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«Abbandonati a noi stessi, in preda agli attentati»
di "Pomero
il Sat, 26 May 2007 13:59:57 +0200
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«Abbandonati a noi stessi, in preda agli attentati» Un reduce italiano accusa: i morti potevano essere duecento «I nostri comandanti sapevano del rischio che stavamo correndo ma non aumentarono né il livello d'allerta né diramarono l'informativa dei servizi» Alessio Marri «Se avessero colpito la Libeccio (base dell'esercito, ndr) all'ora di pranzo, avrebbero fatto tranquillamente più di duecento morti, laggiù un solo muro di mattoni bucati separava la strada dai capannoni della mensa». E' un j'accuse in piena regola lo sfogo di Gaetano Vultaggio, 51anni, ex carabiniere inviato a Nassiriya con alle spalle missioni in Kosovo e in Macedonia. Dimesso dall'Arma perché ritenuto «non più idoneo al servizio», lui stesso afferma di «non poter più accettare l'oltraggio di essere trattato come un semplice numero». Accusa lo stato, le istituzioni e i responsabili del comando. «Il fondo lo hanno toccato il giorno dei funerali, quando i nostri superiori ci negarono l'opportunità di portare in spalla le bare dei nostri commilitoni scomparsi a Nassiriya. Presero giovani carabinieri della stessa altezza. Io rimasi impietrito al centro della sala, laggiù c'era tutta la politica che contava e soprattutto la televisione...». È un fiume in piena l'ex maresciallo aiutante Ups, un uomo dalla forte corporatura che ha dedicato la vita alla lotta contro il crimine e lo spaccio di droga. Non intende nascondere né la propria identità né tantomeno le sue convinzioni politiche: «La politica per me si è fermata ad Almirante, Fini parla bene ma conclude poco...». Quando inizia a raccontare di quel 12 novembre il suo viso si accende di un rosso intenso e ammette: «È stata un'esperienza traumatica. Penso che parlare ora possa in qualche modo aiutarmi a superare quella tragedia». La missione italiana è stata intitolata «Antica Babilonia» in quanto tra i vostri obiettivi c'era anche quello di proteggere lo straordinario patrimonio archeologico locale. Oltre a questo, quali erano effettivamente i vostri compiti? Innanzitutto va specificato che appena arrivati trovammo l'immenso museo completamente saccheggiato. I ricettatori erano sicuramente occidentali, pagavano 3-4 dollari a pezzo e poi lo rivendevano al mercato nero con prezzi maggiorati di migliaia di volte. Con quei soldi la gente di Nassiriya poteva camparci anche tre quattro mesi. Il nostro compito principale era il mantenimento dell'ordine. In un'intervista al Corsera , il capo di stato maggiore dell'esercito Giulio Fraticelli dice testualmente: «I militari italiani sono là per proteggere l'afflusso di cibo, medicine e generi di conforto, ma in realtà non c'è nulla da distribuire. La gente di Nassirya riceve cose di cui i nostri soldati si privano». Puoi confermare queste parole? È tutto vero. La mia testimonianza però è limitata ai primi quattro mesi dell'apertura della missione. Tutto quello che davamo ai civili proveniva dalle nostre tasche. Solo attraverso iniziative personali potevi ottenere generi di prima necessità. Quando facevi richieste di denaro per aiutare i civili il nostro comando ci richiedeva tre o quattro preventivi. Una volta chiesi al nostro comando 400 dollari per aiutare un ex poliziotto iracheno che necessitava di un intervento chirurgico. Era un'operazione che avrebbe conquistato la simpatia di parecchie persone tra la popolazione. Secondo te ottenni mai quanto richiesto? Veniamo al momento più delicato. Tu hai vissuto l'incredibile tragedia dell'attentato del 12 novembre 2003. Cosa ricordi di quel giorno? Ero uscito dalla base Maestrale da alcuni minuti. Un convoglio era appena rientrato. Partirono alcuni colpi, ma all'inizio non ci facemmo neanche caso, le sparatorie erano all'ordine del giorno. Quando però ci fu l'esplosione ricordo quell'immenso boato e il vuoto d'aria che scaraventò tutti a terra. Tornai indietro e vidi i miei compagni... preferisco fermarmi. In seguito alla strage, sono emerse diverse polemiche sulla vicenda. Un'inchiesta di RaiNews24 ha evidenziato gravi carenze nei sistemi di difesa della base e l'insolita posizione del deposito di armi che avrebbe acuito l'esplosione del tritolo contenuto nel camion. Come ho detto nella Libeccio un attentato avrebbe potuto causare una strage di enormi proporzioni. Anche nella Maestrale c'erano carenze strutturali che hanno contribuito in maniera decisiva a quello che è successo. Si era considerato di non indispettire troppo la popolazione con troppe barricate, è una prerogativa dell'Arma essere sempre al centro ed in mezzo alla popolazione in tempo di pace. Ma lì non eravamo in pace. Si sentivano ancora gli echi della guerra sia nell'aria che sul campo. Il Washington Post ha accusato il Sismi e il comando italiano di essere stato a conoscenza dei pericoli di un attentato ma di non aver fatto nulla per evitare che si verificasse. Sai nulla di tutto ciò? Si, i nostri comandanti sapevano del rischio che stavamo correndo ma non aumentarono né il livello d'allerta né diramarono l'informativa dei servizi. -- http://www.ilmanifesto.it/
