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Un sito sul Cardinal Siri
di "donquixote"
il Fri, 25 May 2007 23:07:30 +0200
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Avvenire Lanciato un sito internet su Siri «apostolo del mare» L'Ufficio Cei per la pastorale degli addetti alla navigazione marittima e aerea, nel 60° anniversario del trasferimento della sede nazionale dell'Apostolato del mare da Roma a Genova (19 marzo 1947), lancia il sito www.cardinalsiri.it dedicato all'allora arcivescovo di Genova Giuseppe Siri (1906-1989), prima direttore generale e poi presidente dell' «Apostolatus maris» italiano. «Pastore di una grande città che ha sempre avuto nella navigazione la sua prima attività - spiega il direttore nazionale dell'Ufficio, don Giacomo Martino -, il cardinale Giuseppe Siri profuse il suo illuminato zelo pastorale per dare una più efficiente fisionomia ed un rinnovato vigore all'Apostolato del Mare. Verso questo grande vescovo, protagonista delle vicende ecclesiali della seconda metà del '900, l'Apostolato del mare ha quindi un particolare legame ed un debito di riconoscenza». Il nuovo sito ha lo scopo di far conoscere la figura, l'opera e l'insegnamento di Siri offrendo, oltre ad un profilo biografico e ad informazioni bibliografiche anche i suoi testi. http://www.cardinalsiri.it/servlets/resources?resourceId=262654 http://www.cardinalsiri.it/servlets/resources?resourceId=262665 http://www.cardinalsiri.it/servlets/resources?resourceId=262648 Il CARDINALE GIUSEPPE SIRI, PROFILO UMANO E SPIRITUALE Conferenza pronunciata da Mons. Giacomo Barabino, Vescovo emerito di Ventimiglia- San Remo e già Segretario particolare e Vescovo Ausiliare del Cardinale, durante il convegno del maggio 2006 a Genova per il centenario della nascita del grande Arcivescovo genovese. Non nobis Domine, non nobis, sed nomini tuo da gloriam... il versetto del salmo 113, scelto dal Cardinale a sigillo delle Sue insegne episcopali, fu anche una delle Sue ultime invocazioni dal letto di morte, insieme alla preghiera preferita: Tibi Domine. Amen. Amen. Quocumque pretio, splendida esegesi del versetto biblico, che pare evocare anche l'inizio della Sua prima omelia in San Lorenzo: ...non sono qui da me, non sono qui per me. La figura del Cardinale (che ho avuto il privilegio di servire per 21 anni) è una figura a tutto tondo, vescovo in ogni momento della sua giornata, viveva con la consapevolezza di quella presenza di Dio, che sola può segnare l'intera giornata del cristiano con il carattere della più alta e vera ed unica ufficialità, che riscatta anche il gesto più banale, il più umile servizio. Non si incontrava in Lui neppure quella contrapposizione tra pubblico e privato, caratteristica della cultura dei nostri giorni, che presenta la vita ufficiale come un vestito da indossare in determinate occasioni e subito smesso per tornare al privato... A chi gli chiedeva come fosse sorta in lui l'idea di farsi prete, rispondeva che, a suo avviso, la vocazione era nata con lui, perché fin dall'infanzia nessun altro pensiero lo aveva occupato se non quello di diventare sacerdote. Sottolineava anche l'importanza dell'educazione cristiana ricevuta in casa dai genitori Nicola e Giulia... "Imparai il trattato De Romano Pontifìce sulle ginocchia di mia madre, a tre anni, quando mi diceva che il Papa parla tre volte al giorno con lo Spirito Santo". Per tanti anni vicino al Cardinale, ho vissuto il calore della famiglia episcopale. Era una vera famiglia, serena e spiritualmente nutrita, nella quale si vivevano momenti gioiosi, festeggiando i compleanni e gli onomastici del Cardinale, del Papa, del segretario, delle suore, dell'autista, un uomo fedele, riservato, silenzioso e si condividevano profondamente gli immancabili momenti di sofferenza. Alla sera c'erano abitualmente impegni e si rincasava tardi e stanchi...spesso il cardinale mi diceva... "sentirei volentieri due battute del Cardinal Lambertini." da una registrazione della famosa commedia interpretata da Gino Cervi; oppure, seduti in cucina, mentre preparavo la consueta camomilla..." Me lo daresti un cioccolatino?...Oggi me lo sono guadagnato!". Il piccolo Giuseppe (Peppino,così chiamato in famiglia), venne battezzato a pochi giorni dalla nascita (20 maggio 1906) nella Basilica dell'Immacolata, in Via Assarotti, la chiesa genovese più cara al Cardinale, dove singolarmente visse non solo il suo primo momento ufficiale, il Suo ingresso nella comunità cristiana, ma anche l'ultimo, il pontificale dell'8 Dicembre 1988, Festa dell'Immacolata, ormai arcivescovo emerito, già gravemente provato dalla malattia. L'entusiasmo del giovane Siri, attirato dalla solennità della liturgia,dalla figura di monsignor Grondona, parroco esemplare, capace di valorizzare una vocazione ancora ai suoi albori, ma decisamente convinta, portarono