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una vecchia conoscenza
di "wag"
il Wed, 23 May 2007 22:19:35 GMT
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Lo splendore dell'esordio su lunga distanza Landlocked ben testimonia la
smisuratezza e la genialità dell'ego dello statunitense Kevin Coral.
Witch Hazel è una band che offre un pop-psyche quanto mai intenso e
armonioso, collocabile idealmente tra Beach Boys e Mercury Rev (in
particolare la produzione di Dave Fridmann), con qualche idea in prestito da
My Bloody Valentine.
Ma Witch Hazel non produce revivalismo. Col suo frastornante ibrido
stilistico, con la sua fluidità melodica senza eguali, l'esordio Landlocked
è opera compiuta in sé, associabile per composizione e risultato a poche
altre nella storia (tra le quali See You On the Other Side dei Mercury Rev,
anch'esso affascinante, sempre del '95).
Landlocked è un altro Solaris. Insondabile limpida galassia, residuo di
corpo celeste, torpido organismo estraneo ma anche familiare.
Un luogo per fluttuanti delicatezze, contemplazioni assorte, aneliti
celestiali, ma anche riverberi, droni, sipari da cabaret.
Archetipo a tutto tondo privo di ridondanze e compiacimenti in cui
scivoleranno i Flaming Lips e Mercury Rev più attempati.
Gone tomorrow è ingresso quantomai adeguato. Abbacinanti forme e colori al
sogno.
Una riproduzione di campane e tastiere, una danza di lirici cori in falsetto
che si stringono e si avviluppano tra loro, che trasportano ad una nostalgia
arcana, la cui elusiva ebbrezza, da sola, già appagherebbe.
Passando, queste parvenze liberano il profluvio strumentale di Chinese
apples.
"so stay, please don't go
give me another day."
recita, lusingando, l'invito, con una base di tromba e le tastiere a
contornare, quanto non si osa più sperar di trovare nella musica pop.
I cori glicemici che s'affacciano come eco sublime in Secrets on the spider
world, dilatano gli spazi dei sensi.
Coesistenza di suono e inconscio. Kevin Coral e Mark F diventano due poeti
del pop di ogni tempo.
Coral è un coraggioso, romantico idealista e visionario come pochi altri
della propria generazione.
L'interpretazione di Mark F è pura poesia parossistica e cerimoniale.
Spiritualità, stupore, tenerezza, dolore, gioco.
La leggerezza dell'organo di Autumnal void riporta il gruppo ai propri
esordi pop-wave; l'allegria danzante in Peking opera blues e la placida,
onirica dolcezza di Hideous sun demon sono due creazioni ammirate del
miglior rock fine '60; che si rispecchiano e si contemplano l'una dentro
l'altra gareggiano ad evocare climi di paralisi e incanto.
"I'm so far away."
comunica il navigatore da chissà quale ardente abisso, mentre un violino
perlustra il territorio.
Jason Pierce vi si ispirerà per le sue oscillanti prosopopee spaziali.
Do you dig worms? riprende il tema dell'incipit come farebbe una banda di
farlocchi di ritorno dal Paese delle Meraviglie...
Il termine capolavoro per quest'opera è scontato.
Una stordente creazione immaginifica, allucinata, sognatrice e comunicativa
come poche.
Spiritualità, spasimo, stupore, romanticismo.
(ottobre 2002)
The High Llamas - Gideon Gaye (1994)
Conclusa l'avventura Microdisney, Sean o'Hagan si mette in proprio e
si dedica alla passione per gli studi d'incisione gli arrangiamenti
vellutati. Canta, suona chitarra, piano, tastiere, organi Moog e Vox assieme
a collaboratori quali Marcus Holdaway e John Fell.
Beach Boys la tavolozza, ma anche Steely Dan ("The Dutchman" e
"Checking in cheking out" rivelano uno studio affatto scrupoloso per arte e
immaginario di Fagen e Becker) nonchè Van Dyke Parks, cui rimanda il gusto
indicibile per drappeggi e raffinatezze armoniche, sin dai caratteri di
copertina che omaggiano l'album "Song Cycle".
Ricordo che quando ascoltai nel '94 quest'opera per la prima volta, fu
un tuffo al cuore. Gideon Gaye è una landa di fantasie stranite e di memorie
rapprese, di sogni torpidi ("The goat looks on") e forme acide ("Taog skool
no", "Up in the hills" e l'estasi esotica, Möbiusiana, di "Track goes by").
Seguirono altre opere tra cui la sublime vastità di "Hawaii"(1996) e l'aerea
e spontanea "Cold and Bouncy" (1997) e Snowbug (1999).
In quella luce chiarissima di pomeriggio di mezza estate egli era
pronto a girare un disco di anonime cartelle. Quasi una condanna, quel
rituale. Solo allora risvegliò in sé "Con Peru en la playa" degli iberici Le
Mans: essa gli apparve subito la migliore pittura a catturare quell'istante
in musica per sempre.
D'impeto fermò la ruota anzi scoloramento, e l'ep Entresemana iniziò
allora a diffondersi, emanare il proprio luminoso intenso prodigio.
Innalzandosi dipingeva pareti, la stanza, la strada, i palazzi, la città, il
cielo.
recorrer
la ciudad
y después bordear
la playa
Peru va
siempre atrás
agarrándose fuerte a
mi espalda
Senza età e senza memoria, senza inizio né fine, egli parve in un'estasi,
come ineffabile, malinconica fragile illustrazione amorosa mai vissuta,
scene da un film di Rohmer senza i suoi "inferni leggeri di stagione".
Chitarra e viola di Ibon, la voce muliebre di Jone e percussioni
infinitesimali atte a scandire per lancette nuove e a sospendere tutto il
mondo senza scalfire.
Quasi perse i sensi in quel gorgo d'ambrosia, nel flusso di otto brani
che sognano, vivendosi, ipotesi e varianti di perfezione assoluta della
lirica indiepop.
E poi ancora.e poi ancora.
Intentar olvidar, ver su tabla entre las olas
Conducir, y volver por la noche de vuelta a casa
Ojalá él me quiera ver
La Folle (Isadora Isl 9010) 2lp
Beatrice "Mama Bea" Tekielski resta una misconosciuta autrice
nonostante le origini italiane, a cavallo tra rock e avanguardia pura.
Dotata di una voce di spaventevole versatilità, questa franciosa di origini
italo-polacche si era affacciata piuttosto timidamente sulle scene
all'inizio degli anni '70 per poi alterarsi dai seguenti album in una
misteriosa creatura astratta, invasata e seducente.
Una voce alla Piaf più estrema di Patti Smith. La Folle , doppio Lp
del '76 è una prova coraggiosa e singolare nel panorama discografico,
pervasa da una tensione allucinante, violenta, se si vuole anche punk, che
sbalordisce nella propria agguerrita gioiosa, spiritualità vocale e
strumentale.
Se la title track è il nocciolo dell'album, e "Visages" una canzone
indimenticabile, "La Mort-musik" sta qui come "Land" stava su Horses di
Patti Smith. Circondata da piano, tastiere, effetti e chitarre lisergiche la
Tekielski sovverte e spadroneggia abbandonandosi a crescendo, recite
sconvolte, primitivismi vocali che mimano navigate cosmiche, in cui la
nostra non ha timore a guardare Tim Buckley negli occhi.
Seguiranno opere più commestibili come l'ottimo "Pour un bebe robot",
e altri capolavori come "les glycines", persino riletture di propri album
("Visages") dove questa seducente musa non smarrirà la propria peculiare
veemente comunicativa.
