Google
 

it » cultura » cattolica

Al cinema tornano le grandi domande

di "donquixote"
il Tue, 5 Jun 2007 22:47:48 +0200
newsgroups it.cultura.cattolica
message-id <4665c6ff$0$4787$4fafbaef@reader4.news.tin.it>

Avvenire
Cannes, premiati film coraggiosi su aborto, handicap e perdono
Palma d'oro a «4 mesi, 3 settimane e 2 giorni». Miglior regia «Lo scafandro
e la farfalla». Premio della giuria a «Stellet Licht» e «Persepolis» Gran
Premio vinto
da «The Mourning Forest»
Di Alessandra De Luca
Fra tappeti rossi e lustrini, gioielli motoscafi al 60° Festival di Cannes
ha vinto il cinema morale, quello che mette a fuoco le grandi domande
dell'uomo. Il senso della vita e il mistero della morte, l'integrità
intellettuale e il bisogno di spiritualità, trascendenza: la giuria
presieduta dall'inglese Stephen Frears ha privilegiato temi forti, spesso
scomodi, e un cinema di nicchia, fatto con piccoli budget, interpretando in
questo modo il vero ruolo di un festival, che è quello di scovare nuovi
autori e promuovere un cinema tutto da scoprire. La Palma d'Oro è dunque
andata a 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni del rumeno Cristian Mungiu che
raccontando il dramma di aborto clandestino nell'era della dittatura
comunista di Ceausescu afferma con durezza la necessità di un ritorno al
dibattito morale su una questione che ha internazionalmente perduto le
proprie connotazioni etiche. Alla giapponese Naomi Kawase è invece andato il
Gran Premio per The Mourning Forest, un film sull'elaborazione di lutti
vecchi e nuovi attraverso il viaggio di un anziano vedovo e di una giovane
donna in una foresta rigeneratrice.
«Fare un film è difficile come vivere - ha detto la regista - ma quello che
dà la forza per andare avanti non è il denaro, bensì quello che non si vede:
il vento, la luce, il ricordo di coloro che ci hanno preceduti». Meritava
forse di più Julian Schnabel che con Lo scafandro e la farfalla ha vinto il
premio per la miglior regia. La storia (vera), lo ricordiamo, è quella di un
uomo di successo che colpito da un ictus rimane paralizzato dalla testa ai
piedi. L'unica parte del corpo che riesce a controllare è l'occhio sinistro
e con quella palpebra, leggera come una farfalla, detterà un libro per
dimostrare che la vita, nonostante tutto, è bella.
Al femminile è il premio della giuria per Marjane Satrapi e il suo
Persepolis che con garbo e ironia parla della condizione delle donne nel
mondo islamico, ma a dividere l o stesso riconoscimento c'è Carlos Reygadas
autore di Stellet Licht che ambientato in una comunità religiosa affronta il
tema morte fra tradimenti e miracoli. Il premio speciale del 60°
anniversario del Festival va a Gus Van Sant per Paranoid Park in cui un
adolescente di Portland che ha casualmente ucciso un uomo vive dolorosi
sensi di colpa tra l'indifferenza di adulti e coetanei. È invece coreana la
migliore attrice del Festival, Jeon Do- yeon che con Secret Sunshine dà
anima e corpo a una donna colpita da terribili lutti e in cerca di conforto
nella fede, mentre al russo Konsantin Lavronenko va la Palma per la migliore
interpretazione maschile in Izgnanie, altro film che affronta il tema
dell'aborto e del senso di colpa. Migliore sceneggiatura infine quella di
The Edge of Heaven del turco tedesco Fatih Akin che incrocia destini tra
politica e privato, mentre l'israeliana Shira Geffen vince in coppia con il
marito Etgar Keret la Camera d'Or per Meduzot, migliore opera prima.

Al Festival di Cannes la svolta anti-hollywoodiana
Al cinema si cambia Tornano le grandi domande
Gigio Rancilio
«Il cinema è il modo più diretto per entrare in competizione con Dio»,
ripeteva Fellini. Lui, da bravo romagnolo, amava esagerare sempre un po'. Ma
il nocciolo della sua filosofia è più che mai attuale: fare grande cinema
significa misurarsi con le vite degli uomini, con le loro gioie e con i loro
drammi. Guardarli, amarli, raccontarli e portarli sullo schermo con tutta la
forza e la pietà necessarie. Perché fare cinema è creare respiri di vita. O
almeno così dovrebbe essere.
Peccato che i canoni hollywoodiani degli ultimi decenni, oltre a regalarci
dei kolossal fantastici e divertentissimi, ci abbiano abituati a "pesare" i
film. Non ci chiediamo più se sono belli, ma quanti effetti speciali hanno,
quanto sono costati e in quante sale escono. E più ne hanno e più,
ovviamente, «sono imperdibili». Ben venga allora Pirati dei Caraibi che con
le sue mille copie ha invaso da venerdì i cinema italiani, ma si sappia che
qualcosa (almeno nel cosiddetto cinema d'autore) sta cambiando.
Prendete il Festival di Cannes, appena terminato. I vincitori non sono solo
film a basso costo, ma lavori che hanno affrontato con coraggio grandi temi.
I punti nevralgici del nostro vivere: il dramma dell'aborto (4 mesi, 3
settimane e 2 giorni, il valore della vita davanti anche all'handicap più
grave (Lo scafandro e la farfalla), le difficoltà dell'autentico perdono
cristiano (Secret Sunshine), i sensi di colpa dopo un omicidio accidentale
(Paranoid Park), la morte (Stellet Licht) e il peso schiacciante di certi
lutti familiari su chi resta (The Mourning Forest).E scusate se è poco.
«Ho messo in scena con estrema crudezza il dramma di un aborto - ha
dichiarato il regista Mungiu, vincitore della Palma d'oro - perché credo sia
più che mai necessario un dibattito morale attorno a certe questioni. Invece
in Romania come nel mondo Occidentale si è fatto di tutto per cancellarlo».
Parole accolte con imbarazzo da molti giornali laici. Per i quali l'aborto è
sicuramente un dramma, ma il dibattito morale... forse non è il caso.
Fossimo stati alla Mostra di Venezia sarebbe scoppiato un putiferio.
Anche per il film Lo scafandro e la farfalla, autentico inno alla vita, che
racconta la storia vera di un giornalista francese colpito da ictus che
dalla sera alla mattina si risveglia potendo muovere solo una palpebra. E
dopo l'immancabile crisi con tanto di tentazioni eutanasiche, con
quell'unica palpebra funzionante detta un libro dove racconta quanto sia
bello, nonostante tutto, vivere.
Certo, il Festival di Cannes è stato anche mercato, soldi, feste, yacht, vip
e superficialità a go-go. Ma la sua giuria quest'anno ha mandato un segnale
inequivocabile a tutto il cinema: chi non fa parte del mondo hollywodiano,
se vuole sopravvivere, deve tornare a confrontarsi con le grandi domande
della vita. Senza paure e senza preconcetti.




Tutti i messaggi della discussione