Giuseppe in Seminario. Intelligente, ma troppo vivace, rischiò di essere rimandato a casa, bastò però un richiamo del Rettore e diventò un alunno esemplare, tra i più dotati. Il seminario e quindi l'ordinazione sacerdotale, la laurea summa cum laude alla Gregoriana, l'insegnamento, l'episcopato, il cardinalato...la sua carriera fu rapidissima e la sua figura diventò così, in brevissimo tempo pubblica, ufficiale e riconosciuta quasi esclusivamente come tale, restando in ombra la Sua umanità e la profonda spiritualità ad essa intimamente congiunta. Lo studio della teologia gli permise di trovare in Dio l'universo intero, nei suoi variegati aspetti, con le sue esigenze, i suoi problemi, ma anche con tutte le indicazioni per lo stesso progresso e per la felicità dell'uomo...liberato lo studio della teologia da ogni aridità concettuale, aveva trovato in essa la via della vita. Anche quando tale via implicava con dolorosa coerenza l'assunzione del linguaggio della Croce, linguaggio non facile, che finì a volte per procurargli la fama di duro, mentre si trattava solo del consapevole rifiuto di ogni compromesso. Si è parlato molto del Siri teologo e cardinale, amerei che da queste mie parole potesse emergere invece quell'umanità e quella profonda spiritualità che solo chi lo ha conosciuto da vicino ha potuto scoprire giorno per giorno: dottrinalmente intransigente, certo, ma ricco di misericordia nei casi personali affidati al Suo giudizio di superiore, capace di intervenire presso i competenti dicasteri romani a favore di sacerdoti che rischiavano pene canoniche e presso lo stesso Pio XII, commosso fino alle lacrime da un suo intervento, e dal suo amore di pastore. La Sua umanità si traduceva anche in gesti concreti: le trattative per la salvezza del porto di Genova, accanto al Cardinal Boetto, dello stesso porto ancora salvato nelle persone dei suoi lavoratori, per i quali non aveva esitato a rispondere alla richiesta di un suo coinvolgimento personale nelle trattative industriali e ad interessarsi perché nuove commesse arrivassero dall'estero in un momento di paralisi delle sue attività, parla la storia cittadina, e soprattutto la memoria viva dei camalli del Porto (della C.U.L.M.V.). Ma anche i piccoli gesti, hanno una loro eloquenza: la santità, scriveva San Francesco di Sales, inizia dalle buone maniere. La sua profonda spiritualità e la sua umanità furono quasi oscurate, agli occhi di chi non ebbe la fortuna di conoscerlo personalmente, dal gesto ieratico, austero, solenne, quasi impersonale delle sue liturgie, per lasciare il posto alla Voce di Cristo e della Chiesa. Il gesto liturgico doveva essere segno visibile e coerente di quella Bellezza, sempre antica e tuttavia sempre nova, che sola, secondo Sant'Agostino, riesce ad attrarre un cuore di per sé naturalmente disposto ad accoglierla. La consapevolezza della sua dignità di Arcivescovo e di Cardinale della Chiesa, proprio perché rettamente vissuta non per sé, ma come servizio, non lo relegava in una torre d'avorio, ma lo rendeva intimamente partecipe di ogni umana realtà a lui affidata dalla Provvidenza, gli permetteva di cogliere i problemi della gente, commuovendosi a volte fino alle lacrime. Le parole della Sua ultima omelia in San Lorenzo ci danno le ragioni teologiche del suo tratto verso la gente incontrata in più di quarant'anni di ministero episcopale... ogni singolo gli appariva caro, mai uno della massa, mai un numero, ......e l'unico limite era allora il tempo a disposizione, non certo lo stato sociale della persona che gli stava davanti. E affermava: Ho sempre stimato gli uomini perché mi sono sforzato di ricordarmi che creati da Dio portano con loro naturalmente il bene e quando in loro si vede innanzitutto il bene che tutti hanno, si trattano in modo degno e diverso. E la stessa precisione del cerimoniale era ancora servizio alla Chiesa ed ai Suoi figli, perché anche l'ultimo dei fedeli aveva il diritto di vedere il proprio arcivescovo rivestito delle debite insegne: Sono Cardinale e mi vesto da Cardinale... per rispetto alla Chiesa ed ai miei ospiti, mai mi presenterei se non vestito come vuole la mia funzione... aveva detto ad un giornalista che gli faceva osservare il progressivo abbandono, nella Chiesa postconciliare, dell'abito ecclesiastico . Era attento anche ai più piccoli, alle loro sofferenze, a quelle dei loro genitori. Li visitava all'Istituto Gaslini, di cui era parroco-abate, e li aveva affidati al suo confessore, al francescano a lui più vicino, a Padre Damaso da Celle, suo vicario parrocchiale. Teneva molto in considerazione i rapporti umani: spesso alla sera incontrava giovani studenti, professionisti, docenti, medici, operai... per parlare di argomenti culturali, di attualità, riguardanti il mondo della cultura e del lavoro - dimostrava una viva attenzione alle problematiche