la cucina dei monasteri, rinnovato interesse per le pratiche
meditative. In questo contesto si colloca certamente il successo di una
scrittrice come Harumi Setouchi, di cui in Italia sono state pubblicate le
traduzioni, nel 2001, di La virtù femminile e ora, 2005, di Il monte Hiei.>>
Nata nel 1922, Harumi Setouchi ha vissuto una vita movimentata. Decisa fin
dall'infanzia a diventare scrittrice, a vent'anni sposa un professore
musicologo, col quale passa molti anni in Cina al tempo della guerra, ha una
figlia. Ritornata in Giappone, abbandona il marito per vivere una
travolgente relazione con un giovane studente. Ha altri amori, si afferma
come scrittrice, ma a 50anni decide di farsi monaca buddhista, prende il
nome di Jakuchô, pur continuando a scrivere, a tenere conferenze e a
partecipare a trasmissioni televisive, anche ora che ha superato gli ottant'anni.
Ai fotografi dice: "Potete prendere una foto, ma non dirò 'cheese'. Io dico
sempre 'Genji'" (Intern. Herald Tribune). Ha, infatti, pubblicato una
versione moderna del classico Genji Monogatari, scritto mille anni fa da
Murasaki Shikibu, opera diffile per i giapponesi contemporanei e che molti
autori, tra cui Tanizaki, hanno riproposto in lingua moderna: oltre due
milioni di copie di questo suo adattamento sono state già vendute. "Mi
sembra di aver rinunciato a tanto: amore, uomini, bei vestiti, essere
graziosa. Ma c'è qualcosa a cui non riesco a rinunciare: la scrittura.
Continuo a scrivere e penso che nell'aldilà, di fronte a Buddha, sarà il
peccato di cui dovrò chiedere perdono. Buddha, nella sua misericordia, mi
perdonerà. Se non potessi scrivere perderei la gioia di vivere. Morirò con
la penna in mano" (presentazione a Milano di La virtù femminile). Ha
raccontato la vita di Buddha, quella di Dengyo Daishi, ha scritto biografie
di donne proto-femministe (come Toshiko Tamura) o anarchiche (Noe Ito o
Ayako Tamura) e molti libri che trattano di sessualità femminile, alcuni dei
quali tacciati d'immoralità. A una domanda sull'argomento, Harumi ha
risposto: "Perché scrivo sull'amore? Ma, signore, non trovate che l'amore
sia importante? Non ho mai pensato di scrivere di letteratura erotica, ma
quando si grattano un po' i sentimenti una dimensione sessuale è
inevitabile".>>
La domanda che le viene rivolta più di frequente è certamente quella che
riguarda la sua decisione di farsi monaca, della quale, con molta modestia e
semplicità, dice: "Mi spiego difficilmente io stessa perché ho deciso di
entrare nella vita religiosa . Retrospettivamente, penso che ho vissuto e
fatto molte esperienze. Ho amato, ho sofferto, ero celebre, ho potuto fare
quel che volevo. E, nello stesso tempo, ho sentito un sentimento di vanità.
Monaca, continuo a vivere in questo mondo secolare. Rido e soffro, come
tutti. Ma sono distaccata, come se al fondo di me stessa, io fossi già
altrove. Senza dubbio è questa ineffabile libertà che cercavo" (Le monde) e
"la distanza necessaria per chiamare gatto un gatto" (Intern. Herald
Tribune). E ancora: "Avevo visto tutto, fatto tutto, mi mancava l'esperienza
della morte. Proprio in quell'epoca si suicidò Yukio Mishima, poi fu la
volta di Kawabata: erano entrambi miei cari amici. Poi ci fu un altro
scrittore che provò a uccidersi senza riuscirci. Sembrava che il suicidio
fosse di moda fra gli scrittori. Pensai: se mi suicido diranno 'quella
mascalzona di Setouchi ha imitato gli altri scrittori'. Mi è venuta un'idea
più rivoluzionaria: farmi monaca, morire pur essendo viva . io cercavo di
ampliare la mia visione del mondo, cercavo di dare un senso alla mia vita"
(presentazione).>>
Il monte Hiei, titolo del libro ma, va ricordato, è il nome della collina
nei pressi di Kyoto ove ha sede la "direzione" della prestigiosa scuola
Tendai, ci offre la storia del lento arrivare alla quasi improvvisa
decisione di lasciare il mondo, decisione che l'autrice narra attraverso il
malinconico concludersi (o eroica decisione di interrompere?) una storia d'amore,
intensa e senza sbocco, tra la protagonista Toshiko, una scrittrice, e il
suo amante, un uomo sposato, rappresentato attraverso tutte le ambiguità
maschili, fatte di slanci di passione, piccole meschinità, egoismo e
protettività, da lei amato, ci par di capire, proprio in questo intrigo di
affetti contraddittori.>>
Il romanzo ci fa seguire Toshiko, che diventa la monaca Shun-ei, attraverso
il doloroso passaggio della tonsura ("qualunque donna, anche la più dimessa,
è segretamente orgogliosa di una parte del proprio corpo che mostra con
fierezza. Per Toshiko erano i capelli"), dell'ordinazione, del noviziato e,
infine, di un ritiro di 60 giorni al monte Hiei. Il libro mostra, dall'interno,
tutta la durezza di una disciplina che, attraverso gli "eccessi" tipici
della formazione della scuola Tendai, produce quelle forzature
psicofisiologiche, che sono altrettanti "accessi" a stati diversi di
coscienza, e quella purificazione dolorosa del corpo che affranca e
rinvigorisce lo spirito. Toshiko "non poteva sperarlo per l'eternità, ma
almeno per un istante voleva intravedere quella luminosa dimensione di
libertà perfetta". Almeno per un istante, come quando, nella cerimonia dell'offerta
del legno di cedro, "nel fuoco affioravano le figure degli uomini che erano
passati nella sua vita, ma svanivano subito. Le loro facce danzavano nelle
fiamme come carta sottile, si consumavano come fotografie bruciate, erano
esseri viventi che ardevano accartocciandosi". Anche la purificazione è
tuttavia compromessa dall'impermanenza e dagli attaccamenti. Con incredibile
schiettezza, Setouchi ci narra come il più elegante ed efficace dei
maestri-istruttori del ritiro venisse poi espulso dal monte Hiei e dovesse
lasciare anche la famiglia a causa del palesarsi di una relazione non più
tollerabile ("È tutto vero. Che ho un'amante e che ogni sera uscivo per
andare a trovarla"). E la stessa Schun-ei nella cerimonia conclusiva dei 60
giorni, quando si appresta a tirare a sé la trave per battere la campana,
ancora una volta crede di scorgere la figura di lui, in un sussulto che è
insieme di nostalgia e di supremo distacco, espressione di un inesausto,
anche se purificato, bisogno di riconoscimento e d'amore.>>
Al di là del significato che il successo di questa scrittrice può avere nel
Giappone di questi anni, a noi questo romanzo appare doppiamente prezioso
perché, da un lato, non sono frequenti i riferimenti espliciti, nella
letteratura giapponese contemporanea, alla tradizione spirituale buddhista;
dall'altro, perché ci offre pagine semi-autobiografiche del vissuto
monastico, di cui ci mostra aspetti di miseria e grandezza, complementari a
grandezza e miseria delle figure laiche: ci verrebbe da dire, parafrasando
lo psichiatra Ludwig Binswanger, "due forme di esistenza mancate".>>
Riccardo Venturini
(da Dharma, 2005, n. 20)