delle varie categorie e considerava tali incontri la sua finestra privilegiata sul mondo e l'occasione per offrire il Suo pensiero di riconosciuto interprete della dottrina sociale della Chiesa. Nella discussione dimostrava anche una grande disponibilità, senso dello humour e una sua battuta bastava a creare un clima più disteso e meno reverenziale. Uno studente di allora ha scritto: Per gli incontri non c'era un tema. Eravamo liberi di chiedere tutto quello che ci interessava e a ogni domanda rispondeva. Parlava di tutto: teologia, filosofia, storia, politica, vita della Chiesa. Il Cardinale era un Maestro eccezionale: le cose complesse diventavano semplici e la sua profonda preparazione teologica si accompagnava ad una conoscenza dettagliata della storia, della geografia, dell'arte, della dottrina sociale tale da sbalordire: riunione dopo riunione, all'entusiasmo e all'ammirazione si aggiunsero sentimenti più profondi e un legame di devota amicizia. La consapevolezza della presenza del Signore nella creatura sorgeva dalla Sua profonda devozione e contemplazione, nel mistero eucaristico, di quella stessa Presenza, perfetta e completa: corpo e sangue, anima e divinità. Nelle chiese esigeva la collocazione del Tabernacolo in posizione ben visibile e nobile....da non doverlo cercare... I sacerdoti non avevano bisogno di un appuntamento per essere ricevuti dal Cardinale, che metteva a loro disposizione il maggior tempo possibile: raramente li invitava a presentarsi e, se arrivavano in ritardo, rimediava con la disponibilità di trovare ugualmente tempo necessario. Al termine del solenne ingresso di S.E. Mons. Giovanni Canestri, consegnato simbolicamente il pastorale al successore, dopo averlo accompagnato alla Cattedra, uscì, per recarsi a Pedemonte di Serra Ricco' e sostare in preghiera davanti alla salma di un sacerdote, mancato quella stessa mattina, al termine della celebrazione della santa messa . II Cardinale, che poche ore prima insieme al pastorale aveva - sono parole sue - consegnato la storia al suo successore - ed erano stati quarantun anni vissuti da protagonista non solo della storia religiosa ma anche dalle storia civile della città - era lo stesso cardinale che visitava la salma di un umile prete di una Diocesi ormai non più Sua. Anche in questa occasione, il Cardinale, che aveva appena vissuto con profonda partecipazione un momento emotivamente grande e difficile allo stesso tempo, rivelò quella profonda umanità dei piccoli gesti, che abbiamo già visto, diversa espressione di un'identica ricchezza interiore. Penetrare il segreto della Sua preghiera era molto difficile, anche per i Suoi più vicini collaboratori: Cor ad cor loquitur, certo, ma il Suo era anche un cuore orante unito profondamente ad un intelletto di teologo che arricchiva di perenne lucido stupore la Sua meditazione dei divini misteri. Ma sapeva anche ritornare bambino, ripetendo ogni mattina ed ogni sera le stesse preghiere apprese sulle ginocchia della mamma, offrendo al Signore la stessa tenerezza e lo stesso abbandono: con quella confidenza che lo spingeva ad usare il genovese per le richieste che gli stavano più a cuore... Preferiva le formule, espressione della sapienza millenaria della Chiesa, e oltre al Breviario recitava quotidianamente il santo Rosario. Viveva intensamente le ricorrenze più importanti del calendario liturgico: in quei giorni era talmente immerso nella contemplazione del Mistero che veniva celebrato, che sembrava nessuna altra cosa lo interessasse: fin dalla Vigilia ne cantava in Cappella l'Ufficio delle Letture con dirigenti e giovani dell'Azione Cattolica. All'attenzione rigorosa al rito esteriore dei suoi pontificali, corrispondeva un'uguale preparazione della sua liturgia interiore, non meno solenne. Verrebbe da riconoscergli una vocazione monastica, non solo per l'umiltà del tenore di vita, che abbiamo già ricordato, ma per l'attenzione benedettina allo splendore liturgico, e per l'orazione privata, che poteva richiamare alla memoria il Beato Cardinal Schuster, che aveva avuto come confessore nel periodo degli studi a Roma. Era solito ripetere due volte le preghiere del mattino e della sera, per sé e per chi non le conosceva neppure o non le recitava mai. Ho iniziato questi cenni con le ultime parole del Cardinal Siri, lo ricordiamo ancora negli ultimi giorni segnati dall'eroica offerta di sé nella sofferenza: fattosi ormai cero che arde e si consuma davanti al tabernacolo, come aveva definito la Sua persona dal momento in cui non aveva più potuto celebrare la Santa Messa. Ricordo il Suo Viatico: accolse la fine della sua vita, con la piena consapevolezza della realtà che questa gli avrebbe dischiuso, dopo averla meditata per tutta la vita, fedele all'impegno che un giorno aveva dato ai suoi stessi seminaristi: Guardate al 'dopo' per allenarvi 'ora '!
